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Peccati a sei corde

di Ivano Steri

tempo di lettura stimato: 3 min

Cagliari (ITALIA)

carmen consoli, mediterraneo, culturaDurante il primo esame sostenuto all’Università ad un certo punto finii a discutere di religione col professore. Ai miei dubbi circa il mio essere cattolico a tutti gli effetti mi disse: “Guarda, in Italia lo siamo tutti, in un modo o in un altro…anche chi non lo è”. Mi rimase impressa questa sua posizione; all’epoca la ritenni una boutade detta per provocazione, ora sono (quasi) d’accordo con lui, per il fatto stesso che la religione cattolica è talmente addentro la vita di comunità del nostro paese da condizionare ogni aspetto della società italiana. La musica popolare – intendendo con popolare la musica “non colta”: mi si passi questa semplificazione – naturalmente non fa eccezione, essendo (più di qualsiasi altra arte comunicativa?) lo specchio degli umori, delle sensazioni, dei pensieri e delle idee di un popolo.

In che modo il senso del peccato si manifesta nella musica leggera? Facendo uno studio analitico dei testi della musica leggera italiana si potrebbero trovare diversi esempi validi a dimostrare la teoria espressa dal mio professore d’Università. Limitandoci allo spazio di questo articolo, possiamo mostrare solo qualche caso sottolineando come il concetto del peccato si insinui in ogni manifestazione dell’espressività umana, anche nella musica popolare. Per prima mi viene in mente una canzone di Carmen Consoli, Maria Catena, la storia di una ragazza a cui il prete rifiuta la comunione (“Maria Catena non seppe reagire /Al rifiuto del parroco di darle l'ostia /E soffocò nel dolor quel mancato amen) a causa delle dicerie sparse sul suo conto dalle perfide compaesane. Il pregiudizio colpisce a volte anche gli uomini di chiesa, tanto che “Cristo in croce sembrava /più infastidito dalle infamie che dai chiodi”; il peccato è in questo caso strisciante, subdolo, tanto doloroso quanto fittizio; la trave nel proprio occhio diventa trasparente al confronto con le pagliuzze negli occhi altrui.

Da un’altra prospettiva è interessante il brano di Franco Battiato intitolato Il re del mondo: il testo fa riferimento agli studi del controverso scrittore francese René Guénon, il quale ha dedicato gran parte della sua opera alle tradizioni spirituali occidentali e orientali. Un verso del testo dice “La Pace ritornò/ ma il Re del Mondo/ ci tiene prigioniero il Cuore”. Il re del mondo, secondo alcune tradizioni spirituali asiatiche (le cui radici sarebbero da ricercare nella religione indù), è il re della città di Agarthi, un regno sotterraneo abitati da semidei che, essendo giusti e saggi, reggono le sorti del mondo e i destini degli uomini, evitando i danni a cui essi incorrono essendo fallibili e imperfetti. Ma, come viene evidenziato da Alberto Truffi in musicaememoria.com, si viene qui a negare il concetto di libero arbitrio, cardine della religione cattolica, secondo cui all’uomo, dopo la cacciata dal paradiso terrestre, viene concessa la libertà di scegliere il bene o il male, e di conseguenza di peccare o non peccare, sapendo il destino a cui si va incontro in caso di disobbedienza alle leggi divine. Non è questa la sede per stabilire se Battiato sposi o no questa teoria (in un’altra canzone dell’album, Magic Shop, ironizza sulla spiritualità “un tanto al chilo” molto diffusa in quegli anni e anche in questi, vedi il movimento New Age[1]), è stimolante piuttosto confrontare questa teoria al concetto di peccato e libero arbitrio come lo intendiamo nelle religione cattolica.

fabrizio de andre, mediterraneo, culturaUn altro cantautore monumentale della musica italiana, Fabrizio De André, ha dedicato un capolavoro ai dieci comandamenti. Ne Il testamento di Tito – contenuto nel disco La buona novella, concept album basato sui Vangeli Apocrifi - fa parlare infatti uno dei ladroni sulla croce, il quale rapporta le leggi divine contenute nelle tavole dei comandamenti alla sua esistenza, immergendole così nelle difficoltà della vita umana, rendendole carne e sangue e non solo principi astratti, contestandone talvolta i contenuti inflessibili, come quando mostra la sua perplessità di fronte al primo comandamento (Non avrai altro Dio all'infuori di me / spesso mi ha fatto pensare: / genti diverse venute dall'est /dicevan che in fondo era uguale / Credevano a un altro diverso da te / e non mi hanno fatto del male). A proposito di concept album, durante un periodo particolarmente fertile della musica italiana, quello dell’italian progressive, un gruppo pensò bene di scrivere un album basato sull’Inferno dantesco: i Metaforfosi, nel loro Inferno – album del 1973-, collocarono anche spacciatori di droga, razzisti e politicanti, rinnovando in qualche modo il panorama infernale con i peccatori tipici dei nostri tempi.

Veniamo a sapere invece dal sito hitparadeitalia.it che Lucio Dalla, in suo LP, inserì deliberatamente un brano intitolato “Vieni, Spirito di Dio” dopo la licenziosa “Disperato, erotico, stomp”; la scelta, come ci informa Maurizio Targa nell’articolo dedicato alla spiritualità nella musica leggera italiana, venne giustificata con la volontà di accostare santità e peccato evidenziando la caducità, l’imperfezione tipica dell’essere umano.

Sacro e profano, metafisica e canzonette, peccato e ritornelli: accostamenti troppo arditi? Se il peccato è proprio dell’essere umano, se è la nostra condizione a portarci all’errore, all’inadeguatezza, alla manchevolezza, allora anche la musica popolare può cantarlo, portarlo sulle spalle, raccontando storie di perdizioni e di allontanamento dalla “retta via”, nascondendo fra le sei corde di una chitarra o fra i tasti di un pianoforte la fatale imperfezione della natura umana.


[1] Il testo è piuttosto chiaro: “E giorni di digiuno e di silenzio
per fare i cori nelle messe tipo Amanda Lear
vuoi vedere che l'Età dell'Oro
era appena l'ombra di Wall Street?”

Ivano Steri [ 01/02/2010 ]


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