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Oltrepassare, Fuoriuscire,Trasgredire: senso del peccato e senso di colpa tra i giovani immigrati

di Carmen Bilotta

tempo di lettura stimato: 5 min

Siena (ITALIA)

EMIGRAZIONE MAROCCO, MEDITERRANEOAi giovani immigrati maghrebini, il cui contesto sociale d’origine è fatto di halal e haram, di ciò che è permesso e di ciò che è proibito, il contesto culturale italiano appare anarchico e ricco di segnali contraddittori.

In questo mondo del compromesso il giovane maghrebino si sente pericolosamente senza freni e senza relazioni che diano significato al suo vivere quotidiano e la gestione del sé appare complicata. Una situazione di incertezza sociale, normativa, relazionale a cui alcuni “rimediano” ricercando facili amicizie di connazionali che spesso li induce alla “devianza” (spaccio e furto) o attraverso l’uso di sostanze che in patria gli sarebbero proibite. Ciò che in Marocco sarebbe considerato haram diviene possibile o silenziosamente accettato; quasi che nel mondo dove tutto sembra relativo, per l’immigrato maghrebino tutto diventasse relativo. La trasgressione, tuttavia, si manifesta ed è vissuta in maniera diversa in base alla provenienza dell’immigrato e al progetto iniziale di immigrazione. Differente è anche il senso del peccato che la trasgressione genererebbe, fattore questo da cui si originano sentimenti di colpa che a loro volta possono tradursi in forme di “resistenza” rispetto all’eventualità che la trasgressione si compia realmente.

Il primo processo migratorio cui ci riferiremo è quello che, a partire dagli anni ’80, ha interessato l’altopiano centro-occidentale del Marocco, quando l’agricoltura e l’industria estrattiva e di trasformazione entrano in crisi. Vista l’impossibilità di riconversione economica, gli abitanti dell’altopiano, facilitati dalle nuove agevolazioni nell’ottenimento del passaporto, iniziano ad emigrare all’estero, impegnandosi in attività economiche basate sul pendolarismo tra Italia e Marocco e sull’ambulantato in Italia. Il progetto iniziale di immigrazione per i ragazzi provenienti dalla campagna è definito dal clan familiare. Il giovane è affidato a un gruppo di parenti (generalmente gli zii) i quali esercitano su di lui l’autorità parentale e assicurano il suo inserimento in un sistema economico marginale, ma regolamentato. L’autorità della famiglia è esercitata senza costrizione alcuna poiché forte di due strumenti: “Sakht” e “R’Da” (la maledizione e la benedizione dei genitori) assicurano, infatti, l’adesione del giovane al progetto del clan. Negli anni ’90 questa struttura economica entra in crisi: alcuni ambulanti si convertono in lavoratori dipendenti, altri, invece, continuano ad esercitare la medesima attività che si degrada fino a trasformarsi in qualcosa di molto vicino all’accattonaggio.

Con lo status socio-economico muta l’autorevolezza dei capifamiglia: laddove, in passato, un’attività commerciale fiorente era esercitata da capifamiglia autorevoli, ora assume importanza l’inserimento di giovani figli e nipoti, capaci di suscitare sentimenti di simpatia e compassione.

seconda generazione di immigrati marocchiniL’abbandono del progetto iniziale di immigrazione, (l’attività di ambulantato) è ormai evidente e con esso la fuga dal controllo sociale esercitato dal clan familiare, primo vero fattore di “trasgressione” che espone i giovani al “sakht” dei genitori. Infatti, sebbene non tutti coloro che “escono”dal clan arrivino a compiere atti illegali, (alcuni frequentano la scuola, altri seguono dei corsi di formazione professionale) sono, tuttavia, considerati dei “fuoriusciti”, poiché hanno trasgredito il sistema di valori originario. Nella tradizione contadina maghrebina, infatti, le gerarchie ed il consenso sociale non fanno capo ad elementi materiali. La terra, bene primario ed essenziale, ha valenze simboliche e relazionali che precedono e superano quelle economiche, è è vissuta come un “estensione” della casa, a sua volta considerata rappresentazione e prolungamento della famiglia. Sulla nozione di terra intesa nel senso di “comunità” si fonda, dunque, l’identità del gruppo. La trasgressione si identifica, dunque già a partire dal superamento di questa soglia e si traduce in termini di uscita e “fuoriuscita” dal gruppo di appartenenza. Per i giovani immigrati, alle prese in occidente con una situazione di precarietà quotidiana e con la perdita del senso di appartenenza culturale, l’esposizione degli alcolici nei supermercati o la possibilità di consumare droghe è una tentazione assai forte; tuttavia, sebbene il diverso contesto sociale e l’allentato controllo del clan familiare possano favorirne il consumo, l’eventualità che ciò accada rimane pur sempre una trasgressione, dunque haram, in grado di generare forti sensi di colpa Anzi, essa appare per la persona che potrebbe compierla ancor più significativa che se fosse compiuta in patria, dove la presenza di un freno esterno renderebbe meno forte il senso di colpa. Il superamento della soglia di haram, di cui il consumo di alcolici o droghe è solo un esempio, sarebbe vissuto con sofferenza perché i giovani sentirebbero di essersi lasciati corrompere.

Per i ragazzi delle periferie o dei quartieri storici delle grandi città del Marocco il percorso è diverso: la “trasgressione” si esprime già nel progetto migratorio, dal momento che generalmente si tratta di giovani immigrati senza il consenso della famiglia o con un consenso forzato e condizionato. In questo contesto, contrariamente alle aree sopra trattate, la nozione di clan è spesso una parola “vuota” e i concetti di sakht/r’da deprivati del loro valore e potere originario. Persistono dei legami sociali, quelli imposti dalla necessità (il vicino di casa, seppur estraneo, è talmente prossimo da divenire il surrogato di un familiare) ma ciò non implica alcuna forma di rinforzo sociale funzionale al rispetto delle norme. Il controllo sociale è sì maggiore rispetto alle situazioni di emigrazione, ma allentato rispetto ad altre realtà interne al Maghreb. Quando questi giovani giungono in occidente sono perciò consapevoli di vivere in un contesto in cui risulta ulteriormente abbassato il livello di autorevolezza del padre.

Il confine con le attività illegali, haram, dunque, sarebbe per questi giovani apparentemente quasi inesistente. Semplicemente si amplificherebbe la sensazione di essere in un territorio proibito e la devianza, rappresenterebbe solo l’ultimo anello di una catena di “trasgressioni”. La rottura con le esperienze precedenti, l’uscita da ciò che è la “norma” non avverrebbe nel momento del passaggio all’illegalità ma sarebbe già avvenuta in precedenza. Ciò non toglie che questi ragazzi ritengano che i soldi derivati dal “peccato” (furto e spaccio) non debbano essere mischiati con ciò che è halal, sfera a cui è riferita la famiglia. Questo fenomeno diviene evidente quando per alcuni di loro si scontrano due opposti doveri: mantenere la separazione fra halal e haram, e il dovere/volere continuare ad inviare del denaro alla famiglia. Così, spesso, i ragazzi mandano a casa del denaro haram, ma parallelamente si aspettano una ricaduta negativa per questa loro azione sacrilega, tant’è che sono soliti interpretare il loro arresto come una manifestazione della maledizione dei genitori che hanno ricevuto il denaro ricavato dal haram.

Carmen Bilotta [ 01/02/2010 ]


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