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Mediterranea | November 19, 2018

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La chiave dell'ascensore, di Agota Kristof con Francesca Palmas - Mediterranea

La chiave dell’ascensore, di Agota Kristof con Francesca Palmas
Redazione

Articolo di Anna Felicia Nardandrea

Roma (ITALIA)

La chiave dell’ascensore

di Agota Kristof

con Francesca Palmas
regia Massimo Palazzini

Teatro Trastevere – Via Jacopa dé Settesoli, 3 – ROMA

dal 20 aprile al 2 maggio – ore 21.00; domenica ore 18.00

“Prima che il sipario si alzi, si sente un lungo urlo” – avverte Agota Kristof introducendo il lettore nella scena fisica ed esistenziale della Chiave dell’ascensore, pièce teatrale che, insieme all’Ora grigia, anticipa e condensa moventi e motivi della Trilogia della città di K., primo romanzo e riconosciuto capolavoro della scrittrice ungherese.

L’urlo è il solo gesto che la protagonista di questa breve ma intensa scrittura può compiere per dare voce alla sua identità mutilata e costretta in un corpo invalido, per testimoniare la propria verità. Un urlo, tanto necessario quanto disperato, che strazierà il silenzio e abbatterà i muri asfittici e inaccessibili del luogo claustrofobico in cui la scena si concentra.

È a questo primo e ultimo gesto che ripenso mentre prendo posto nella piccola platea, accuratamente rimessa a nuovo, del Teatro Trastevere, dove la Chiave dell’Ascensore è in scena dal 20 aprile al 2 maggio, interpretata da Francesca Palmas e diretta da Massimo Palazzini.

L’urlo – scrive Elisabetta Rasy nell’introduzione all’edizione italiana – è ciò che salva la scena delle relazioni in atto dal perdersi definitivamente in una musica funebre. Ed è con una musica funebre – il Requiem di Mozart – che il sipario si apre su un mondo segnato dalla desolazione, dalla crudeltà, dall’ambiguità del doppio: un mondo appartenuto al vissuto della scrittrice-profuga ungherese ma che non cessiamo, per questo, di riconoscere anche come nostro.

Abdicando all’impianto naturalistico di questa “favola buia”, il regista ha sostituito la sedia a rotelle, dove la protagonista, ormai sorda e cieca, è ridotta a vivere, con un colorato e simbolico girello: un oggetto scenico che, grazie alla magica polisemia del segno teatrale, si trasforma a vista, nel corso dello spettacolo, in ventre materno, bunker che ingabbia, pozzo della memoria e luogo della fantasia. Nella voce di Francesca Palmas, protagonista assoluta ed eccezionale di questo spettacolo, riecheggiano anche le voci degli altri protagonisti – il marito, il medico, il guardiacaccia – personaggi assenti-presenti in scena se non come pupazzi, ancor più pervasivi e inquietanti nel loro statuto di simulacri teatrali. E la stessa grande pianura, meta sognata dalla protagonista e altrove immaginato al di là della finestra, nella regia di Massimo Palazzini non è più di un quadro costretto in un arco scenico, scatola magica di un teatrino domestico che rende esplicito, esibendolo, il gioco del sacrificio dell’altro e di sé.

Sia nell’Ora grigia, sia nella Chiave dell’ascensore – scrive ancora Elisabetta Rasy – agiscono, mascherati da piccole situazioni intimiste, ampi cerimoniali di tortura e messa a morte. Oltre la maschera delle relazioni marito-moglie, uomo-donna, vittima-carnefice c’è l’eterno conflitto dell’uomo contro se stesso e c’è la guerra che invalida la mente e il corpo – leggiamo nelle note che il regista ci consegna. E rumori di guerra, durante lo spettacolo, interrompono bruscamente “la voce dolce e un po’ cantante” della protagonista, alternandosi a canti d’amore e urla soffocate.

Nell’immobilità di un racconto teatrale in cui l’unica “azione” – agita e non parlata – coincide con la messa a morte del marito-carnefice per mano della moglie-vittima, Francesca Palmas ha dato della protagonista un’interpretazione straordinariamente efficace. Le parole di questo breve racconto teatrale, veicolate attraverso la sapiente mimica facciale, la flessibilità vocale e i microsegni di un corpo d’attrice parlante malgrado la semi-infermità del personaggio, hanno saputo incatenarci all’ascolto, rendere partecipata e a tratti commossa la nostra presenza nel buio della sala.

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