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Mediterranea | December 19, 2018

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Io ti vedo. Quando i creativi si nutrono di Sardegna - Mediterranea

Io ti vedo. Quando i creativi si nutrono di Sardegna
Claudia Zedda

Il trucco in fondo sta tutto lì, nel saper vedere. Non dico guardare, ma vedere. Guardare per vedere è tutto un altro paio di maniche: si vede il complesso e si mette a fuoco il dettaglio. E’ così che tanti giovani sardi quante sono le foglie d’una sughera in primavera, tirano avanti. E tirare avanti oggi è quanto di più dignitoso è offerto ai giovani e giovanissimi che lo fanno a testa alta, con nel portafoglio pochi soldi ma sogni da vendere, obiettivi per il futuro da regalare che se fossero banconote sì che si sarebbe ricchi per davvero.

Mi è stato detto che è nei periodi peggiori che la gente tira fuori il meglio di sé, e allora penso io, siamo tutti pronti a fare il botto. Il fermento d’altronde non manca e la Sardegna più che un calderone di talenti pare piuttosto una pentola a pressione pronta ad esplodere.
La storia che ti racconto oggi è una sola, e parla tutta di giovani talentuosi che ad un determinato momento della loro vita si sono fermati, hanno poggiato la mano sul cuore dell’Isola e le hanno detto “Io ti vedo”, e lei si è offerta generosa: d’altronde una madre con i propri figli lo è sempre. Vedere la Sardegna è scoprire una cornucopia di potenzialità: è ricca, forse non di euro ma di storia, cultura, tradizioni, natura. Un patrimonio che è eredità di tutti, meglio se sardi, meglio se giovani di cuore. Un patrimonio tanto ambito proprio perché raro: in altri luoghi è stato svenduto, bruciato, buttato, dimenticato; qui, sull’Isola è rimasto impigliato alle pietre quando il vento ha iniziato a tirare forte e oggi è cosa di tutti.

Ironia della sorte o regalo inaspettato offerto a chi ha saputo aspettare: la Sardegna in balia delle onde, sola, dimenticata, isolata in quanto isola ha conservato le spiagge, le pietre, la lingua, la gastronomia, l’arte, la natura e ora quel che c’è qui, in questo microcosmo potenzialmente autonomo, è dannatamente ambito. D’altronde lo era già ai tempi del nostro Premio Nobel Grazia Deledda che la pensava più o meno così: “Talvolta mi avviene di pensare con commozione, che se io conto qualcosa nella letteratura italiana, lo devo tutto alla mia Isola santa. L’ho nel cuore, come si ha nel cuore la casa della madre e del padre”.
Solo che oggi l’Atene sarda non è più solo Nuoro, ma l’Isola tutta abitata da un esercito di artigiani, scrittori, fotografi, cuochi, guide, storici, pittori, musicisti, che l’ho già detto, non hanno guardato la Sardegna, ad un certo punto della loro vita la Sardegna l’hanno vista.

Nura Crea ad esempio è figlia di una giovanissima sarda che non avendo niente da perdere ha deciso d’uscire da quel circolo vizioso che è la società dei consumi, e ha scelto di nutrire la sua vita d’arte. Il pozzo dal quale attinge è l’immensa tradizione di Sardegna e con piccole manine di jana, da vita ai suoi personaggi, fatti di pasta modellabile, fatti di passione, fatti di sogni che raccontano l’isola e protestano pure. Lo sa Nura Crea che vivere d’artigianato oggi è una sfida, ma è giovane, ha obiettivi grandi e soprattutto conosce il segreto: “L’unica cosa che spero, è di poter portare a termine alcuni progetti di collaborazione e avviarne di nuovi, perché qui, in Sardegna, è l’unica strada percorribile per noi giovani. Riapriamo la mente e buttiamo giù i muretti a secco, perché la gelosia non ha portato molti risultati”.
Collaborare, stringersi forte, aiutarsi, un po’ come accadeva prima che i terreni fossero chiusi da recinti di pietre, quando il mutuo soccorso era di casa, quando il gruppo aiutava l’individuo perché insieme, lo sapevano ieri meglio che oggi, si è sempre più forti.

Poi c’è Emanuele, in arte Dott. Fonk che la Sardegna non solo la vede, ma la mostra con le sue immagini su tela, carta, schermo e pietra. E’ giovane anche lui e ha iniziato confezionando lavori su commissione, ma quando c’è il talento le aspettative per il futuro non tardano a venire e le sue piccole vedove sarde, i suoi mamuthones e i suoi boes parlano di un’isola che non ha paura di mettesi a nuovo. Fantasia di una tradizione versatile, che con semplicità rimane al passo con i tempi.
“Io ho iniziato a dipingere su commissione” e quando l’ha fatto aveva poche speranze con sé, “dopotutto non trovavo altri sbocchi per guadagnar qualche cosa, ma dopo un anno esatto comincio a vedere qualche frutto e riesco a coglierlo”.
Ci vuole costanza, ci vuole coraggio e la voglia di credere in sé stessi che non è poi così semplice, perché a farlo ci hanno disabituato fin da bambini. Ma ora che da perdere non c’è niente, in cosa si dovrebbe credere se non in sé stessi?

In sé stessa ci crede anche Sara Bachmann, che non è sarda d’origine ma la Sardegna è riuscita a vederla con occhi da bambina, proprio come Federico Patellani decenni fa, che quando conobbe per la prima volta l’Isola decise consapevolmente d’innamorarsene e di farla vedere, bella com’è, anche agli altri. E’ il privilegio di chi la Sardegna la incontra per caso, quasi per sbaglio: cogliere i dettagli a cui i sardi, delle volte, si abituano. E i dettagli per Sara Bachmann sono i ricchi accessori che vestono di tradizione quelle bamboline, a mezza strada fra il reale ed il fatato. Fibbie, corsetti, collane, veli, gioielli, sguardi e sorrisi che ti fanno capire fin da subito d’essere approdato in una terra di colori intensi e di speranze forti come il giunco a pochi metri dal mare.

E’ strano raccontare di speranze e sogni quando minatori lottano per il proprio lavoro e operai sputano sangue e lacrime per non far chiudere le fabbriche, ma fortunato è il pase in cui di storie come queste ce ne sono mille e una, forse più: il futuro di questi protagonisti dal cuore giovane e audace, è mistero, eppure i creativi che la Sardegna la vedono possono dire d’aver tentato, sempre. Cosa non da tutti non credi?

@Kalaris

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