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Mediterranea | December 12, 2018

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La creatività al tempo della crisi - Mediterranea

La creatività al tempo della crisi
Carmen Bilotta

I problemi del mondo d’oggi non possono essere risolti con lo stesso modo di pensare che li ha creati”.

Albert Einstein

Da sempre il termine design rappresenta la metafora della creatività, strumento attraverso cui emergere e affrontare il cambiamento dei tempi anche in situazioni di grande contingenza economica e di grande crisi finanziaria come quella che attualmente investe il mondo occidentale.

Il design al tempo della crisi, parafrasando il titolo di un classico di Marquez, non rinuncia a creare ma diventa sostenibile, sfruttando materiali di riciclo, da discarica industriale oppure ricavati dalla natura e poi manipolati.
Sono sempre più, anche in Italia, i progetti di designers e artisti che partono da materiali riciclati o che concepiscono i loro oggetti perché possano avere una seconda possibilità, una volta terminato il loro ciclo di vita come prodotto.

Gli eco-designers vedono nel riciclo il nuovo strumento di ri-creazione e pongono alla base della loro arte il recupero e la riqualificazione dei materiali come simbolo di funzionalità e innovazione, creatività ed estro al fine di valorizzare il vivere dell’essere umano nel suo vivere in relazione organica con la natura e la società di cui è parte integrante, importante e responsabile e in cui nulla si crea, nulla si distrugge ma tutto si trasforma.

Prima ancora di progettare diversamente è opportuno ripensare il nostro modo di consumare e produrre. Il mondo del design può dare una grossa mano contro gli sprechi, sia attraverso lo studio dei materiali che con idee innovative. Un’altra scelta che può aiutarci a risparmiare è quella di acquistare prodotti fatti di materiali riciclati, in linea con l’eco-design e la battaglia per la sensibilizzazione alla sostenibilità ambientale.

L’idea del dare vita a nuovi oggetti d’arredamento o nel vestiario con materiali riciclati comincia ad essere veramente l’ultima moda (ecologica). Trasformiamo rifiuti in bellezza perché non c’è antitesi fra funzionalità, eco-compatibilità e bellezza e pensiamo che dalla società dei consumi e dallo spreco possa nascere qualcosa di bello ed utile.

Sabrina Locatelli

Sabrina Locatelli

Questa è la filosofia di Sabrina Locatelli (nella foto di Leonardo Brogioni), architetto e designer bergamasca con la passione per l’eco-design e una personale sensibilità verso le tematiche ambientali, la cui creatività risponde in maniera differente al contesto culturale ed economico attuale.

Dopo alcune esperienze maturate tra gli studi di architettura, la Locatelli, fonda nel 2009 RICREARTE, laboratorio di sperimentazione di arte applicata e design autoprodotto. Obiettivo della sua ricerca è la gestione diretta dell’intero processo progettuale, dalla definizione dell’idea fino alla sua realizzazione e distribuzione, passando attraverso la progettazione dell’oggetto e degli strumenti di esecuzione. Muovendo da un costante interesse per la manualità, sperimenta le potenzialità della materia, coniugando la ricerca di materiali recuperati con il tema della sostenibilità intesa come idea, stile di vita e modo di produrre e giunge a una forma di innovazione funzionale. Un viaggio, il suo, che racchiude un tema centrale, un aspetto fondamentale del nostro tempo, e riassume un messaggio di design rivolto all’ambiente e all’eco-sostenibilità nel rispetto del nostro pianeta, ma senza dimenticare l’eccellenza e la qualità progettuale e produttiva.

Un agire controcorrente, dunque, che permette da una parte di creare un “mondo altro” fatto di oggetti durevoli, realizzati con materiali riciclabili, e dall’altra di allungare la vita ad una serie di materiali che altrimenti contribuirebbe ad aumentare il volume, oramai insostenibile, dei nostri rifiuti. Creatività e proposte innovative legate insieme da un filo green di rispetto ambientale e sguardo sostenibile.

