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Mediterranea | November 21, 2018

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La festa dei morti in Sardegna: is animeddas

La festa dei morti in Sardegna: is animeddas
Cristiana Sarritzu

La Sardegna onora il giorno dei morti con una tradizione che si perde nella notte dei tempi. Is Animeddas era una festa per i bambini, una tradizione che ancora oggi resiste in alcune zone dell’isola.

Un ricordo della fanciullezza ricco di suggestioni, nostalgia e mistero. Is animeddas, la festa delle anime, trova voce e memoria nei racconti degli anziani che, in quei giorni, il primo e il due di novembre, si preparavano ad accogliere il ritorno dei propri defunti, imbandendo le tavole per il banchetto notturno, pregando e accendendo i lumicini.

Elvira Depau di Tortolì, settantuno anni, un tempo titolare della storica cartolibreria “Collage”del paese, appassionata di lingua e tradizioni popolari della Sardegna, oggi racconta che cosa accadeva per la festa dei morti quand’era bambina.

Tra ottobre e novembre le giornate iniziano ad accorciarsi. Nel calendario agricolo questo periodo, detto della semina, è caratterizzato dal fatto che sulla terra sembra regnare la morte mentre di sotto la vita è in fermento. Ebbene in questa stagione, nell’immaginario collettivo delle popolazioni pagane, si pensava che la soglia che separava il mondo dei vivi da quello dei morti tendesse gradualmente ad assottigliarsi fino a scomparire del tutto, lasciando così che la porta delle tenebre, nel giorno che fu detto dei morti, si aprisse per fare rientrare le anime sulla terra, alle loro case. Compito dei familiari era quello di onorarli e ingraziarseli, offrendo loro il cibo, da sempre simbolo di eternità e rigenerazione. Un rito pagano che col tempo fu sovrapposto da quello religioso e cristiano.

Elvira Depau

Oi esti su dus de dognassanti (oggi è il due di novembre). “Il giorno dei morti era molto sentito tra noi bambini”, racconta Elvira. Ma tutto aveva inizio il primo di novembre, giorno di Ognissanti. La sera si accendeva sa lantia, un lumicino fatto con uno stoppino di tessuto imbevuto nell’olio che, ben incastrato in un piccolo pezzo di sughero, si lasciava galleggiare dentro una scodella d’acqua. Ogni anima defunta aveva dunque il suo lumino, che restava acceso fino alla mezzanotte del giorno dopo. Le piccole fiammelle volteggiavano sul comò della camera da letto di casa Depau, proiettando le loro ombre sulle pareti della stanza in un modo po’ inquietante per i bambini.

Nelle prime ore del mattino del giorno di Ognissanti, dalle cinque alle undici per la precisione, venivano celebrate le funzioni religiose – al tempo non era stata ancora istituita la messa vespertina. L’atmosfera iniziava a incupirsi con il rintocco delle campane a morto che il sacrestano suonava nel primo pomeriggio. Quel suono grave e lento non dava tregua fino alla mezzanotte del giorno dei morti, dando al paese quell’aura di tristezza e malinconia che s ‘intensificava col sopraggiungere della sera. Non per i bambini tuttavia, perché da quel preciso momento potevano chiedere il permesso ai genitori per “Andare a is animas”, si diceva così: andavano a bussare ai portoni di conoscenti e amici per chiedere un piccolo dono che, secondo le credenze del tempo, avrebbe alleggerito dalle pene l’anima dei defunti. Recuperata una vecchia federa, oppure il sacco di tela vuota della farina dove riporre i regali, per Elvira e le sue amiche aveva inizio l’avventura.

“La mamma”, racconta Depau, “insieme al permesso di andare a is animas, ci spiegava come dovevamo comportarci, ci dava le sue raccomandazioni”. Nel pomeriggio del primo novembre iniziava dunque is animeddas che aveva le sue regole di bon ton. Non bisognava suonare i campanelli o bussare ai portoni più di una volta, anche se, non era necessario insistere sul battacchio, poiché in genere le signore attendevano l’arrivo dei fanciulli accostate alla porta d’ingresso con sa corbula in mano, un cestino colmo di ogni ben di Dio. “Era un momento bello ed emozionante”. I bambini venivano accolti con affetto e tendevano la mano, dicendo:”Seus begnus po is animas” (siamo venuti per le anime). Le donne, qualora non si ricordassero di Elvira, chiedevano, “ E tui figgia di chini sesi?”. Ma capitava di raro, “Mia mamma era conosciuta e stimata da tutti”, e lei con orgoglio rispondeva:” Seu figgia de Severina Ferreli”. Un abbraccio caloroso e poi veniva consegnato il dono, che era sempre accompagnato dalla frase di rito:”po s’anima de figgia mia, oppure de mamai, o de babai…o in modo più generico, po is animas e a si biri a attrus annus.”, (per l’anima di mia figlia, oppure di mia madre, mio padre …o, per le anime e arrivederci al prossimo anno). Il sacco di tela pian piano si riempiva di castagne, noci, fichi secchi e anche di dolci fatti in casa. Le famiglie che avevano perso di recente un proprio caro erano, in genere, le più generose, in quanto animate dall’urgente desiderio di alleviare le pene del familiare appena defunto.

Nel campanile della chiesa era tutto un fermento: il sacrestano, che doveva continuare a suonare le campane fino alla mezzanotte del due, in quei giorni poteva contare sull’aiuto del paese, gli uomini si recavano da lui per fargli compagnia e le donne per dargli da mangiare, “Non mancava il fiasco di vino e gli scherzi goliardici”.

All’imbrunire si ritornava a casa. “A volte, prima di rientrare a casa, mi capitava di andare con qualche conoscente a portare la cena agli uomini che facevano la veglia al campanile. Ma non vedevo l’ora di tornare a casa per raccontare tutto e mostrare il bottino alla mia famiglia”. Il cibo da lei ricevuto e dai fratelli, veniva poi deposto sul tavolo della cucina. La mamma si rassicurava che i bambini avessero ben capito il significato di quel rito, difatti prima di mangiare il cibo ricevuto, si facevano le preghiere, seduti intorno al tavolo, per le anime dei morti che gli erano state raccomandate.

Nel giorno di Ognissanti, ogni famiglia, dopo la cena. imbandiva la tavola per il banchetto dei morti che, allo scoccare della mezzanotte, secondo la credenza popolare, sarebbero tornati nelle loro case: pasta o minestra, formaggio, pane o pistoccu, insalata, acqua, vino e caffè, venivano lasciati in bella vista sul tavolo della cucina. “La mamma ritirava tutto la mattina successiva prima che mi alzassi, e quando chiedevo se avessero mangiato, rispondeva:”Hanno mangiato tutto, vuol dire che hanno gradito””.

La mattina del giorno dei morti si andava in camposanto ad ascoltare la messa, e poi ricominciava la passeggiata per is animas che riprendeva anche nelle prime ore del pomeriggio.

Le campane a morto non cessavano mai di suonare il due di novembre e, se la giornata era uggiosa, quel suono contribuiva a rendere il tutto ancora più triste e cupo. Così nelle case, dove la radio trasmetteva soltanto musica sinfonica e le fiammelle di sa lantia continuavano a volteggiare sul comò.

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