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L’appuntamento principale è a Venezia alle 17 in Piazza Santa Maria Elisabetta. Poi il corteo si sposterà verso il Lido di Venezia, fino al cuore della Mostra Internazionale di Arte Cinematografica.

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La marcia degli scalzi è un’iniziativa partita dal sonnolento mondo degli intellettuali, quella categoria che Gramsci immaginava dovesse avere un ruolo fondamentale nella gestione delle scelte politiche. Le cose non sono andate così, e non possiamo affermare come sarebbe stato il contrario.
La marcia degli scalzi non è la copia nazionale della Corsa degli scalzi di Cabras (Sardegna), che ricorda quella del 1506 a difesa dell’invasione dei “mori”, gli africani che nel medioevo razziavano le coste sarde, esattamente come le crociate cristiane razziavano le coste della sponda sud del Mediterraneo. Oggi si marcia per il motivo opposto, per rappresentare la povertà di chi parte dal continente africano per cercare una possibilità di riscatto da una vita impossibile.

Servizi giornalistici raccontano ogni giorno le marce dei profughi, le carrette del mare che tentano la traversata del Mediterraneo, mettendo in luce le enormi difficoltà e i problemi insormontabili per accogliere poche migliaia di persone: temi sentiti e risentiti. Solo che questa volta i numeri cambiano, e molto. Non si tratta più di uno spostamento di qualche migliaio di persone, in futuro si tratterà di gestire l’esodo di milioni di donne, uomini, vecchi e bambini, intere comunità e famiglie che si spostano in altre parti del mondo. Un cambiamento che non potrà essere gestito attraverso la costruzioni di muri, una mutazione culturale che sarà inevitabile, ma non del tutto negativa. Sarà forse un’occasione per riscoprire il nostro patrimonio, non contro qualcuno o qualcosa, ma come punto di partenza per costruire un dialogo assolutamente necessario. Ma chi conosce davvero il patrimonio culturale che si vorrebbe difendere dall’invasione africana? Ma poi, in una dimensione globale vogliamo davvero parlare di invasione culturale musulmana o cinese? E’ l’economia che detta la globalizzazione, il pericolo è l’appiattimento ad un unico modello non la ricchezza di contenuti.

È arrivato il momento di decidere da che parte stare“. Recita così l’appello lanciato la settimana scorsa da un gruppo di scrittori, artisti e politici che hanno mobilitato la “Marcia delle donne e degli uomini scalzi” a sostegno dei migranti.

Perché partecipare a questa marcia?

Mary Ann De Vlieg, operatrice culturale che lavora in molti paesi del mondo, partecipa oggi a Venezia a questa iniziativa. “Mi sento responsabile nei confronti di tutti gli artisti e operatori culturali che sono costretti ad abbandonare il proprio paese a causa della violenza, dell’intolleranza da parte di regimi dittatoriali, o anche solo per impossibilità a sopravvivere nel settore della cultura. Tutti dovrebbero avere almeno una possibilità.”

Hanno aderito migliaia di artisti, giornalisti, attori, il mondo della cultura in genere, e insieme a loro altre centinaia di migliaia di italiani e stranieri che vogliono rendere di dominio pubblico un argomento manipolato per uso privato da politici e giornali. Probabilmente non provocherà nessuna rivoluzione, ma renderà l’argomento importante per tutti.

Non è un’emergenza temporanea ma un cambiamento della geografia umana del vecchio continente, che continuerà a rimanere vecchio senza l’apporto di forze esterne.

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