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Mediterranea | December 18, 2018

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Interconnessioni e Simposio del Silenzio. Il progetto di residenza artistica a Settimo San Pietro secondo Stefano Mazzotta

Interconnessioni e Simposio del Silenzio. Il progetto di residenza artistica a Settimo San Pietro secondo Stefano Mazzotta
Paola Cireddu

Socio e fondatore della Compagnia Zerogrammi di Torino, è stato ospite tra gli artisti internazionali invitati a partecipare al progetto di residenza promosso da Simonetta Pusceddu/Tersicoreae dal Comune di Settimo San Pietro (CA) inserito all’interno dell’Intesa tra Stato e Regioni relativa alle Residenze Artistiche per il triennio 2018-2020,articolo 43 del decreto ministeriale (MiBAC), che vede per la prima volta nell’elenco delle Regioni che hanno aderito all’intesa anche la Sardegna.

L’arte contemporanea, la danza, l’arte circense, il teatro fisico, gli artisti, i saperi locali, interconnessi con la comunità e i luoghi valorizzano la ricchezza di un grande patrimonio culturale e stimolano la creazione artistica. Questo è successo nel progetto di residenza artistica “Interconnessioni”, promosso da Tersicorea e dal Comune di Settimo San Pietro, con la direzione artistica di Simonetta Pusceddu, a pochi chilometri da Cagliari. Un intervento artistico, sociale e poetico sul territorio che partito a ottobre si è appena concluso e ha visto il coinvolgimento di dieci artisti danzatori di livello internazionale e un collettivo di artisti “erranti” locali, in un dialogo continuo tra il segno coreografico, la comunità settimese e i luoghi simbolo del paese che li ha accolti con grande generosità. Stefano Mazzotta, coreografo e danzatore, socio e fondatore della Compagnia Zerogrammi (Torino), tra gli organismi di produzione della danza più apprezzati in Italia e all’estero e colonna portante della rete internazionale no-profit Med’Arte che riunisce diverse compagnie del territorio nazionale,internazionale ed extra EU tra le quali anche Tersicorea per avviare la mobilità e la collaborazione tra queste, ha partecipato al progetto di residenza a Settimo San Pietro non solo come partner della rete internazionale,ma anche in veste di tutor nella creazione “Simposio del Silenzio” di e con Lucrezia Maimone. Qualche domanda al coreografo torinese su “Interconnessioni” e sul suo coinvolgimento.


Stefano Mazzotta, foto di Federica Zedda

Partiamo dal titolo, il progetto a cui ha partecipato si intitola Interconnessioni”. Il suo lavoro si contraddistingue per la profonda relazione fra teatro e danza. In questo caso si parla di “connessioni”tra chi, che cosa, e perché?

Il titolo che Simonetta ha scelto per questo progetto non tradisce le aspettative. Perché il significato di questa parola agisce su due piani: il primo da un punto di vista nazionale perché collocala Regione Sardegna per la prima volta nell’ambito della danza nel più ampio panorama delle residenze artistiche che comprendono tutta l’Italia, creando delle collaborazioni con altri organismi che si occupano di questi progetti,come il mio in Piemonte, Loredana Parrella in Lazio, e tantissimi altri. E quindi “Interconnessioni”perché in grado di connettere altre esperienze virtuose a livello nazionale creando anche mobilità per gli artisti.

Dall’altra parte, e questo secondo me è un aspetto ancora più importante, sul piano locale permette di “interconnettere” con il territorio il lavoro artistico personale di ogni singolo autore coinvolto nel progetto, e far dialogare i temi trattati dagli artisti con le specificità di questo luogo, consentendo così quel coinvolgimento del pubblico che il Ministero tanto auspica: produrre il proprio progetto non in maniera asettica,ma con la consapevolezza di trovarsi in un preciso luogo con delle peculiarità molto chiare. Nello specifico noi ci siamo trovati a lavorare con una comunità come quella di Settimo San Pietro, piccolissima, ma tanto desiderosa di partecipare e di esserci. E ognuno dei lavori degli autori sviluppati nel corso delle residenze ha avuto modo di dialogare con il territorio in più modi. Ad esempio, l’attività della panificazione che è una delle preziose risorse di questo paese, è diventata un elemento di studio per uno dei progetti in residenza creando anche dei link per il territorio, per interessarlo maggiormente. L’artista non arriva calandosi dall’alto per fare una cosa propria, ma dialoga e restituisce qualcosa che appartiene poi a tutti. Per cui di colpo questo piccolo paesino spesso sprovvisto di opportunità culturali ma al contempo molto sensibile e desideroso di averne, si è ritrovato incuriosito e partecipe di qualcosa che probabilmente non si aspettava. E anche questo è il bello del lavoro che fa Simonetta: lei arriva ed esplode nei luoghi dove passa.

Il processo artistico all’interno di una residenza è sempre strettamente collegato allo spazio in cui l’autore si muove?

