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Non ho peccato abbastanza. Antologia di poetesse arabe contemporanee

di Laura Zimbardo

tempo di lettura stimato: 3 min

Palermo

non ho peccato abbastanzaA cura di Valentina Colombo
Mondadori, Milano 2007
 
L’influenza delle religioni e della loro “morale” ha condotto in particolar modo la donna verso una sorta di alienazione di sé costringendola ad un’esistenza imprigionata in un corpo o in un ruolo che sempre più le è stato stretto: timore di peccare, contraddizioni, desideri e sogni di donne divise a metà, appesantite da sensi di colpa per non riuscire a svolgere bene tutto ciò che si vorrebbe o meglio, si dovrebbe. Nonostante esse abbiano lottato per affermare il diritto di manifestare la propria identità, per loro l’accesso alla cultura e all’esercizio delle proprie abilità è stato più volte riconosciuto come una forma di concessione.

Sia in Occidente che in Oriente, la presenza femminile nel mondo della poesia e dell'arte, esprime e sottolinea la battaglia che la donna nei secoli ha portato avanti per esistere come persona. La scrittura femminile è stata sempre considerata trasgressiva, in quanto espressione di un privato spesso conflittuale col contesto storico della realtà quotidiana.

Non ho peccato abbastanza è un’antologia di poetesse arabe contemporanee provenienti da una vasta area geografica, ricca di cultura e tradizione, dall'Iraq al Marocco, dalla Siria allo Yemen.

La raccolta trae il titolo da un’opera della poetessa libanese Joumana Haddad, un titolo provocatorio che sottolinea la volontà delle donne di reagire al potere esercitato dalla religione nelle società non solo islamiche ma anche cristiane.

La poesia araba, nata in epoca preislamica e contraddistinta da regole e metri inalterabili, ha subito una rivoluzione a partire dal 1940 ad opera della poetessa irachena Nazik al-Mala'ika che per prima ha rotto gli schemi della tradizione. Seguendo quest’esempio, le poetesse arabe rivelano di “avere peccato” infrangendo una serie di tabù alla ricerca di libertà; si sono macchiate della colpa di essersi ribellate all'ortodossia religiosa e all'ideologia della sottomissione. Infatti, come sottolinea Valentina Colombo[1] curatrice dell’antologia, queste donne dinnanzi agli occhi delle loro società commettono un triplice peccato: aver infranto il silenzio a cui erano tenute in quanto donne, aver parlato di quell’eros che deve consumarsi esclusivamente all'interno di un legale rapporto matrimoniale e aver dissacrato la rigida tradizione metrica araba. Una bellissima testimonianza ci arriva dai versi di Souad Al-Sabbah, principessa kuwaitiana in esilio perseguitata per la sua prima raccolta di poesie, Desiderio:

“scrivere è un grande peccato
donna!... non scrivere!...

davanti alle lettere, la preghiera è illecita

non avvicinarti...
l’inchiostro della poesia è veleno
stai attenta, non bere
ed eccomi...

ho scritto tanto/ho acceso in ogni stella un grande incendio

Allah non è mai stato furente con me
né il Profeta si è offeso...”.

Leggendo i musicali e affascinanti versi dell’antologia, si è colti dalla sensazione di conoscere da sempre queste poetesse, queste donne. Esse provano rabbia, disperazione, ma soprattutto amore. Vogliono scuotere gli animi dei loro compagni, dei loro padri e fratelli. Sono accomunate da una sensibilità che supera ogni religione, ogni tabù o senso di colpa. La lettura di questo libro ci fa riflettere: le voci delle donne, che siano arabe o cristiane, occidentali o orientali devono essere ascoltate e il loro contributo riconosciuto e incoraggiato perché, anche attraverso una scelta impalpabile come quella della poesia, continuino ad apportare un cambiamento concreto e tangibile alle loro vite, liberate finalmente dall’oppressione del senso di colpa e dal tormento del peccato:

“Hanno costruito per me una gabbia

affinché la mia libertà fosse una loro concessione

e ringraziassi e obbedissi.

Ma io sono libera prima e dopo di loro,

con loro e senza di loro

sono libera nella vittoria e nella sconfitta ( …)

Sono una donna

Credono che la mia libertà sia loro proprietà

e io glielo lascio credere”.
                           da “Sono una donna” di  Joumana Haddad 

Joumana Haddad, poetessa e traduttrice raffinatissima, è nata a Beirut nel 1970 parla sette lingue ed è responsabile dell'inserto letterario del quotidiano libanese «Al-Nahar», nonché vincitrice dell'Arab Press Prize 2006. Da qualche anno è caporedattrice di Jasad«Corpo» in arabo, rivista nata nel 2008 in lingua araba specializzata nella letteratura, le scienze e le arti del corpo che ha suscitato grande clamore perché per la prima volta affronta temi da sempre considerati tabù nel mondo arabo. Il periodico esplora, attraverso la saggistica, la letteratura e la poesia argomenti legati all’arte e ai bisogni e ai desideri del corpo: dall’erotismo all’omosessualità, tutti argomenti scomodi per la tradizione islamica. Joumana non ha mai avuto paura di trattare temi censurati nel suo Paese e, nonostante abbia già ricevuto molte minacce da parte di estremisti e fondamentalisti, va avanti nella sua «battaglia per la libertà e la verità che passa attraverso il corpo». “La mia più grande vittoria – afferma la Haddad - sono i commenti delle donne. Mi dicono: grazie per averci regalato un soffio di forza!”.


[1] Valentina Colombo, docente di letteratura e lingua araba all’Università di Bologna e all’Università della Tuscia, traduttrice del premio Nobel per la letteratura Nagib Mahfuz e di tanti altri autori arabi classici.

 

 

Laura Zimbardo [ 01/02/2010 ]


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