Il suo contributo rappresenta, infatti, una risposta alternativa e pratica ai problemi della sostenibilità ambientale che la natura sta ponendo in maniera sempre più crescente all’uomo. Un lavoro che fonda la sua ispirazione sugli spunti che la bellezza invisibile di alcuni oggetti di uso quotidiano nasconde e nasce da una forte convinzione nei confronti del sostenibile e dalla necessità di ricercare continuamente spunti nuovi.

Abbiamo chiesto all’architetto Locatelli come è nata l’idea di conciliare architettura e ambiente e di illustrarci la sua esperienza nell’ambito dell’eco-design.

Architetto Locatelli, i suoi progetti e lavori rientrano nell’ambito della tematica del consumo critico e consapevole. L’eco-design è un approccio, una filosofia che trasforma gli oggetti, crea prodotti, e plasma opere d’arte con un impatto ambientale ridotto. Il concetto chiave legato ad esso, infatti, è “riciclare”, la continua e costante ricerca di soluzioni nuove che rispettino l’ambiente e riducano il consumo di materiali ed energia. Com’è nato il tuo interesse per l’eco-design?

Attraverso una attenta riflessione sulla quantità di rifiuti prodotti e approcciando l’argomento da un punto di vista differente, quello lavorativo. Da sempre mi accompagna la passione per la manualità e la creatività che, unita alla tecnica acquisita durante il corso di studi, mi hanno portato a sperimentare in questa direzione. Mi affascina la possibilità di reinterpretare ciò che già esiste, di trasformare un oggetto che, assemblato in forme diverse o ripetuto in serie, possa riacquistare valore. Riciclare è un’arte che crea senza distruggere e sempre utilizzando materiali vergini considerati di scarto o restituendo nuova vita e funzioni a tessuti, metalli, plastica, legno. L’eco-design fa riferimento alla cultura dell’etica e dell’estetica perché si associa alla difesa dell’ambiente e all’educazione a questa stessa difesa.

Partendo da questa intuizione e da queste riflessioni, nel 2009 è nato “Ricrearte”, uno studio che è anche il laboratorio in cui lei progetta, produce e commercializza oggetti di design innovativo utilizzando prevalentemente materiali recuperati. Oggetti d’arte, veri e propri capolavori, che sono materia che ri-nasce, un modo innovativo per coniugare design, creatività e rispetto per l’ambiente.

L’obiettivo del progetto, mi pare di capire, sia quello di trasformare ciò che con brutta parola sono i “rifiuti” in complementi d’arredo raffinati ed eleganti. L’obiettivo, quindi, è mettere di fronte al consumatore il nobile pensiero che con il riciclo si possono creare idee originali ed ecologiche per arredare casa.

L’architettura è arte ma è anche tecnica, quindi deve essere “utile”. E’ frutto di un piano di lavoro che si fonda su studi precisi e su incroci perfetti: un gioco sapiente di contrasti e di equilibri che raggiungono la perfezione con la funzionalità del prodotto finito. In quest’ottica l’architettura, visto il considerevole impatto che determina sull’ambiente e le popolazioni, necessita di essere riletta e rivisitata in chiave ecosostenibile. L’eco-design pone l’accento sulla responsabilità delle nostre azioni sul nostro pianeta e tiene in considerazione la nostra impronta ecologica sul pianeta. Alla luce di queste considerazioni, l’eco-design secondo me è da intendersi anche come una forma di re-interpretazione dell’oggetto scartato e come gesto di resistenza al fenomeno contemporaneo della “consumopatia”.

Lampade Fringes

Lampade Fringes

Esito della sua riflessione progettuale sono oggetti di design come lampade, tappeti, specchi e sedute, un vero e proprio riciclaggio d’autore, dal momento che il riciclaggio attraverso i suoi progetti si fa arte. Come si articola il suo lavoro e attraverso quale percorso di ricerca?

