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Mediterranea | November 14, 2018

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Inferno libico e "stato islamico", intervista ad Alessandro Politi - Mediterranea

Inferno libico e “stato islamico”, intervista ad Alessandro Politi
Ines Macchiarola

Abbiamo di fronte anni di studio e fatica per comprendere le dinamiche del nuovo terrorismo. Non è solo un caso italiano, ma gran parte dei grandi paesi occidentali si trovano impreparati, incapaci di capire che il problema attuale nasce da molto lontano, da cancrene lasciate svilupparsi dopo anni di sfruttamento coloniale e post coloniale. Non è uno scontro di civiltà, come si cerca di far apparire sulla stampa ufficiale, ma uno scontro tra classi sociali: tra ricchissimi ( compresi i califfi del terrore) e i poverissimi, sempre più affamati e pronti a tutto per vincere sulla miseria. Disposti ad uccidere per far parte di quel benessere occidentale tanto sognato.
Oggi l’Is è solo una parte di un grande movimento di ribellione verso i vecchi padroni, aspirando a prenderne il posto: attraverso il terrore da una parte, ma soprattutto requisendo le fonti di reddito come i pozzi di petrolio iracheni o il traffico di esseri umani. La propaganda religiosa e l’educazione, il fatto che la sponda sud del Mediterraneo possa contare su un 70% di popolazione che ha meno di 25 anni, ha i suoi vantaggi in termini di reclutamento.
In tutto questo la preparazione politica e diplomatica occidentale è molto bassa, e mentre l’intelligence fa da molti anni un grande lavoro di conoscenza, stringendo anche rapporti importanti con molti paesi del medioriente, i governi non sanno usare le informazioni preziose che porterebbero alla risoluzione di molti conflitti. Ma tant’è. La Libia è in uno stato di guerra civile dalla eliminazione (occidentale) del colonnello Gheddafi e l’IS aggiunge caos al caos, ma non ne è certo la causa.

(Gianmarco Murru)

Ines Macchiarola intervista sull’argomento Alessandro Politi, importante analista politico e strategico.

E’ in progressiva diminuzione la percezione della sicurezza in Europa, dopo gli attentati di Parigi, e Copenaghen. Uno scenario dove gli spettri della paura prendono il volto di “foreign fighters”, ma anche di emulatori, e di terroristi imitatori. Quali sono le implicazioni geopolitiche e geostrategiche?

C’è una differenza profonda tra le percezioni politico-mediatiche effimere, i rischi concreti di terrorismo e la dimensione geopolitica. Benché il terrorismo abbia grande profilo nelle notizie, è generalmente un rischio molto limitato nei paesi in cui non è endemico. Ed i paesi a rischio endemico sono pochi (Afghanistan, Pakistan, Siria, Iraq e Nigeria, seguiti da Yemen, Somalia e Colombia).
C’è anche da tener conto che il terrorismo è una forma di conflitto molto debole che punta molto sull’influenza che riesce ad esercitare sulle elite bersaglio della sua azione. I foreign fighters non sono un fenomeno nuovo, nuovo è il focolaio tra Siria ed Iraq: un lavoro che tocca in prima linea all’intelligence.

Come evolve il processo decisionale, e che caratteristiche acquisisce in questo contesto?

Il processo decisionale dei paesi occidentali è rimasto purtroppo lo stesso: troppo legato al momento ed all’opportunità politica tattica, incapace di capire realmente le particolarità dei teatri operativi. Quello dei gruppi terroristici si è affinato dopo decenni di lotta e di sopravvivenza agli strumenti sofisticati dei paesi più ricchi, oltre ad assorbire gli stilemi delle produzioni video nei casi più visibili.

Nella drammatica evoluzione della situazione in Libia, l’Italia si sentirebbe chiamata ad agire in prima linea anche contro la minaccia IS. Il mondo politico, ad esempio, si divide tra interventisti e non, tra analisti politici che richiamano protocolli già esistenti da seguire, appelli alle Nazioni Unite, e all’ONU. Intanto, la percezione da parte dei cittadini è dell’assenza di risposte concrete, quasi si attendesse l’intervento di una forza esterna. Un quadro che sembra dimenticare l’importanza della “intelligence” all’interno dei processi di risoluzione dei conflitti. Qual è, e come si inquadra il ruolo della intelligence in queste circostanze?

