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Mediterranea | December 11, 2018

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Il velo islamico e la libertà di espressione religiosa - Mediterranea

Il velo islamico e la libertà di espressione religiosa
Manuela Scebba

L’Islam non applica nessuna imposizione riguardo all’uso del velo. Non esiste verso del Corano che prescriva alle donne di coprirsi il capo, semplicemente è consigliato in 33.59 alle mogli del profeta di coprire i capelli e in 24.31, di non mostrare i loro ornamenti. La regolamentazione circa l’uso del velo, non risale all’epoca del Profeta, ma all’impero abbaside e probabilmente, era specchio di un’influenza persiana pre-islamica.
Non bisogna ridurre il differenziato mondo Islamico unicamente al fondamentalismo di stampo religioso. L’slam non richiede nessuna imposizione al fedele.
Il radicalismo islamico deriva da un’interpretazione oscurantista della shariah, la legge islamica e quando questa si fonda con l’ordinamento di uno Stato può creare seri disturbi, anche nel contesto internazionale. I tipi di velo: dall’higiab tradizionale che copre il capo, al litham che copre la parte inferiore del volto, dagli occhi in giù, allo chador che ricopre interamente la figura femminile coprendone anche gli occhi.

Sul corano si parla dell’hejab(velo) in riferimento a un velo che divide gli ambienti della casa: l’ambiente intimo della famiglia da quello degli ospiti.

Ma sicuramente per gli wahabiti, una setta saudita, la donna deve indossare per forza il velo. Infatti sia in arabia saudita che in Iran la Sharia prevede che la donna lo indossi ed è perseguibile dalla legge a causa della natura teocratica dei loro governi.

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Da anni al centro del dibattito tra paesi islamici e non, ruota la figura del velo indossato dalle donne musulmane, simbolo distintivo che identifica la loro condizione religiosa.

Il caratteristico velo “di Maya” che ricopre il capo delle donne è sempre stato reputato da noi occidentali come il simbolo della sottomissione femminile nella società islamica.

Il problema principale da sviscerare nelle sue varie ramificazioni è distinguere i diversi tipi di veli e valutarli secondo dei parametri che indaghino i potenziali rischi sulle comunità circostanti.

Bisogna opporsi a un velo che ricopre interamente il volto della donna, poiché non permette di riconoscere le caratteristiche somatiche dell’individuo e potrebbe essere pericoloso per una questione di sicurezza pubblica. Allo stesso tempo bisogna capire il perché del dibattito sulle scuole pubbliche che non permetterebbero di indossare il velo “religioso” alle donne musulmane. Il perché di una imposta laicità della persona?

L’Occidente, a suo modo, vorrebbe spingere all’emancipazione queste donne, interpretando il loro velo come l’imposizione della società religiosa o della famiglia. Ma è giusto utilizzare un’imposizione per sopprimerne un’altra?

Qual è la funzione del velo (hejab)?

La differenza principale tra musulmani e non, sta nel forte timor di Dio che gli islamici nutrono, un elemento in via d’estinzione nella nostra cultura. L’ateo nella realtà ufficiale musulmana è un individuo pericoloso.

Un uomo musulmano non toccherebbe mai una donna che porta il simbolo divino, non attuerebbe delle azioni negative contro chi gli ricorda che esiste un Dio.

Il velo è una protezione per ricordare agli uomini tentati dai loro istinti animali di tenerli a bada. Ricordare questo, cioè la funzione visiva dell’hejab, vale a dire prendere atto di un elemento essente nelle nostra cultura, cioè il timore di Dio che tutela la comunità. Un simbolo religioso visibile, frenerebbe l’ istinto maschile di far violenza contro una donna. C’è da dire che la maggioranza delle violenze impartite alle donne musulmane provengono dal contesto familiare, cioè o il marito o il padre o il fratello…

il più delle volte si sentono autorizzati a malmenare la donna che fa parte del loro nucleo familiare, ma questo succede anche nei Paesi per così dire “civilizzati”. Una legge sul velo deve essere applicata in casi di potenziale pericolo per la sicurezza collettiva, come nel caso del burka afghano, che nasconde l’identità del “travestito”. Il burka non può essere considerato di tradizione musulmana: sul Corano non compare alcun riferimento che imponga alla donna di trasformarsi in un “fantasma” alienato dalla società circostante.

Sarebbe importante porre l’attenzione sulla diversità, sulla conoscenza di colui che riteniamo diverso da noi, infrangendo i limiti dei pregiudizi. Il mondo intorno ci spinge sempre di più a una omologazione dei gusti e delle tendenze: mode e pubblicità nell’era del consumismo ci fanno perdere la testa e vendono i loro prodotti solleticando il narcisismo. Perché allora non rispettare chi la testa vuole tenerla fasciata a proprio piacimento e continua a seguire la propria tradizione, invece che la moda. È davvero così importante indagare se sia giusto o no portare al collo una croce o al capo, un velo, durante le ore di lezione? Forse un orecchino particolare o un taglio di capelli stravagante possono deviare l’attenzione dallo studio, più del sapere se il compagno di banco è buddista, musulmano, cristiano o ateo.

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