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Dialogo con la poetessa Paola Musa

di Gianmarco Murru

tempo di lettura stimato: 4 min

Roma - Sardegna

il terzo corpo dell'amore, cultura mediterraneoPer ascoltare il punto di vista poetico del peccato e senso di colpa, abbiamo intervistato la poetessa e scrittrice Paola Musa.

Autrice di numerosi testi di poesia e di romanzi come “Il terzo corpo dell'amore”, un testo che riporta in varie sfumature il tema scelto da mediterranea. Una persona molto disponibile e straordinariamente aperta e curiosa, che affronta temi molto imbarazzanti per i media italiani, come il sesso tra adolescenti, l’incomunicabilità e i rapporti familiari instabili, tipici di questo periodo storico.

Per certe persone il peccato è un macigno che si porta appresso tutta la vita, un peso insopportabile, un incubo che provoca violenti sensi di colpa. A tutto questo si può ovviare con il pentimento e la penitenza. Questa è la versione molto semplificata dell'attività della Chiesa cattolica. Esiste in filosofia il problema della coscienza, che ha scaturito nei secoli centinaia di partiti e adepti della versione sociale della coscienza, di quella personale attraverso la versione psicologica o di quella fisiologica attraverso la filosofia analitica. Questi sono solo tre esempi di come si possa partire per considerare il peccato e il relativo senso di colpa.

Tu pensi che il peccato e il senso di colpa sia solo appannaggio delle Chiese, o esiste un senso laico del peccato e naturalmente del senso di colpa?

Il concetto di peccato ha, senza ombra di dubbio, una matrice religiosa, che nel corso dei secoli ha enormemente influenzato la nostra cultura, anche quando si dichiara ‘laica’. Altro significato ha secondo me il concetto di ‘senso di colpa’, che può essere inteso in senso più ampio, non solo come conseguenza dell’infrazione di un divieto (commettere peccato, appunto) ma come presa di coscienza di sé. Consideriamo per un momento la Bibbia non come testo esclusivamente sacro, ma per quello che effettivamente è, ovvero un testo letterario: la scoperta da parte di Adamo ed Eva della propria nudità dopo aver mangiato dall’albero della conoscenza e’, appunto, una presa di coscienza di se’, dei propri limiti. Su tale argomento ogni epoca e ogni cultura ha creato i suoi simboli, e la somiglianza di tali simboli ci conferma il bisogno dell’uomo di cercare norme di condotta al suo agire.

La poesia e la letteratura ha creato nei millenni opere ricche di suggestioni su questo argomento, a partire dal racconto di Medea. C'è un'opera che ti ha colpito particolarmente su un peccato mortale?

Ce ne sono tante, ma un autore che sento molto vicino e’ Dostoevskij. In tutte le sue opere c’e’ questo continuo contrasto tra purezza e peccato, tra peccato e redenzione, tra vittima e carnefice, che mi affascina molto.

Cos'è peccato per te? Il tuo racconto “Il terzo corpo dell'amore” descrive il racconto della prima esperienza sessuale di una ragazza. Un'esperienza che racconta ad un'amica, quasi senza emozione, sembra che non ci sia nessuna paura ad aver iniziato a fare sesso con un ragazzo. Nessuna paura e neanche senso di colpa, quasi fosse un'esperienza come un'altra. Descrive bene quanto siano distanti le posizioni dei ragazzi rispetto a 20 anni fa ad esempio. I peccati cambiano e di conseguenza i sensi di colpa ad essi collegati. Cosa ne pensi.

Ne “Il terzo corpo dell’amore” c’e’ in realtà un’esperienza di sesso di gruppo tra una ragazza considerata ritardata e tre ragazzi, sotto lo sguardo delle sue amiche allibite. Non si tratta di uno stupro, la protagonista sta facendo esperienza di sé senza conoscere il senso di nudità vergognosa che è il senso di colpa. Quello che cerco di raccontare attraverso Rosy non è il peccato, ma l’innocenza. Un’innocenza che non ha nulla a che fare con la virtù, perché la virtù implica che si conosca la malizia. In Rosy, la protagonista adolescente del romanzo, l’innocenza è tale, da risultare scabrosa. E l’innocenza e’ scabrosa agli occhi dei moralisti e dei normali ‘peccatori’, quando si esprime al di là del bene e del male. Al centro dell’esperienza inconsapevole di Rosy c’e’ il corpo come unico universo possibile, non il sesso: “Niente era possibile raffigurarsi senza la geografia del corpo. Anche Dio che era Dio, per farsi capire dagli uomini aveva smesso di farsi raccontare dai libri e si era fatto uomo. Aveva la barba, i capezzoli, la bocca, le mani, i piedi, proprio tutto. Anche il sangue aveva, pensava Rosy, altrimenti non poteva versarlo”.

