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Mediterranea | December 11, 2018

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Intervista a Giovanna Dessì, autrice del romanzo “Genti Ignote. Bolivia destinazione Sardegna” - Mediterranea

Intervista a Giovanna Dessì, autrice del romanzo “Genti Ignote. Bolivia destinazione Sardegna”
Veronica Matta

Cagliari (ITALIA)

Sarà ovvio ma a volte è bene specificare che la sensibilità, quando si guardano culture diverse, è diversa anch’essa. Bolivia, destinazione Sardegna, è un viaggio in cui emerge con decisione il punto di vista dell’autrice sulla Bolivia: sardo, mediterraneo. Un punto di vista in cui per tutto il romanzo, attraverso lo scambio epistolare tra le due protagoniste, appaiono continue distinzioni e similitudini tra le due diverse aree geografiche in cui l’autrice ha vissuto la propria vita: la Sardegna e la Bolivia.

Un discorrere affascinante su due terre cosi lontane ma cosi simili per certi aspetti sociali e ritualità pagane che trasmettono al lettore la sensibilità dell’autrice di conoscere a fondo ed apprezzare le bellezze, i mali e le tradizioni del passato di una terra come la Sardegna che attualmente si trova in una condizione di assoluto benessere rispetto ad uno Stato dell’America meridionale senza sbocchi al mare, oggi divenuto una terra di emigranti.

Bolivia destinazione Sardegna è un racconto di viaggio fatto in una regione che, in passato, era tra le più ricche della colonia spagnola e che oggi è il paese più povero dell’America del Sud, nonostante l’indubbia abbondanza di materie prime e l’alto potenziale di sviluppo.
Sulle orme dei viaggiatori, scrittori e letterati dell’Ottocento che giunsero a guardare la nostra isola come una terra misteriosa e romantica da conoscere e studiare, allo stesso modo, l’autrice Giovanna Dessì avverte l’esigenza di farci conoscere la Bolivia con quello stesso sguardo attento di chi è passato attraverso la Sardegna, restituendoci, in modo vivace e con colori accesi, immagini e suggestioni mistico-religiose ricche di sfumature e contraddizioni.

Scrive l’autrice: “Delle lettere partono dalla Bolivia con destinazione Sardegna; queste descrivono un luogo, delle genti, delle emozioni, delle sensazioni. La scrivente, la viaggiatrice, Margherita, è immersa in un contesto nuovo ed esotico e con occhio avido di particolari, cerca di trasmettere tutto ciò alla ricevente, a Susanna, a colei che non parte, in quanto tutto ciò che conosce, il suo mondo, i suoi sogni e le sue delusioni, è là, dove è nata e dove un giorno morirà senza cercare niente di meglio, perché niente di meglio del suo paese natìo può esistere. Margherita trasmette le sensazioni ricevute dal contatto con un nuovo Paese, Susanna e i suoi vicini le commentano, facendosi portavoce e immagine di un altro paese: la Sardegna. I personaggi di Susanna e Margherita sono carichi di elementi che rappresentano bene i giovani sardi di oggi: costretti a partire all’estero alla ricerca di una esperienza lavorativa gratificante e formante o al contrario poco fiduciosi nella formazione e nello studio quale metodo di rivincita culturale.

Giovani che pur di non lasciare il conosciuto e rassicurante tepore della comunità in cui sono nati, ripiegano su lavori sottopagati e spesso umilianti oltre che ‘in nero’ che non apportano nessun tipo di formazione, ma, al contrario, confermano la sfiducia in quello stato democratico fondato sul lavoro al quale appartengono.

Susanna rappresenta la trentenne media senza grande formazione, “acculturatasi” autonomamente attraverso la televisione e abbarbicata alla cultura locale e alle tradizioni che la inglobano come il caldo abbraccio di una famiglia. I personaggi parossistici eppure reali e schietti, mostrano e denunciano atteggiamenti e pregiudizi comuni e diffusi che, in modo forse anomalo, convivono con i tempi moderni di cui l’isola fa parte. Margherita rappresenta, invece, la venticinquenne delusa dalla realtà sarda, dallo sviluppo rallentato e spesso inceppato da questioni pertinenti l’insularità, quale isolamento e atavica diffidenza verso tutto ciò che viene dal continente, vicino o lontano che esso sia. Margherita che parte, coraggiosa e determinata, usa le sue osservazioni sugli usi e costumi, sulle tradizioni mistico-religiose, sul cibo, sui rapporti con queste genti, per costruire un parallelo continuo con la sua terra. Margherita comprende, senza giustificare, il paese che la ospita anche attraverso quello che l’ha resa “forma formata e formante”. Susanna per essere immersa in quella stessa cultura, come spesso accade, ne è ignara esponente e rappresentante e si avvicina molto nei tratti a quell’indigeno nativo, incapace di azione e reazione, di cui Margherita ha fatto esperienza. Attraverso i due personaggi di Margherita e Susanna, si va oltre i luoghi comuni di sardo nativo ignavo e ancorato alle tradizioni, spesso soccombendone, e il sardo invece “acculturato” e orientato al mondo, per il quale le tradizioni appartengono al passato e per ciò appartenente a un altro mondo, spesso troppo lontano per colui che resta”.

