Malattia mentale nell'antichità
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Studiare la sofferenza umana, in ogni suo manifestarsi, è sempre stato lo scopo della medicina fin dai suoi albori, quando Ippocrate (460 – 377 a.C.), il primo medico greco che la storia riconosca, pose le basi per una metodologia che fosse anzitutto valida scientificamente.

L’atteggiamento medico diffuso nei confronti del disturbo mentale, però, fu in origine di dubbio, incertezza e approssimazione; giacché soleva identificarsi con manifestazioni comportamentali considerate assurde e non conoscibili, era ritenuto opera del demonio, legato all’occulto in quanto non identificabile né classificabile.

E dinnanzi a quei fenomeni di cui non si conosceva la natura né l’origine, talvolta per spiegarli ci si appoggiava a delle considerazioni irrazionali intrise anche di superstizione.

Sono due i binari semantici su cui ci si muove, nel percorrere un excursus storico e letterario del disturbo mentale: uno è quello medico scientifico e considera la ‘pazzia’ nel senso letterale del termine, ‘colui che patisce, che soffre’ (dal latino patiens e dal greco pathein); l’altro è letterario, e si rifà ad un altro etimo, il latino fòllis, letteralmente ‘mantice, soffietto’ ed è un’espressione che solitamente definisce le persone che hanno la testa ‘vuota di senno’, indica vacuità e nel linguaggio comune è in genere utilizzata per connotare persone estrose, geniali e fuori dalla norma.

In campo medico potremmo distinguere tre eziologie di questo male: una causa biologica, legata al codice genetico; una psicologica dovuta alle relazioni riguardanti già il primo anno di vita e che vanno ad incidere nella personalità dell’individuo; infine una sociale, data dalle relazioni interpersonali con il mondo circostante.

E’ una patologia alienante e si manifesta generando uno scollamento dell’individuo dalla sua società, recidendo la consapevolezza e la memoria di ogni suo legame affettivo, annientando la rete delle sue relazioni sociali e rendendolo incosciente dinnanzi a questo dramma. Una sofferenza psichica destabilizzante che, nel luogo comune, è considerata una ‘devianza dal normale’.

Ma cos’è la normalità? Certamente un fatto ‘culturale’, spiegabile e accettabile se connesso al concetto di relatività. Solo con queste premesse potremo comprendere perché, per citare degli esempi, l’omicidio per regolamento di conti di un mafioso non potrà mai essere considerato il gesto di un folle, mentre un sacrificio umano in onore di una divinità è pazzia nella nostra società e invece puro e ‘normale’ adempimento al culto religioso nelle vecchie tribù atzeche. Ecco perché è possibile considerare ‘normale’ o ‘folle’ qualcuno o qualcosa che prima o altrove non lo era o non lo è, e solo contestualmente ai codici etico – comportamentali del suo preciso contesto socio -culturale di appartenenza.

Il disturbo mentale è infatti figlio del momento storico, della cultura e convenzioni sociali di cui si nutre, cui è legato in un binomio inscindibile.

Prima di prendere piede e radicalizzarsi dagli inizi del 1900, la teoria del relativismo culturale e l’idea che non esistano realtà o princìpi assoluti indipendenti dagli uomini, ma solo realtà legate a particolari condizioni in cui essi emergono, l’uomo occidentale fu il fautore di quello che poi, nel 1906, sarà definito etnocentrismo dall’antropologo americano W. G. Sumner, ossia la tendenza di ogni cultura ad enfatizzare l’importanza dei propri caratteri e a ritenersi ‘unica’ e superiore alle altre1.

Così sulla scia di questo convincimento, già nel 1500, durante l’epoca delle scoperte geografiche e dell’incontro con nuovi mondi e popoli, l’uomo europeo si convinse di essere il portatore di civiltà, cultura e superiorità assolute, arrivando a forme di intolleranza e discriminazione del ‘diverso’ che poi, nel corso dei secoli, si radicalizzarono drammaticamente per arrivare a sfociare in esasperate forme di razzismo e xenofobia. La massima espressione del rifiuto dell’altro perché diverso da sé e la volontà di isolarlo e distruggerlo si materializzò tragicamente durante il periodo nazista in Germania, negli anni ’30 – ‘45, e l’internamento nei lager di tutti coloro non ascrivibili all’ ideale ariano voluto da Hitler (ebrei, omosessuali, portatori di handicap etc ..) ne fu la sciagurata prova.