Il percorso di ricerca è complesso e si articola in tre fasi: innanzitutto una fase di studio, ricerca e scelta dei materiali. Quindi, la progettazione dell’oggetto e degli strumenti di esecuzione. Infine, la completa realizzazione. L’intero processo, dall’ideazione alla realizzazione, passando per la progettazione, si caratterizza per una continua dinamica dialettica attraverso la ricerca dell’equilibrio tra forma, colore, materia e proporzioni.

Lo studio, la ricerca e la scelta del materiale risultano determinanti dell’intero percorso di realizzazione di ogni singolo oggetto, dall’ideazione alla completa esecuzione.
La ricerca del materiale risulta quindi molto accurata, poiché spesso è questo a determinare la forma e la funzione dell’oggetto.
Dalla scelta del materiale passo poi alla fase progettuale, che non riguarda solamente l’oggetto in sé e il suo valore estetico, ma anche gli strumenti di esecuzione. Per la realizzazione del tappeto Rothko, ad esempio, in feltro di lana vergine intrecciato a mano, ho ideato un telaio molto elementare che mi permettesse di intrecciare una trama grossa. Tradizione e innovazione insieme, dunque, la tecnica antica della tessitura e il tema innovativo della sostenibilità, intesa contemporaneamente come idea, stile di vita, modo di produrre. Dalle cimose della lavorazione del feltro, lunghe circa 50 metri ciascuna, spesse e caratterizzate da una cucitura eseguita prima del taglio con filo di colore “a contrasto”, la tessitura permette di passare a un intreccio a trama grossa che mescola il colore del feltro a quello della cucitura secondo un andamento irregolare dovuto alla torsione naturale della fibra in fase di lavorazione che dà vita a inedite nuance. Non servono cuciture, le varie cimose sono soltanto intrecciate l’una con l’altra e la tecnica consente di ottenere infinite varianti, scegliendo colori differenti e diverse modalità di assemblaggio, così che ogni tappeto è un pezzo unico. Ancora, per la realizzazione delle lampade Fringes, ho studiato alcuni strumenti che potessero velocizzare il lavoro di foratura dei tappi.

Non le nascondo come la possibilità di trasformare gli oggetti in altro da sé, mi suggerisca la possibilità di leggervi una forma di valore e forza resistenziale al dilagare dello spreco attuale. Credo che lei stessa abbia definito le sue creazioni “icone della resistenza al consumismo”.
Le sue sono creazioni da diffondere e insieme messaggi da recapitare, con l’auspicio che siano correttamente decodificati. Il suo ri-creare, attraverso un processo a basso impatto ambientale, vuole essere anche un gesto poetico di denuncia di un sistema bulicamente consumistico?

Si, l’obiettivo è quello di creare oggetti di design dalla forte carica simbolica che spinga a rivedere lo stile di vita quotidiano in un’epoca segnata dal consumismo veloce. Un’opera di sensibilizzazione che avvicini le persone ai temi attualissimi dell’ecologia e della tutela e valorizzazione dell’ambiente. Ogni mia creazione è pensata, progettata e realizzata con materiali di riuso, da smaltire e gettare via perché ormai inutili e obsoleti. Ogni oggetto è reinventato per acquistare nuova vita e nuovo senso.

Se da Kurt Schwitters ad Arman e poi negli anni
Sessanta attraverso la Junk Art, i rifiuti hanno fatto la loro comparsa nelle gallerie d’arte, ora è il mondo del design a porre la sua attenzione su di essi e a “ri-leggerli”. Oggi non si tratta solamente di una questione estetica, di dare visibilità alle implicazioni della società dei consumi, ma anche di una questione etica, di sostenibilità degli stili di vita. Dagli intenti provocatori e dalle operazioni di spiazzamento e ri-contestualizzazione care agli artisti, l’eco-design sposta l’attenzione sul rifiuto in chiave ecologica: creare oggetti con ciò di cui ci si disfa è un gesto significativo soprattutto in termini di sostenibilità e di rispetto dell’ambiente. Quando progetto un oggetto, lo penso inserito in un contesto più ampio, quindi, contestualmente mi “prendo cura” del suo futuro quadro d’inserimento.

