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Mediterranea | July 17, 2018

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La guerra negli occhi

La guerra negli occhi
Elisa Casu

Mio padre ha fatto la guerra! Questa la mia prima lezione di storia, un’ampia pagina scritta non con l’inchiostro nero della stampa ma con le emozioni sempre vive nonostante il passare del tempo.

Non raccontava aneddoti, col suo dente d’argento ed una smorfia di dolore, descriveva il sibilo di una scheggia di metallo, grigia appendice di una granata lanciata dal nemico che sfiorò il suo capo conficcandosi in un grande cancello alle sue spalle, poi taceva.

Gli occhi di mio padre parlavano, raccontavano la storia, erano di un grigio azzurro, immenso, ricordavano il mare d’inverno e si agitavano, si riempivano di un velo di lacrime rivedendo e rivivendo quei drammatici momenti della seconda guerra mondiale. La guerra da piccola per me era rappresentata dunque dagli occhi di mio padre, cosi come quel tratto di scale della grande e vecchia casa del mio paese dove, tra una stampa orientale ed un antico veliero, spuntava l’attestato di nomina a Cavaliere di Vittorio Veneto di mio nonno, ferito ma sopravvissuto alla Grande Guerra. Tre medaglie erano state sapientemente incollate su alcune macchie gialle nella vecchia pergamena, erano i caratteri impressi dal tempo che lascia tracce indelebili. Crescendo la divisa ha sempre fatto parte della nostra famiglia accompagnata stavolta dal suono trionfante della marcia della Brigata SassariChina su fronte si ses sezidu pesa chi est passende sa Brigada tataresa, boh! boh! e cussa manu sinna sas mezus gioventude de Sardigna”. Un’ altra lezione di storia fu vedere il volto di mia madre in ansia per quel figlio maresciallo in missione di pace ma con le armi in pugno, pronto a difendere la propria vita e quella dei civili sommersi da una lunga guerra civile. Ogni mattina, il solito rituale, quando ancora non esistevano i social, il Televideo del mattino anticipava la lettura dei quotidiani poiché dava in diretta le notizie dal “Fronte di pace apparente”, potete immaginare la preoccupazione di una famiglia quando leggeva di soldati feriti in uno scontro a fuoco nei territori di guerra.
Sono passati tanti anni da una di quelle “Missioni di pace”, la fine degli anni novanta quando le truppe della Nato presidiavano le città della Bosnia, la città di Sarajevo all’indomani della fine della guerra civile nella ormai Ex Jugoslavia. Raramente a scuola si affronta questo genocidio che avvenne alle porte di casa nostra a partire dal 1991 fino al 2001, forse per la complessità ma sopratutto perché tante verità devono essere ancora taciute.

Alcuni anni fa incrociai uno sguardo simile a quello di mio padre, lo sguardo di Jimmi, ci incontravamo al parco del paese marchigiano, e mentre i nostri figli si perdevano nel cielo che girava vorticoso sopra una giostrina, noi ci perdevamo nel cielo delle nostre terre che avevamo dovuto lasciare, io da sarda emigrata in cerca di lavoro lui con il barcone, in fuga dall’Albania in cerca del pane e della dignità.
Parlavamo nei pomeriggi d’estate delle nostre vette, io pensavo al Gennargentu e vedevo i nostri astori che maestosi e fieri si libravano sopra il grigio granitico dei rilievi, Jimmi ricordava invece le sue di montagne e lo stemma del suo paese, una grande aquila, e capimmo insieme quanto fossimo legati visceralmente alle nostre radici. In certi periodi dell’anno i genitori della moglie, Vale giungevano in visita ed ebbi il privilegio di assaporare l’ospitalità albanese che tanto mi fece sentire a casa, nella mia Sardegna. I nostri pomeriggi freddi erano riscaldati dal te, da quella fragranza unica che mi portò per la prima volta nelle ampie colline albanesi, lo portavano infatti i parenti raccolto direttamente nelle vette del territorio balcanico dopo essere stato essiccato pazientemente al sole, fu questo il mio primo viaggio in Albania.

La mente a volte è abile nel nascondere emozioni, sensazioni, ricordi, ma è solo una breve illusione tutto infatti riemerge dall’oceano della nostra anima, cosi accadde quando una mia cara collega mi chiese di fare una lezione in una classe quinta sulla guerra nella ex Jugoslavia, dissi prontamente di si, mi accorsi solo dopo di quanto fosse complessa quella parte di storia, una ferita ancora troppo fresca e lontana dal rimarginarsi, ero dubbiosa ma rividi gli occhi di mio padre e di Jimmi e decisi che in una classe soleggiata del 2018 fosse necessario far rientrare ancora la pazzia umana della guerra.