Certo. Il processo artistico per ogni autore è qualcosa che non può esimersi dalla geografia nella quale è coinvolto. Ad esempio sia nel lavoro di Lucrezia Maimone che in qualche modo produco e ho seguito come tutor, ma anche nella creazione di Sara Angius che Simonetta ha affiancato,abbiamo visto che il corpo immerso in quel contesto, in quegli spazi, dovendo interloquire con altri linguaggi, come quello delle donne panificatrici per esempio, ha cambiato il suo punto di vista e quindi si è nutrito di nuovi stimoli, nuovi input. I progetti artistici nei territori richiedono proprio questo, ed è magicamente quello che è accaduto. Quindi l’artista non è in un teatro, uno spazio neutro dove agisce, dove tutto arriva solo dal corpo, ma è in un luogo che ha delle specificità. Quindi il corpo oltre a dialogare con lo spazio, riceve a sua volta tanto anche dallo spazio che lo circonda e da chi lo abita. È sempre una forte corrispondenza tra più elementi.

In che modo un progetto di residenza aiuta a mettere in luce le specificità di un territorio?

Questo deve essere il cuore di tutto il lavoro artistico. Un autore che lavora con il corpo, con la voce, nel nostro caso specifico più con il corpo e con i suoi linguaggi, da quello circense a quello coreografico, nel momento in cui si cala all’interno di un processo creativo, che deve essere il riflesso di un pensiero sul tema di una domanda posta, lo deve fare pensando ad un pubblico. Nell’istante in cui lo si fa pensando ad un pubblico non ci si può esimere dal chiedersi qual è la necessità di questo pubblico, qual è la necessità dello spettatore, perché il processo possa essere veramente condivisibile. Un artista che attraversa una residenza come quella di Settimo San Pietro al quale il progetto offre la possibilità ad esempio di dialogare, e faccio ancora l’esempio delle panificatrici perché per me è stata una esperienza folgorante, con un rito antico come quello della panificazione, è un’occasione straordinaria di ascolto e di arricchimento. È un mestiere che coinvolge il corpo, anche se in maniera diversa dalla danza.

L’autore che, arrivando da un altro “mondo” assiste a questo affascinante rituale della lavorazione della farina e della produzione del pane, entra dentro quello specifico linguaggio, per poi rielaborarlo e farlo diventare parte della propria creazione, sta facendo non una, ma mille cose. Primo, sta arricchendo il proprio personale bagaglio artistico; secondo, entra in contatto con qualcosa di reale, quindi non è l’autore concettuale che si cala dall’alto con il suo pensiero sull’arte che magari poco può interessare ad uno spettatore.No, è l’autore che arricchisce il proprio segno coreografico con qualcosa che un pubblico può riconoscere come proprio. È come un linguaggio, un vocabolari oche lo spettatore possa comprendere e condividere. Quindi con quel linguaggio gli racconto qualcosa. Arrivo in Sardegna e parlo un linguaggio che sia riconoscibile. E questo secondo me è il valore aggiunto di un progetto di residenza come quello che abbiamo sviluppato a Settimo San Pietro.

Avete incontrato qualche difficoltà?

Io personalmente credo che la risposta di un territorio debba essere qualcosa che si conquista pazientemente nel tempo,ma nel caso di Settimo San Pietro Simonetta è riuscita nell’arco di circa un mese di sviluppo del progetto a coinvolgere le scuole e la comunità, che è una cosa il più delle volte molto complicata da fare. Oltre duecento bambini delle scuole elementari hanno partecipato agli spettacoli di danza e arte circense,grazie anche alla sensibilità dei genitori e delle maestre del paese che hanno aderito con entusiasmo alle attività. E poi la musica della banda ha portato allegria e interesse nei confronti della cittadinanza, che nella serata di domenica ha partecipato con grande trasporto, assistendo con gioia alle nostre creazioni.
Non parlerei quindi di difficoltà ma piuttosto di tanta pazienza. È la capacità di stare in ascolto del territorio, di parlare con le persone, di lavorare in virtù dei loro bisogni, soddisfarli. Io ho visto una grande disponibilità e capacità di ascolto anche da parte dell’amministrazione comunale, per esempio. E questa non è una cosa scontata. Questa è la più efficace operazione di “audience engagement” che io abbia mai visto da che il Ministero ci chiede di portare avanti progetti di residenza artistica. Spesso i progetti volano a mezz’aria. Bisogna invece farli atterrare, e radicarli in un territorio. E ogni luogo è diverso da un altro, ogni luogo ha bisogno di cose diverse. L’artista deve poter sviluppare questa sensibilità. Deve assicurarsi che l’interlocutore lo stia ascoltando. Questo secondo me è stato il bello del progetto“Interconnessioni”.

Larte aiuta a svelare la ricchezza interiore non solo umana ma anche di un luogo?