Dietro Ricrearte si cela la volontà e il desiderio di promuovere forme innovative di arte, architettura e design con particolare attenzione alla sostenibilità ambientale, economica e sociale.

Quale è per lei il senso ultimo dell’eco-design?

La nozione di eco-design fa pensare alla difesa e al rispetto dell’ambiente, ma anche all’educazione a questa stessa difesa. Ogni materiale può riacquistare valore se trasformato e assemblato in forma diversa. Questo per me è il senso dell’eco-design: considerare la possibilità di “ri-visitare” ciò che già esiste, lontano dalla logica dell’usa e getta praticata senza attenzione da questa cultura consumista.
Per questo motivo la ricerca del materiale diventa fondamentale.

Ritiene ci sia stato un mutamento o almeno un’evoluzione nella scelta o nel suo rapporto con i materiali utilizzati nel suo lavoro?

Rispetto agli inizi utilizzo un criterio più selettivo nella scelta del materiale e a volte è proprio una scoperta. Le corde in feltro sono scarti di lavorazione di un’azienda tessile, conservate da anni proprio perché considerate di materiale nobile (feltro di pura lana vergine al 100%) in attesa che qualcuno ne facesse buon uso.

“Ridurre”, “riciclare”, “riusare” sembrano essere il suo imperativo categorico. Al tradizionale percorso lineare: produzione/uso/discarica sostituisce, attraverso i suoi progetti e le sue creazioni, il ciclo continuo: produzione/uso/riciclaggio/nuova produzione. Un pensiero raffinato e al tempo stesso pratico il suo, che fa si che il ciclo vitale degli oggetti non si esaurisca.

Ritengo che quasi mai non si presti la giusta attenzione a ciò che accade ai materiali che usiamo, una volta terminata la loro funzione. Una volta che un qualsiasi oggetto viene percepito come inutile è gettato via. Il consumismo moderno ci ha abituato a gettare via cose che possono essere ancora utili ma vanno, per sfortuna, in maniera incessante a finire su montagne di spazzatura. Ho voluto sfidare questo paradigma di sprechi, cercando di realizzare opere che prolunghino la vita estetica di un oggetto prodotto in serie, dandogli un secondo utilizzo. E’ in tale direzione che i miei oggetti cercano di inserirsi, anche come provocazione ad una riflessione, al di là del senso estetico dell’oggetto fine a se stesso; una forma di valore e forza resistenziale al dilagare dello spreco attuale. Importante nei miei lavori, al di là della progettazione estetica, è sicuramente il valore aggiunto di eco-compatibilità, poiché i materiali utilizzati sono prevalentemente recuperati o a basso impatto. I miei lavori si pongono tra design, arte e artigianato, la semplicità di utilizzo è, dunque, spesso una conseguenza, oltre che un obiettivo.

In un momento di crisi come quello che stiamo vivendo, settori come quello in cui lei opera, ritiene possano contribuire in qualche modo al rilancio di nuove forme di produzione e mercato?

Voglio essere positiva, nonostante tutto, nonostante il momento che attraversiamo: la parola crisi da sempre nella storia è associata ai cambiamenti; voglio credere che anche ciò che stiamo vivendo in questo momento storico faccia presupporre ad un cambiamento radicale, in primo luogo di valori. La crisi, attuale, reale e totalmente coinvolgente, non deve costituire e non può rappresentare in alcun modo l’anticamera di una disfatta, della catastrofe; semmai deve essere considerata un nuovo punto di partenza, una tappa lungo un percorso che per essere seguito ha bisogno di idee nuove, di un modo innovativo e totalmente alternativo rispetto agli schemi tradizionali di affrontare l’intero sistema occidentale, dalla finanza alla ricerca. Si deve spostare l’attenzione delle imprese, il modo di osservare e dialogare con l’utilizzatore, il modo di fare prodotto.