A tu per tu con l’autrice Giovanna Dessì

“Lo scarto tra l’immagine che gli altri hanno di una persona e quella che lei ha di se stessa, tra quello che è nella realtà e quello che vorrebbe essere, è lo spazio in cui prende vita il desiderio del viaggio.” (C. Meriani). Come nasce l’idea di scrivere questo romanzo?
Nasce inizialmente come disillusione. La Bolivia mi ha conquistato nel profondo con i suoi cieli immensi, i suoi colori, le sue genti così diverse da me e il loro vivere limitato dalle forze della natura e dall’indolenza. In seguito mi ha scosso il loro senso della vita e della morte che, permeando la loro esistenza e manifestandosi nel ‘nostro’ vivere quotidiano, trascendeva il mio coraggio e la mia comprensione.
Quando iniziai a vedere nel loro languido abbandono alla contemplazione solo indolenza e apatia mi accorsi che il mio viaggio era concluso.
In tre anni di lontananza si tende ad idealizzare il posto da cui si proviene ed io mi trovai a rievocare la mia isola in forma idilliaca. Al mio ritorno in Sardegna, però, questo ricordo fu ridotto in frantumi dalla vile realtà. La disillusione divenne desiderio di raccontare e i giudizi taglienti divennero ironia. Là nacque il romanzo, dove Sardegna e Bolivia, il mio e il loro vivere ed esistere,  si scontrano e mescolano tra paradossi e anacronismi.

Il viaggio in Bolivia è in primo luogo una metafora della vita. Oltre all’emozione del percorso, alla gioia dell’arrivo e al grande intervallo fatto di paesaggi, relazioni umane e sensazioni vi è qualcos’altro: il viaggiatore. Susanna e Margherita rappresentano entrambe questo viaggiatore. Colui che resta, bisognoso di appartenenza e stabilità ma anche colui che parte, quello che ambisce il movimento e l’autonomia. Susanna e Margherita si completano e definiscono la sensazione di straniamento che si produce quando al viaggio succede la permanenza. Con il risiedere in un ambiente che inizialmente era sconosciuto e intrigante ci si avvia al giudizio e al tentativo di conoscenza dell’altro. La prima fase del viaggio di Margherita in Bolivia è fatta di incanto e seduzione. Quella di Susanna è strutturata attraverso l’empatia, il viaggio di Margherita è per lei fonte di emozione e nel suo essere ancorata al paese da legami che neppure lei sa definire, Susanna vive, inizialmente, di riflesso la gioia di Margherita.

La seconda fase del viaggio è per Margherita momento di attenta osservazione, di reazione agli stimoli ambientali e di acuta introspezione mentre per Susanna è un recepire la lontananza dell’amica come una sopravvenuta incapacità a comprendersi che le distanzia sempre più.
Le descrizioni di Margherita mostrano a Susanna un luogo lontano e sconosciuto, disordinato e barbaro, le vicende vissute da Susanna nel suo villaggio, le sue relazioni con i vicini, i vicini stessi, i suoi pensieri e le sue lettere di risposta, mostrano al lettore un luogo anch’esso barbaro nel suo manifestarsi, anch’esso disordinato e sconosciuto alla stessa Susanna, nonostante di quel luogo si senta parte. Margherita si percepisce, nel paese che la ospita, una straniera sempre e comunque anche se ne condivide la quotidianità e le sorti. Susanna, dal canto suo, prende atto del fatto che anche le sue genti sono ignote nonostante sia nata in mezzo a loro. La paura dell’altro, l’intolleranza al diverso divengono per entrambe momento di analisi, ironica e inconsapevole per Susanna, caustica e formativa quella di Margherita.