La ricerca socio – antropologica chiarì come l’etnocentrismo si esprima in una molteplicità di forme, dirette e indirette, di intolleranza e schemi mentali per i quali è possibile e accettabile l’dea che esistano popoli ‘privi di cultura’, e per questo inferiori, barbari e addirittura immorali.

Il percorso fatto per superare questa posizione discriminatoria e convincersi che esistono culture diverse tra loro ma comunque tutte indistintamente degne di validità e non culture inferiori e/o superiori ad altre, è passato per vie tortuose, e non può dirsi concluso.

Fu il secolo delle grandi spedizioni geografiche transoceaniche, attraverso le quali l’uomo occidentale si mise alla prova, osò sporgersi al di là degli spazi fino ad allora conosciuti per ‘misurarsi’ con altre culture, arrivando a reputarle inferiori ed a colonizzarle. Nel contempo, nel contesto europeo, si verificarono gli sconvolgimenti sociali derivati dalla Riforma Luterana cui fece da controcanto la Controriforma Cattolica. La denuncia della corruzione del clero, dell’ingerenza della Chiesa nella sfera politica e il bisogno dichiarato, proposto e anelato di un ritorno alle aurorali prerogative del Cristianesimo come la spiritualità, l’ascesi e l’ autenticità del verbum di Cristo, furono solo alcune delle istanze che animarono un secolo così travagliato.

Ma nel XVII secolo in Europa, la tolleranza nei confronti del Follia, si perse. Venne spogliata dell’aura di magico e divino che la connotava da secoli e considerata alla stregua di una patologia da segregare, rinchiudere e isolare dal mondo della normalità.

La prima grande opera che diede un’analisi storica approfondita su questa realtà, fu quella di Michel Foucault (1926 – 1984), Storia della Follia nell’età Classica (1972): la comunità iniziò ad allontanare i folli, la diversità venne vista come un pericolo che minava alla base la sua organizzazione e il suo equilibrato funzionamento. L’inoperosità dei folli fu equiparata a mera inutilità e mancanza di un ruolo nella società e nacque la necessità di ‘rimuoverli’. Le strutture lasciate libere dai lebbrosi furono finalizzate ad accogliere una fiumana di individui respinti dalle città e divennero ospedali con sembianze di carceri.

L’Hopital General di Parigi, fondato nel 1656, rappresentò il simbolo dei luoghi della follia, deputati alla ‘correzione’ degli alienati, internati affinché manifestassero la loro sregolatezza all’oscuro di tutti in zone neutrali che negassero loro la libertà.

L’autore denunciò la disumanità con cui venivano trattati i malati e il non rispetto per la loro dignità. Ben presto in tutta Europa si diffusero questi edifici dedicati all’alienazione dei diversi, e a questa categoria di persone ‘senza senno’ furono ascritte le più svariate personalità: criminali, dissidenti politici, libertini, atei ed omosessuali (questi ultimi fino al 1973 saranno considerati affetti da malattia mentale) .. e si arrivò addirittura a distinguere tra ‘amore di ragione’ e ‘amore di sragione’, quello omosessuale, appunto. Anche il suicidio fu considerato come manifestazione di follia e, in genere, ogni forma sociale che si scontrasse con la lucida razionalità secentesca. Furono ammesse pratiche coercitive e pene corporali, giustificate dalla convinzione che il male fosse legato al corpo e da lì, quindi, occorresse partire per estirparlo.

Solo nella seconda metà del Settecento dalla detenzione nelle carceri si passò ad un approccio terapeutico verso i malati e si progettarono delle strutture atte alla loro accoglienza: ospedali e istituti specializzati in Germania, Inghilterra e Francia.

1. Costumi di gruppo, W. G. Sumner, 1906

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