Cagliari (ITALIA)
Qualche settimana fa il ministro Rotondi ha espresso una forte critica nei confronti della pausa pranzo italiana, colpevole, secondo quanto emerso da una ricerca internazionale, di rendere l'Italia poco competitiva sul piano della produttività rispetto ad altri paesi in cui il pranzo si riduce ad uno spuntino davanti al computer.
Una levata di scudi ha seguito le dichiarazioni del ministro: in prima fila i nutrizionisti che hanno sottolineato l'impraticabilità dell’eliminazione della pausa pranzo in un paese come l'Italia, dove la colazione è piuttosto leggera o addirittura inesistente e il momento del pranzo costituisce, o dovrebbe costituire, il pasto principale della giornata.
Insomma l'auspicata pausa pranzo ridotta a spuntino davanti al pc è un'abitudine tollerabile, dal punto di vista dei nutrizionisti, solo nei paesi anglosassoni dove la giornata inizia con una consistente colazione a base di uova e pancetta, ma non in quelli mediterranei dove, bene che vada, il primo pasto della giornata è costituito da una tazza di latte accompagnata da un cornetto.
Al di là delle valutazioni dei medici, anche i lavoratori italiani si sono mostrati contrariati dalle dichiarazioni del ministro, e il loro punto di vista è espresso in maniera esauriente dai risultati del Progetto Food, iniziativa finanziata dall'Unione Europea e finalizzata a scoprire le abitudini alimentari quotidiane di un campione di 4.500 lavoratori di sei paesi europei.
Nonostante le preoccupazioni relative alla produttività manifestate da Rotondi, ciò che emerge dallo studio è una tendenza, comune ai sei paesi, verso la riscoperta della pausa pranzo tranquilla, seduti ad una tavola calda o al ristorante.
La ricerca, oltre a evidenziare le preferenze alimentari dei lavoratori dei diversi paesi (in Italia, manco a dirlo, la fa da padrona la pasta), pone l’accento su come il pranzo consumato seduti a tavola scambiando qualche chiacchiera con i colleghi sia infinitamente più salutare di un veloce break in ufficio.
La salute dunque prima della produttività, la ragione aziendale sacrificata ad un più umano ritmo di vita secondo medici e lavoratori. Probabilmente se la proposta di Rotondi fosse tradotta in legge troverebbe la stessa resistenza incontrata da Zapatero in Spagna nel 2006, quando decise di abolire la siesta. Un tentativo fallito dal momento che la riforma dell’orario di lavoro dei dipendenti pubblici non ha avuto un seguito nel settore privato e non si è estesa al di là delle città principali. Peraltro anche a Madrid, se si escludono le maggiori catene commerciali che osservano l’orario continuato, i negozi continuano a chiudere alle 14 per riaprire alle 17 ed è raro trovare un ristorante che serva il pranzo prima delle 14.
Sembra dunque che il popolo mediterraneo non intenda rinunciare ai propri tradizionali ritmi quotidiani per piegarsi ad un unico stile di vita standardizzato nel nome del PIL nazionale.
Tranquillità della pausa pranzo e scelte alimentari attente alla genuinità delle materie prime sono dunque le scelte più comuni tra i lavoratori italiani.
Azzardando un collegamento tra la diatriba in questione e la ricerca Akea (acronimo di A Kent’Annos) svolta in Sardegna per scoprire il segreto della grande concentrazione di centenari, si potrebbe affermare che i lavoratori italiani non hanno poi tutti i torti a orientarsi verso uno stile di vita più blando che consenta di sedersi a tavola anche durante i giorni lavorativi.
La ricerca Akea infatti, analizzando fattori genetici, ambiente e stile di vita dei nonnini barbaricini e ogliastrini (Barbagia e Ogliastra sono le zone in cui è maggiore la concentrazione di centenari sardi), ha evidenziato che, al di là del patrimonio genetico fondamentale per raggiungere il traguardo dei cent’anni, queste persone hanno sempre condotto uno stile di vita semplice, con pochi stress e preoccupazioni, nutrendosi di prodotti naturali e vivendo in campagna, lontano dall’inquinamento delle città.
Sebbene l’esempio dei nonnini sardi sia difficile da imitare nelle grandi città, può tornare utile ricordare che è giusto e salutare concedersi i propri spazi e stare più attenti a ciò che mangiamo.
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