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Mediterranea | December 12, 2018

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La nostra più grande paura è la paura della morte - Mediterranea

La nostra più grande paura è la paura della morte
Redazione

Articolo di Maria Giovanna Peru

Si può dire che sia l’unica paura: tutte le nostre paure non sono altro che una derivazione della paura di morire. Essa è il polo centrale unificatore, e nascosto, delle nostre emozioni. Cerchiamo di ignorare la paura, di accantonarla, di rimuoverla o negarla: ma è potente, e più la nascondiamo più la sua forza sarà distruttiva e non creativa. La paura dell’abbandono, la vergogna, la paura di non essere compresi e accettati, il rifiuto, la pressione delle aspettative: andando in fondo alle nostre paure la loro radice è quella di morire. Il non esserci. Questo pensiero, in tutti noi più o meno compiuto e consapevole, è paradossale, assurdo, in contraddizione con ogni regola della logica e con ogni aspetto delle nostre emozioni: non essere più. Un essere non può pensarsi come non esistente. Sono: così mi sento, così mi percepisco, così mi intuisco e così mi penso: sono. La possibilità del non essere è una vertigine, è un luogo di isolamento per molti di noi. Quantomeno per quelli che non hanno mai voluto conquistare il coraggio di pensare la propria morte.

Due sono le più reali paure che sperimentiamo nella nostra esistenza: la paura dell’abbandono e la paura della privazione. Nel nostro nucleo più ancestrale viviamo la paura dell’abbandono di noi stessi: come possiamo noi abbandonarci? Come possiamo, noi che siamo la nostra vita, e non soltanto abbiamo una vita, non essere più?

Ma questo è solo l’inizio della questione, perché in gioco non c’è solo il pensare la nostra propria morte, e quindi la possibilità estrema di poter vivere la nostra morte. Noi possiamo iniziare a pensare la nostra propria morte solo attraversando quella degli altri. E qui la paura profonda dell’abbandono e della solitudine emerge non appena qualcuno, andando via, sfonda la parete rocciosa delle nostre sicurezze e ne fa sgorgare le emozioni primarie e non controllabili. Chi va via, chi è stato e non è più, ci lascia emotivamente soli, ci priva di ciò di cui abbiamo più bisogno: la sua presenza. Non possiamo più essere visti, rispettati e riconosciuti, e ciò ci getta in uno stato di deprivazione esistenziale, spostando lo sguardo su noi stessi e sulla nostra possibilità estrema, sulla nostra morte, sul nostro proprio non essere e non poterci più riconoscere e vedere. L’esperienza della morte, che viviamo come esperienza mediata dalla morte altrui, è l’occasione continua che ci porta a pensarci come ontologicamente mortali, ed è il luogo in cui vive continuamente la nostra parte bambina, quella che soffre per l’abbandono, per le privazioni, per la possibilità estrema di non essere più visto. Quella che o dà spazio al dolore e alla paura, e apprende ad accettarli e a farli entrare in sé, o si ammala di una non – accettazione della propria vita. Ché accettare la propria vita altro non è che accettarne la morte.

Una riflessione soggettiva e collettiva sulla morte permette l’autenticità del proprio vissuto e della propria esperienza. Per dirla con i concetti di Heidegger (il filosofo che più di tutti ha prospettato la morte come orizzonte di consapevolezza della nostra esistenza) la nostra coscienza, coinvolta nella quotidianità dei pensieri e dei progetti, allontana il pensiero della morte. Fintanto che, però, si vive dentro questa malcelata inconsapevolezza, si avrà sarà un’esperienza di vita inautentica: un’esistenza strumentale, conformista, che rifiuta di pensare se stessa, e, rifiutando il proprio essere profondo, che è quello di essere–per–la-morte, rifiuta se stessa e gli altri. Nel momento in cui, invece, io penso la morte, misuro tutte le possibilità dell’esistenza su di essa e la tengo come orizzonte di primo piano nella mia mente, comprendo che questa è la caratteristica sostanziale che mi distingue: io, essere umano, sono un essere per la morte. Solo questa prospettiva mi dà l’autenticità del mio essere; solo attraversando l’angoscia posso appropriarmi del mio centro.

