Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image

Mediterranea | December 18, 2018

Scroll to top

Top

No Commenti

Il nuovo Museo etnografico della Cittadella dei Musei di Cagliari - Mediterranea

Il nuovo Museo etnografico della Cittadella dei Musei di Cagliari
Cinzia Olianas

Cagliari (ITALIA)

Il nuovo Museo Etnografico Regionale
Collezione Luigi Cocco

Giovedì 29 luglio, nella suggestiva cornice museale della Cittadella dei Musei, l’ex Regio Arsenale di Cagliari, è stato inaugurato un nuovo e interessante spazio espositivo. Malgrado siano trascorsi diversi anni dall’avvio dei lavori, l’opera dell’Istituto Superiore Regionale Etnografico è giunta a compimento ed il Museo Etnografico Regionale di Cagliari ha finalmente visto la luce.

Una grande sala organizzata su più livelli, per complessivi cinquecento metri quadri, ospita oggi la preziosa collezione “Luigi Cocco”. Il collezionista, nativo di Villasor (1883-1959), mise insieme un ragguardevole patrimonio etnografico costituito da circa duemila preziose testimonianze del passato, un’ampia e articolata selezione di esse è fruibile oggi suddivisa per aree tematiche che comprendono i tessili, i gioielli, gli utensili, gli arredi e le opere d’intaglio ligneo.

E’ proprio a Villasor (CA) che nacque la collezione, creata a partire dagli anni Venti del secolo scorso. La passione che animava Luigi Cocco lo condusse nelle sue ricerche attraverso diverse località della Sardegna e, già nel 1937 la preziosa raccolta si guadagnò i primi consensi nelle esposizioni e mostre etnografiche isolane che la ospitarono. Nel 1948, con Decreto del Ministero della Pubblica Istruzione, le venne riconosciuto il carattere di “complesso di eccezionale interesse artistico e storico”.
Pochi anni prima della morte di Luigi Cocco si registra l’acquisto da parte della Regione Autonoma della Sardegna, con atto notarile sottoscritto nel 1954. I reperti, tutti databili ad un periodo tra la seconda metà dell’Ottocento ed il primo cinquantennio del Novecento, comprendono un notevole patrimonio di oggetti preziosi, che furono acquistati con atto separato da parte della stessa istituzione sarda per complessivi 1266 pezzi, la maggior parte dei quali in argento.1

L’area occupata dall’infrastruttura, posta all’estremità del percorso che si snoda all’interno della Cittadella per raggiungere la quota più alta e panoramica dell’antico Regio Arsenale, si può visitare dopo aver incontrato, lungo il tragitto, il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari e l’esposizione delle cere anatomiche Clemente Susini (http://pacs.unica.it/cere/). Il Museo Etnografico va così ad accrescere la complessità dell’offerta di un polo espositivo che comprende anche la Pinacoteca Nazionale di Cagliari (www.pinacoteca.cagliari.beniculturali.it/) ed il Museo Civico d’Arte Siamese “Stefano Cardu”(www.comune.cagliari.it/portale/it/contentview.wp?contentId=SCH8153), quest’ultimo forse meno conosciuto, ma meritevole d’attenzione dato il grande pregio dei suoi reperti provenienti dall’estesa area tailandese e da altre località dell’Estremo Oriente.

La grande sala del Museo Etnografico, la cui forma allungata è oggi resa più regolare e apprezzabile da un’armonica scansione delle superfici espositive, è il medesimo ambiente di un settore artigianale presso il quale venne eseguita la fusione della statua bronzea del re Carlo Felice, oggi collocata nella piazza Yenne a Cagliari.
Superato l’ingresso, si incontra un percorso espositivo comodo e lineare che, con le vetrine ben illuminate che si affacciano sugli spazi predisposti al di sotto, offre al visitatore un notevole colpo d’occhio con vista aerea sui restanti ambienti distribuiti nella sala sapientemente illuminata e posta pochi metri più in basso.

Da questo percorso sopraelevato, che si sviluppa su tre dei lati del Museo, il visitatore può apprezzare l’alternarsi del complesso di espositori e di vetrine a 360° insieme ad alcune gigantografie riproducenti aspetti dell’antica tradizione sarda. Queste ultime integrano intelligentemente l’esposizione, attivando e sollecitando l’osservatore ad un confronto ed una chiave di lettura che, in definitiva, ravviva gli stupendi reperti anche attraverso il contributo personale della memoria che ciascuno possiede di tali materiali.