L’intelligence è, se ben strutturata e ben impiegata, è una componente fondamentale per capire il problema, capire cosa è rilevante e quali sono le previsioni su determinati fenomeni. Tuttavia se c’è una classe dirigente mediocre, le conoscenze dell’intelligence non vengono capite e non si riesce ad applicarle in decisioni concrete, senza parlare del fatto che l’intera attività informativa decade in modo lento ma inarrestabile.

Quali sono i rischi di insuccesso collegati al sistema di comunicazione, quasi in salsa hollywoodiana, dei cybernauti firmati IS?

Di successo o d’insuccesso?
Successo. I rischi del successo della comunicazione ISIS è che abbia una presa ancora più facile su giovani che vogliono trovare una buona ragione per combattere, morire e vincere per una causa galvanizzante.

Insuccesso. Una buona comunicazione vale non solo quanto la sua qualità freschezza ed impatto, ma anche qual è la sua aderenza alla realtà propagandata. Credo che dietro il propagandato crudele eroismo che promette di essere vittorioso, vi sia una realtà molto più prosaica e spesso deludente per chi si è esaltato dietro una falsa visione dell’islam.

Quali sono le sue valutazioni dei rischi di un intervento militare nel caso dovessero fallire i tentativi diplomatici in Libia?

Il primo rischio è la scarsa consapevolezza sulla situazione nel paese e sul tipo di guerra che si dovrebbe affrontare. Se mancano questi elementi ci si avvierà verso fallimenti simili a quello iracheno. Il secondo è la carente chiarezza sulla missione e sui suoi scopi tattici e politici, unita all’insufficienza dei mezzi e/o al loro uso errato. L’ ultimo è l’incostanza nel perseguire gli obbiettivi fissati e nel raccogliere i frutti politico-economici di un intervento.

Negli ultimi 20 anni si può parlare di politiche incisive da parte dell’Italia in campo esteri?

Alcune politiche estere sono state incisive e tenacemente perseguite, specialmente nei rapporti con attori e paesi apparentemente indesiderabili. Al tempo stesso la posizione italiana nei diversi teatri politico-diplomatici si è obbiettivamente indebolita per la mancanza di partner istituzionali e bilaterali. ONU, NATO, UE non possono più essere le stelle polari della politica estera italiana, non più di quanto lo siano i vecchi rapporti bilaterali con Francia, Germania, Regno Unito ed USA. Siamo in una condizione di forte solitudine rispetto al passato e dobbiamo uscirne con iniziativa e coraggio.

Chi è Alessandro Politi

Alessandro Politi è un analista politico e strategico. Direttore della NATO Defense College Foundation e ricercatore del CeMiSS per l’America Latina e le prospettive globali, dirige il progetto Prospettive Globali. È docente di geopolitica, geoeconomia ed intelligence presso la SIOI e facilitatore del gruppo Global Shapers del WEF. È stato consigliere per decisori di alto livello nei settori governativo, parlamentare, privato ed accademico.

Ha lavorato come ricercatore senior al WEU ISS (Western European Union – Istitute for Security Studies) di Parigi.
Pioniere italiano ed internazionale dell’OSINT (Open Source Intelligence), ha diretto l’OSSS (Osservatorio Scenari Strategici e di Sicurezza) di Nomisma, prevedendo nel 2006 la crisi economica globale. La sua attività didattica si è svolta in quattro continenti.Docente di geopolitica per la SIOI (Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale) e di analisi ed OSINT per la Link Campus University
Cofondatore del movimento European Common Goods. Commentatore politico per BBC ed ABC Australia. Commentatore strategico per RAI, La7, TV2000, RMC, Radio in Blu, RCF, YouDem, Repubblica TV.
È senior partner Claudia Bettiol and Partners – Energy Linkages per la geopolicy nelle energie rinnovabili.

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