C’è una frase molto bella di Umberto Galimberti a una lettrice di Repubblica: “Il prevalere degli interessi individuali su quelli collettivi è la vera causa del declino“. Nel mondo occidentale, e in Italia in particolare, il primato degli interessi della comunità non è più un valore aggregante capace di ispirare modelli comportamentali in grado di garantire quella continuità tra passato e futuro che lasci intravedere alle nuove generazioni la possibilità di un avvenire che li motivi. Il problema è soprattutto da ricercarsi nell’imprevedibilità del futuro, da cui scaturisce la mancanza, l’assenza di uno scopo e di un obiettivo da realizzare. Un processo che demotiva i giovani a impegnarsi nel presente. Direi, dunque, che la crisi è culturale più che psicologica. A questo proposito, tuttavia, qualcuno parla di “decrescita felice”, mi riferisco a Serge Latouche, come presa di coscienza e consapevolezza, come tentativo di cambiare direzione, uno spunto di riflessione e di azione per prepararsi a un cambiamento radicale che comunque arriverà.

Nuove forme di produzione e mercato sono sicuramente necessarie e bisogna impegnarsi per realizzarle. Prima, però è necessario individuare o meglio ritrovare lo scopo, la risposta al perché tutti ci dobbiamo impegnare in qualcosa che sia utile alla comunità. Uniti si è più forti: mettere in circolo le proprie idee, i propri progetti rappresenta certamente un aiuto ad affrontare e magari risolvere le grandi difficoltà che attualmente attraversano anche il paese. Portare nuove idee può fare la differenza tra il desistere e il perseverare nel cercare di superare insieme le difficoltà per uscire dalla crisi e trovarci poi, oltre la tempesta, con un nuovo senso di comunità, un nuovo modo di “fare insieme”. “Raccontare” e far ri-vivere la materia attraverso un prodotto che ha una sua storia precedente alle spalle e attraverso il riciclo, il recupero e la rifunzionalizzazione si fa “altro da sé”, può certamente contribuire a ciò.

Un’imprenditrice-filosofa, l’architetto Locatelli, che cita Galimberti e Latouche e concepisce, disegna e realizza articoli dal design accattivante e contemporaneo con materiali inaspettati. Si ispira a una filosofia di eco-design molto pragmatica, caratterizzata dal contenimento dei consumi economici e ambientali e attraverso i suoi manufatti esprime il proprio dissenso al consumismo imperante. Suggestiva e intrigante è la possibilità di reinterpretare e rifunzionalizzare un oggetto dismesso, desueto, inutile e di conseguenza abbandonato, tanto più in un’epoca in cui lo spreco sembra essere una deriva irresistibile e il bisogno indotto di nuovi consumi un’ossessione collettiva.

E’ un percorso carico di segni quello di Sabrina Locatelli, in cui ogni progetto prevede un secondo utilizzo per l’oggetto prodotto, sia come materiale sia come funzione. Recupero e riutilizzo creativo in nome di un gesto più denso della mera provocazione, che chiama in causa il rispetto per l’ambiente e la sostenibilità anche economica di ciò che viene prodotto.

Alla luce di queste considerazioni, il ruolo dell’eco-designer consiste nell’ispirare nuovi comportamenti e stili di vita e si configura come capacità e insieme opportunità di educare le persone con oggetti che diventano veri e propri strumenti del cambiamento a favore di un mondo più sostenibile.

Si ringrazia l’Architetto Sabrina Locatelli per la disponibilità e la cortesia e per il tempo prezioso che ha dedicato ai nostri lettori.

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