Rosarno (Calabria)
C’è un filo sottile che intreccia le contraddizioni di un frammento del Sud con problematiche comuni alle tante realtà bagnate da quel mare che racconta anche la nostra storia.
La cronaca di questi tempi ci parla ancora una volta di una Calabria disperata, senza via di scampo. È il peccato originale e continuo di una terra travolta dai colpi della storia, che non ha saputo reagire alle vessazioni di colonizzatori vecchi e nuovi, che è complice della borghesia mafiosa.
Negli occhi dei tanti immigrati partiti da Rosarno si scorge il riflesso di una ferita ancora aperta, di quando eravamo noi a cercare fortuna altrove. Specchi rotti in un mucchio. Identità e alterità si confondono, la collera contro l’oppressione e contro chi oltraggia i luoghi scatena la caccia all’uomo, e la gente si scopre improvvisamente razzista. La storia sottolinea l’ambivalenza degli sguardi, il sottile nesso peccato-senso di colpa.
Ci ricorda ad esempio l’arrivo degli albanesi alla fine del Quattrocento, e un lento e faticoso processo di integrazione. Ci ricorda la repressione feroce dei valdesi a Guardia Piemontese, nel Cosentino, e insieme il progressivo costituirsi di piccole e grandi comunità che avrebbero segnato, nel tempo, la memoria collettiva della gente.
Guardando certe immagini in televisione, è impossibile non pensare a quando i poveri clandestini eravamo noi, soltanto mezzo secolo fa; quando subivamo ingiustizie, senza però dimenticare.
Chi è rimasto invece, oggi, a Rosarno, dimentica nel degrado di una nuova miseria culturale che respinge, crea fratture, separa. Per schierarsi – anche solo con il proprio qualunquismo – dalla parte del più forte, dalla parte di un sistema che scompagina per distruggere. Ecco allora i due volti della Calabria: da un lato il triangolo Riace, Caulonia, Stignano - dove nel tempo le comunità hanno offerto ospitalità ai rifugiati - concepito come avamposto di accoglienza civile. Dall’altro, invece, Rosarno, vessillo di una furia intollerante verso i raccoglitori di arance, versione postmoderna di una schiavitù mai superata.
Gli africani si ribellano, sono loro che “salveranno Rosarno”, come ha scritto, nel suo libro, Antonello Mangano. Speranza di riscatto per un’intera regione.
Una rivolta da parte degli immigrati c’era stata già lo scorso anno, quando due ivoriani furono feriti a colpi di pistola. In quella circostanza, gli immigrati testimoniarono e il colpevole venne arrestato nel giro di poche ore. Stavolta le cose sono andate diversamente, la rabbia è esplosa in conflitto, la violenza subita ha scatenato una reazione scomposta, umana. Molti si impegnano adesso a ridimensionare l’immagine che si è diffusa nel mondo di una Rosarno xenofoba e mafiosa, sono tanti i cittadini che ripetono di non essere razzisti, che rivendicano un’antica solidarietà nei confronti degli immigrati. Ma è solo questione di immagine, non siamo neppure nella fase più matura del senso di colpa.
Sembra che per la Calabria non ci sia possibilità di salvezza. Le condizioni di generale sottosviluppo, il degrado strutturale e mentale generano paura e innescano meccanismi paradossali, spesso inspiegabili. I respingimenti dei rosarnesi rievocano quelli terribili verso la Libia. In questo clima di generale intolleranza, resta in ogni caso la generale percezione di un’occasione perduta: quella di chi crede che il progresso passi innanzitutto attraverso forme di partecipazione e condivisione, che il senso del nostro vivere sia inevitabilmente legato ad un sentimento comune, meridionale e mediterraneo insieme.
COMPLIMENTI, TERESA. LUCIDA E PUNTUALE COME SEMPRE.
DANIELE @ 24.02.2010 @ 10:27:21