Non è certo cosa facile appropriarsi di sé, non è certo un processo indolore essere consapevoli, riconoscere, accettare e attraversare la paura: come facciamo ad uscirne indenni? Come facciamo ad uscirne vivi? E soprattutto, ne vale la pena? Debbo per forza farlo? È certamente più comodo non farlo, rimandare il processo, pensare alla morte come qualcosa che verrà, sì, ma dopo, non ora, non subito.

C’è però la questione della responsabilità. Se non vogliamo pensare alla morte, pensare la morte, per noi stessi, lo dobbiamo agli altri. Lo dobbiamo a chi amiamo e a chi ci ama: lo dobbiamo a chi ci seppellirà e piangerà per la privazione che noi abbiamo lasciato, e attraverso di noi sarà costretto o a pensare la propria morte, o a pensare di rifiutarla. L’egoismo di lasciare gli altri senza che mai abbiamo pensato alla ragione profonda di noi stessi non può essere di questo mondo: provoca del male. In questo senso la coscienza della morte diventa collettiva, non solo individuale, e la collettività produce un’educazione al senso della morte.

Vivere in un piccolo paese, dove ancora vigono costumi e tradizioni di una comunità che funge da rete di protezione per i suoi membri, è anche attraversare insieme la paura della morte, e farlo da bambini. Non è vero che i bambini non sanno capire la morte: è una bugia che gli adulti raccontano a loro stessi per fuggire dalla loro angoscia. Il bambino sperimenta continuamente pulsioni di vita e di morte (Melanie Klein docet), sperimenta la paura dell’abbandono, la paura della mancanza fisica ed emotiva. Molti adulti vogliono risparmiare ai bambini i lutti familiari per una forma di protezione emotiva, nascondendo il proprio dolore e impedendo ai bambini di partecipare ai riti funebri. Questo non accade quasi mai nei nostri piccoli paesi, dove in pochi conoscono Heidegger ma dove l’esperienza di un’educazione collettiva rimane la pratica del comportamento. Da bambini abbiamo visto la nostra nonna, lo zio del compagno, il cugino dell’amica, morire, essere sepolto. La famiglia e la comunità ci hanno spiegato, con parole e comportamenti, che con la morte termina la vita fisica, che si viene sepolti. Siamo stati presi per mano e abbiamo assistito alle funzioni e ai riti funerari che accompagnano la morte. Abbiamo assistito alle lacrime e agli abbracci dei parenti e dagli amici, e tutti avevano sempre un occhio di riguardo per noi: una carezza sulla testa, una mano, qualcuno che ti prendeva in braccio e ti faceva comprendere che quello era sì, un momento di dolore e di sofferenza, ma che tu non eri solo. Non eri solo, e quel momento sarebbe passato.

Noi bambini, anche molto piccoli, in paese abbiamo sempre guardato i morti. Dentro la bara, immobili, con l’amichetto che ci dava di gomito: “oh, se lo guardi fisso sembra che si muova!”. C’era un misto di timore reverenziale e curiosità scientifica nello stare incantati ad osservare quel morto ben vestito. Era poi, ed è tuttora, usanza che i parenti e gli amici del defunto preparino il pranzo per la sua famiglia e lo portino a casa, di modo che non ci sia quell’incombenza nel trambusto organizzativo che segue ad un lutto. Quel pranzo collettivo, in cui si mescolano i ricordi, le esperienze comuni, quasi sempre più di una risata, è il modo di comunicare ai bambini che vi partecipano che quell’evento accaduto non è un abbandono: è un fatto naturale. Nei nostri paesi il dolore è composto e dignitoso, ma non nascosto: non è qualcosa di cui vergognarsi, è invece qualcosa che ci è stato spiegato. La tristezza, le lacrime, sono manifestazioni che abbiamo appreso a vivere come parte dell’esistenza che può e deve essere attraversata ed elaborata.

Siamo stati educati alla compassione, al fatto che la presenza, il conforto, la partecipazione, sono altrettanto reali della morte.

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