Un paese in via di sviluppo ma con forte tendenza al degrado e un altro apparentemente progredito ma in realtà chiuso nel suo orgoglio che diviene anch’esso da tramandare in un “…tenace abbarbicarsi alla tradizione, fino a decadere in essa, facendone una malattia mortale che per scomparire deve trascinarli via con lei”. Le stesse cose pensa Susanna ma esprime in maniera differente quando parla della sua, della loro terra.
Parallelismi culturali tra i due mondi sfiorano Margherita che è ormai alla terza fase del suo viaggio, quella in cui perde la sicurezza iniziale, guadagnando disponibilità verso il mondo. È questa la parte culminante di questo viaggio metafora, momento in cui i due mondi: quello da cui proviene e quello che la ospita prendono le debite distanze, l’immersione di Margherita in quel ‘nuovo ma già stanco mondo’ come lei lo definisce, la induce alla malinconia. Nell’accettare il dubbio, l’incertezza, il rischio di sbagliare, Margherita rimane aperta al confronto. Confrontandosi con quella nuova realtà, Margherita si pone delle domande: che cosa sarei io, se fossi nata qui? Quanto di quello che sento, provo, penso, faccio, dipende dalla mia terra e cultura di origine? Quanto di me è soltanto mio?
Intravvede Margherita in modo umano e concreto una natura, un destino, un’identità, comuni ed universali ma percepisce, anche, che è in atto in lei un processo trasformativo che facendola riflettere sulla possibilità di poter andare un po’ più  lontano da dove si trova, la aiuta a misurare meglio la vita.
Susanna pur rappresentando colui che resta, vincolato dai lacci sociali basati sulla fissità della persona, sulla sua continuità e immutabilità considerate come garanzia di onestà e di carattere, prende consapevolezza di quanto l’identità umana sia mutevole e molteplice.

Ci racconti la sua esperienza editoriale, soprattutto in relazione alle difficoltà che la piccola editoria vive in questo critico periodo.
“Gentile Giovanna, abbiamo letto ed apprezzato il suo romanzo inedito e pur valutandolo positivamente non siamo in grado, per mancanza assoluta di fondi, di mandarlo allo stampe. Con la speranza che trovi quello che cerca le auguriamo un futuro radioso.”
Queste in linea di massima le gentili parole che ho avuto come risposta da tutti i piccoli editori sardi. Le case editrici medie, quelle che si sono degnate di una altezzosa e telegrafica risposta mi hanno chiaramente comunicato che se aspettavo un annetto, mese più mese meno, forse avrei ricevuto una risposta, chiaramente se rientravo all’interno della programmazione da loro stabilita, quasi che la casa editrice si dicesse che so io “quest’anno vogliamo parlare di parrucchiere e di foglie di limone“ e dopo di che fanno l’ordinazione allo scrittore che si riduce così a produttore di scritti tout court.
Le grandi case editrici, infine, sono irrintracciabili, ossia sui loro siti non trovi neppure un indirizzo mail a cui spedire qualcosa. Sono loro che ti contattano se hai scritto qualcosa e ne hai parlato in un talk-show o un critico noto ti ha dedicato una bella pagina in un rotocalco di grande tiratura.
Lo scrittore oggi, deve sperare nel mecenate come nel medioevo perché il giudizio critico e costruttivo della casa editrice si è estinto. Naturalmente penso in un mecenate di tipo umanista, una di quelle figure anche loro estintesi che leggevano e promuovevano per semplice amore alla cultura.
La casa editrice, a grandi linee, agisce come un’industria, manipolando i gusti del lettore, creando bisogni fatui e poco attinenti la letteratura. Un tempo i libri si leggevano, oggi si sfogliano come riviste e all’interno si fa pettegolezzo, si attizza l’attitudine al dramma, si sputtanano personaggi famosi e si fa bella mostra delle lacune formative.

Quanto c’è di autobiografico in questi racconti? Cosa le ha lasciato l’esperienza in Bolivia?
L’esperienza in Bolivia mi ha segnato in primo luogo interiormente, interrompendo un ritmo di vita deludente e obsoleto tuttavia ancorato a ideali giovanili di rivincita tanto individuali quanto professionali, costringendomi a riposizionarmi in un contesto mondo che fosse anche espressione di possibilità e non solo di insuccesso. In secondo luogo mi ha marcato come essere umano inserito, fino a quel momento, in un ambito sociale scontato perché privilegiato. Tutti i temi che, negli anni della mia adolescenza, preoccupavano e occupavano il mondo quali: deforestazione, povertà fondamentale, capitalismo sfrenato e moderna schiavitù, mi si sono presentati davanti tutti assieme costringendomi a una presa di coscienza posticipata e forse per questo meno sofferta e sconvolgente.

Un romanzo ha sempre qualcosa di autobiografico credo. I personaggi, forse, sono gli stessi personaggi che hanno rappresentato la mia vita, genuini anche nel loro parossismo. Non ho inventato niente. Non ce n’è bisogno la realtà è talmente variegata da dare infinite possibilità. Susanna e Margherita, le protagoniste principali, per esempio, rappresentano le due anime del viaggiatore che sono in me, così come in tutti noi. Susanna incantata visitatrice istruita e politicamente corretta, pronta a cadere nelle trappole dell’esotismo quanto i viaggiatori dell’Ottocento e Margherita isolana doc, chiusa e prevenuta, diffidente nei confronti dell’altro e dell’ignoto.

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