Certo. L’arte ha la capacità di mettere in luce le cose che a volte sono nascoste, e con la danza questo può accadere coni più piccoli particolari e poi di sublimarli e porli a un livello superiore tale da farli diventare poesia. Che non significa cambiare il senso delle cose,ma semplicemente dar loro una luce diversa. E questo si può fare con l’arte. Perché le panificatrici di Settimo San Pietro di per sé sono poesia allo stato puro, anche se le si va a vedere mentre sono nel loro laboratorio del Borgo a impastare il pane. Ma nell’istante in cui le metto su un palcoscenico o comunque le metto in relazione con un artista del corpo, allora do loro un’altra luce e il corpo e la loro azione diventano ancora più poesia. Questa è la bellezza del linguaggio artistico.

Le panificatrici, foto di Federica Zedda

È qui a Settimo San Pietro anche in veste di tutor nel progetto coreografico di residenza Simposio del Silenzio di e con Lucrezia Maimone, artista cagliaritana che collabora da alcuni anni con Zerogrammi.

Lucrezia ha partecipato in virtù di questa rete che si è venuta a costituire prima con il Cortoindanza e adesso con Interconnessioni, una rete che coinvolge una serie di partner sia internazionali che anche europei. Ha partecipato al mio bando di ospitalità in Piemonte, per sviluppare un precedente progetto e debuttare in una cornice prestigiosa come “La lavanderia a vapore” che recentemente è stata dichiarata Casa della Danza Europea.
Lei è già da due anni un’autrice a tutti gli effetti della Compagnia Zerogrammi, per cui in alcune delle tappe essendo anche io coreografo le offro un tutoraggio che svilupperà anche con altri artisti e chela porterà a debuttare più avanti con l’opera completa, grazie proprio alla collaborazione della Vetrina del Network Anticorpi XL della giovane danza d’autore. È una giovane autrice molto talentuosa, e questo progetto con queste collaborazioni le dà la possibilità di riflettere con serenità e anche con dei benefici e delle opportunità in termini produttivi con la creazione del suo progetto artistico, di collaborare con un musicista e compositore come Lorenzo Crivellari che le permette di dialogare con il linguaggio musicale, poi nel prossimo futuro anche con altri collaboratori con cui costruirà tutti gli aspetti di questa nuova creazione.


 Lucrezia Maimone, foto di Federica Zedda

Interconnessioni andrà avanti per tre anni…

È una buona cosa che un progetto di residenza possa riflettere in un tempo più lungo. Che quindi possa realmente costruire qualcosa. Mi sembra di aver compreso che l’intenzione di Simonetta sia proprio quello di dare continuità. Evitare quindi che i progetti dei piccoli autori arrivino a calarsi in un territorio per poi fuggire e andare via, ma fare in modo che ci siano dei passaggi e dei ritorni nelle azioni che si intraprendono.Il prossimo anno io ritornerò con un mio nuovo progetto coreografico dal titolo Esilio. È interessante questa continuità, è un’interconnessione in tutti i sensi possibili, nella logica di un attraversamento che non è asettico ma che ritorna e dialoga con i luoghi. Io personalmente a Settimo ho visto Casa Dessy e il nuraghe di Cuccuru Nuraxi e sono due posti spettacolari, e qualunque artista con un minimo di sensibilità non può non rimanerne colpito e coinvolto.

Quanto sono importanti i progetti di residenza artistica?

Le residenze artistiche come articolo proprio del decreto ministeriale sono qualcosa di relativamente recente in Italia, all’estero invece esistono già da molto più tempo. Per questo nuovo triennio l’inserimento di questa nuova tipologia di residenza che coinvolge gli artisti nei territori secondo me è molto efficace, perché per l’artista avere la possibilità di uscire dai luoghi consueti di lavoro, dal proprio territorio,dalle proprie cerchie per incontrare nuove competenze, essere affiancati da un tutor come ulteriore momento di confronto e di formazione, è essenziale. Il progetto non è nulla di per sé, ma è lo come strumento con il quale dialoghiamo con un territorio. Per cui fare l’esercizio di dialogo è la prima cosa per un artista, e attraverso questo progetto di residenza, unico per la danza nell’isola, tutto questo può succedere, grazie anche alle suggestioni che la bellezza di una regione straordinaria come la Sardegna può offrire.

Cosa è per lei la poetica riferita alla danza e a tutte le possibilità di espressione artistica?

È una domanda semplice e complessa. Provo a esprimerlo in poche parole. Per me è gesto offerto al mondo, cioè è la capacità (e questo deve essere per ogni artista/artigiano, perché lavoriamo con il corpo quindi con qualcosa di materico, io mi sento molto più artigiano che artista) di interpretare i bisogni, le paure, i desideri, il mondo, e trasformarli in gesto, prenderli in carico, sentirli, lasciare che tornino fuori, che tornino sulla pelle, che si trasformino in gesto, e che siano riofferti al mondo. Come opportunità per riflettere se stessi, per migliorare se stessi, per saper riconoscere ciò che è bello.

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