Tornammo indietro al 1989 a quello squarcio nel muro di Berlino che tanto aizzò i popoli balcanici circa la lotta per la propria indipendenza, ma già nel 1980 dopo la morte del maresciallo Tito emerse il particolarismo politico, culturale, religioso delle province della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Il 25 giugno del 1991 la Slovenia e la Croazia dichiararono la propria indipendenza dalla Federazione, e fu l’inizio della guerra civile.

Il vero problema della Jugoslavia era il suo carattere multietnico, tante nazionalità ed un pluralismo religioso. In ogni provincia erano presenti più popoli, Tito cercando di tenere unito questo particolarismo, aveva favorito i matrimoni misti e la mescolanza fra i diversi gruppi nelle diverse regioni. Il pericolo principale era rappresentato dalla Serbia dove il presidente Milosevich tolse il coperchio a quell’enorme calderone del nazionalismo esasperato serbo, prese così corpo il sogno di una grande Serbia. Il giorno prima in una squadra di calcio giocavano tranquillamente serbi, croati, rom, musulmani, ortodossi. Ora con lo scoppio della guerra civile diventano acerrimi nemici in un gioco deciso da altri arbitri. Il mese di luglio del 1995 il fronte della guerra si spostò in Bosnia Erzegovina nella città di Srebrenica dove le milizie serbe uccisero 7000 musulmani bosniaci di fronte alle truppe dell’Onu olandesi che presidiavano la regione, una domanda ancora aperta circa il perché del loro non intervento. La storia ritorna nella sua brutalità con immani violenze, fra le quali lo stupro praticato sistematicamente nei confronti delle donne del nemico. Bisognerà aspettare al 24 marzo del 1999 quando la Nato bombarderà la Serbia e Milosevich ritirerà le sue truppe, nel 2000 sarà poi arrestato e condotto di fronte al Tribunale Internazionale dell’Aia per essere giudicato per crimini di guerra.

Ma quanti sono i veri carnefici in questa sanguinosa guerra? Doveroso andare indietro nel tempo stavolta alla seconda guerra mondiale e all’occupazione nazifascista della Grecia e della Jugoslavia, tra il 1940 e il 1941. In quegli anni in Croazia saliranno al potere gli ustascia, sostenuti dai nazifascisti, esponenti del movimento nazionalista croato, si aprirà cosi un nuovo capitolo bagnato di sangue, instaureranno infatti una dittatura di cui furono vittime proprio i serbi oltre a zingari ed ebrei. Milosevich riaprirà questo triste capitolo di storia per fomentare l’odio dei serbi verso i croati e bosniaci musulmani nella guerra balcanica degli anni novanta. In Bosnia Erzegovina sarà nominato generale dell’esercito serbo Ratko Mladic e qui il ruolo tra vittime e carnefici si confonde facilmente, tale generale infatti racchiudeva il dolore e l’odio per gli ustascia croati responsabili del massacro di suo padre quando lui aveva appena due anni di vita. Insomma cicli e ricicli di terrore storico ritornano, dove la condanna si estende non a un partito, una fazione ma all’odio che divora l’uomo e che lo porta ad uccidere un suo fratello, complici forse ampi saloni damascati dove i Grandi del Mondo si riuniscono e ridisegnano ogni volta nuovi schizzi di mondi omettendo il principio di autodeterminazione di un popolo.

Mi ritornano in mente ancora una volta gli occhi di mio padre, quel mare di lacrime che si solleva solo al ricordo dei sibili delle granate e ancora di più all’ostinazione dell’uomo di non trarre mai nessuna lezione dalla storia, la grande Maestra di vita. Immagino solo per un attimo quel freddo inverno del 1940 nelle montagne albanesi e mi chiedo cosa sarebbe accaduto se gli occhi di mio padre si fossero incontrati con quelli del padre di Jimmi, la voglia forse di sorseggiare un tè caldo, davanti ad un camino, avrebbe di sicuro prevalso, dove forse avrebbero ricordato che gli astori e le aquile hanno diritto di volare liberi, leggeri in un cielo che solo la presunzione di pochi capi del mondo ha voluto da sempre dividere e possedere.

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