Il romanzo e' in effetti percorso anche da una tematica religiosa ma in senso molto ampio. Il padre di Rosy e' infatti un ateo convinto, la madre e' una donna insicura ma condizionata da una certa educazione. Una serie di sensi di colpa la indicono a frequentare un gruppo di preghiera ma senza convinzione. Ho voluto raccontare le impressioni che fanno sul bambino certi modelli educativi, e come il pensiero infantile rielabora certi concetti complessi facendoli suoi. C'e' una scena in cui Rosy, a cui il padre non ha permesso di fare la prima comunione, mima il gesto dell'eucarestia e portandosi il pane alla bocca, crede di avere masticato Dio. Ho usato i pensieri semplici dell'infanzia per raccontare un fenomeno ben piu' complesso: come si costruiscono la nostra identita'e i nostri valori, e soprattutto come si cementano le nostre ipocrisie. Ma l'ho voluto fare attraverso il pensiero tutto emotivo di una ragazzina diversa dalle altre.

Secondo te un poeta vive in modo diverso il senso del peccato, trova riparo dal senso di colpa tramite la poesia? La poesia ci rende più liberi dagli schemi religiosi, sociali e psicologici a cui ci dedichiamo nella nostra vita?

Dipende molto dalla visione dell’artista e dalla sua formazione culturale, ovviamente. Certamente l’arte consente una rivisitazione di tali temi sotto una luce più ampia, come condizione dell’uomo in generale, ne esprime abissi e vette. La poesia in particolare ha a mio parere questa pulsione a dire l’indicibile. Io amo molto tutti quegli autori che attingono ai linguaggi e ai simbolismi della nostra ricchissima cultura cristiano-occidentale per creare versi che altrimenti non avrebbero quella potenza affascinante, quella pregnanza di significati che, anche quando spogliata del suo carattere teologico, accompagna la nostra visione e il nostro profondo sentire. Per aprire il nuovo romanzo che sto scrivendo, ho scelto non a caso due versi da “La terra desolata” di T.S Eliot: “Figlio dell’uomo, tu non puoi dire ne’ immaginare, perché conosci soltanto un cumulo d’immagini infrante”.

La poesia, in certi periodi della storia è stata considerata peccaminosa dalla Chiesa cattolica, come per le altre religioni del Mediterraneo. La poesia e la letteratura hanno subito tante censure nei secoli che è difficile contare quanta arte abbiamo perso l'occasione di conoscere. A che punto siamo oggi nel campo della libertà di espressione della poesia o della letteratura in Italia e in altri Paesi del Mediterraneo?

Per quanto riguarda l’Italia, non credo che manchi la libertà di espressione poetica. Diciamo che la poesia e’ piuttosto ignorata come forma d’arte, soprattutto se espressione di contemporanei. La poesia non ‘vende’, ha quindi poca influenza nei paesi cosiddetti democratici. Laddove il dissenso e’ consentito (apparentemente!), i poeti restano inascoltati. La poesia incide invece come espressione di dissenso nelle società antidemocratiche.

Mi viene in mente la risonanza che ebbe qualche anno la morte sotto pestaggio da parte del marito e della suocera di una giovane poetessa afghana, Nadia Anjuman. Era stata uccisa perché aveva osato leggere in pubblico delle innocenti poesie d’amore. Nelle società ‘chiuse’, paradossalmente, i poeti riescono a far parlare di sé come voci sopra il coro, anche a prezzo della vita. Per quanto riguarda i poeti dell’area mediterranea, il primo che mi viene in mente e’ Nazim Hikmet, che ha trascorso lungo tempo in carcere.

Il peccato in se è oggetto di descrizioni artistiche, letterarie e poetiche. L'atto del peccato in moltissimi casi è intrigante, invitante, irresistibile! A quali peccati non riesci a dire no?

Piu’ che di peccato parlerei di qualche ‘piacere’. Comunque sono una abbastanza moderata in tutto, tranne che con le sigarette, ahimè!

Ci sono peccati, tra quelli dei comandamenti non possono essere perdonati ne assolti?

I dieci comandamenti sono a mio parere norme di convivenza sociale e la maggior parte vanno assolutamente rispettati: non rubare, non uccidere, non dare falsa testimonianza…sul non desiderare, be’, e’ difficile per la natura umana non desideri ciò che e’ di altri, ma il principio e’ giustissimo. Una società giusta e’quella in cui a una norma infranta corrisponda una punizione adeguata, senza rinunciare però alla pietà verso l’errore.

Nella politica e nella società italiana quali peccati si commettono maggiormente? E quanti eventualmente si sentono in colpa e pagano le conseguenze?

Per rispondere a questa domanda occorrerebbe un capitolo a parte! Pur essendo la nostra una società condizionata dai valori cattolici, abbiamo imparato che tutto può essere ‘perdonato’, o peggio,‘condonato’. Non considero ne’la società ne’ la politica, capaci di un’etica coerente a lungo termine. I vizi eccedono senz’altro le virtù, l’egoismo prevale sulla solidarietà. Pur non essendo profondamente religiosa, ritengo che quei principi etici che la religione insegna, se applicati a una società laica senza dogmi o minacce teologiche, renderebbero la nostra vita migliore. Ma so che e’ un’utopia. Esattamente come la poesia.

Per saperne di più http://www.paolamusa.info/

Gianmarco Murru [ 02/02/2010 ]


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