L’esposizione inizia con gli oggetti sacri, i grandi rosari, i reliquiari, le croci in madreperla finemente decorate. Nei gioielli pare di riconoscere il retaggio d’antiche culture, veri e propri capolavori dell’oreficeria realizzati in argento, con l’impiego di pietre dure, del corallo e di una non meglio definita “pietra nera” somigliante all’ossidiana. Si riconoscono varie tecniche quali, ad esempio, l’incisione, la granulazione e la filigrana, immancabili caratteri della tradizione orafa e argentiera sarda.
Si contano poi numerosi amuleti, sovente dotati di campanellini con funzione apotropaica, verosimilmente destinati alla protezione dei nuovi nati. La datazione dei gioielli non è certa, salvo che per tre manufatti che si fanno risalire al XVIII secolo, mentre per dodici di essi conosciamo la provenienza: l’Ogliastra, S.Vito, Bono, Ittiri, Uri, Villasor ed il Sulcis.

Pregevoli sono i lavori in tessitura, complessivamente 731 pezzi, provenienti da vari centri della Sardegna centro-meridionale, dei quali risulta esposto un limitato campione significativo che comprende i copri-cassa, i copri-cuscino, gli scendiletto, una coperta, le fasce decorative per buoi e cavalli. Interessanti anche le bisacce da sella, le quali recano recano, insieme al nome dei proprietari, anche la data di confezionamento, il nome del paese di provenienza o delle invocazioni.

Su una di queste ultime si legge “che Dio mi aiuti”, indicativa testimonianza di un passato in cui i viaggi per le strade isolane non erano affatto sicuri, né per le “diligenze”, come il Canonico Spano ancora le definiva nel 1861, nè per i viaggi isolati.
Sempre pertinenti al settore tessile sono gli strumenti da telaio tra i quali spiccano una canocchia in giunco, del tessuto, dei fili colorati e del sughero, una spola incisa con decorazioni di tipo floreale, un dipanatoio e alcune rocche tutte finemente incise e intagliate.

Altri intagli ed incisioni raffinate si incontrano negli oggetti d’uso domestico, tra questi una bella cassa, decorata con tradizionali motivi floreali e animali, utensili da cucina, forse pezzi del “servizio buono”. Tra essi ricordiamo alcuni mestoli dei quali uno con il manico intagliato a forma di serpente. Questo rettile, che ritroviamo anche in altre incisioni come in coppe di terracotta, vere e proprie opere d’arte, impreziosiva tali oggetti richiamando una simbologia che rimonta ad epoche precedenti al cristianesimo.
Prima che la figura di questo animale strisciante venisse permeata dalle valenze demoniache, corollario di un emergente cristianesimo che andava allora affermandosi a discapito del mondo pagano, il serpente non aveva su di sé connotazioni maligne ma era, al contrario, l’animale simbolo della fertilità e della guarigione. Esso era associato al dio semitico Eshmun, divinità corrispondente al greco Asclepio ed al romano Esculapio. Ancora oggi l’Ordine dei Medici e dei Farmacisti si fregia, in modo assai eloquente, di questa antica simbologia.

Ecco quindi che, dai reperti in esposizione riemergono le ancestrali reminiscenze profondamente radicate nelle tradizioni popolari, in modo ancor più evidente nella Sardegna. Altri pregevoli manufatti meritevoli di menzione sono una stupenda coppa lignea riproducente la testa di un caprino, forse un muflone, anch’essa in tutto e per tutto simile ad un rithon, una pregiata forma ceramica o metallica diffusa nell’antico mondo mediterraneo e vicino orientale.

La visita prosegue tra le tante suggestioni provenienti dal passato, una lampada in maiolica policroma, dei taglieri decorati, dei porta polvere da sparo realizzati in corno e riccamente decorati da motivi incisi e cerniere metalliche e, tra i tanti, una pipa di pregiata fattura intagliata nel legno
Evidentemente non è possibile descrivere in modo esauriente, in poche righe, la ricchezza di contenuti dell’esposizione. Mentre ci soccorrono alcune immagini, si ricorda che ogni reperto è provvisto di cartellino esplicativo che informa il visitatore, sebbene a volte con eccesso di sintesi, circa i dati salienti dell’oggetto, il suo nome, la sua natura, i termini dialettali di riferimento e la provenienza.

Talvolta, note più esaurienti sarebbero risultate utili per un inquadramento più puntuale di alcuni reperti, in particolare per quanto attiene ai gioielli, ai metalli preziosi ed ai materiali impiegati, l’argento, il vetro, il corallo e le pietre preziose. Informazioni di carattere più generale sono comunque disponibili in un pannello predisposto all’ingresso del museo.
Il Museo è generalmente visitabile tutti i giorni dalle 10 alle 19, l’ingresso è gratuito.

1 Informazioni storiche, numeriche e geografiche relative alla collezione sono riportate dalla brochure disponibile all’ingresso del Museo.

 

 

Invia un commento