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Mediterranea | April 24, 2019

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Il Natale quando ero bambina

Il Natale quando ero bambina
Cristiana Sarritzu

“Mio babbo faceva il pastore, era spesso fuori casa ma per Natale non mancava mai, e io ricordo quanto fosse eccitante aspettare il suo ritorno e l’emozione che provavo quando insieme a mie sorelle sentivamo il calpestio degli zoccoli del cavallo sulle pietre, quel suono speciale. L’attesa era la cosa più bella e dentro la sua bisaccia c’erano sempre tante sorprese”.

Tonina Usai, 74 anni, di Sant’Andrea Frius, un paese nel Sud della Sardegna, ex collaboratrice amministrativa nell’Istituto comprensivo di Dolianova, racconta con nostalgia come trascorreva il Natale quand’era bambina. La sua era una famiglia numerosa, cinque figli, tre femmine e due maschi, ma al tempo i maschietti, due gemelli, non erano ancora nati. La mamma, che come dice lei era una donna dai “mille mestieri”, aveva fatto la mugnaia, la sarta e aveva una bottega, amava leggere e narrare alle figlie le storie dei suoi libri preferiti, trasmettendo loro questa sua passione. E’ così che oggi Tonina, oltre che condividere con me i suoi ricordi natalizi, mi regala un suo racconto, confidandomi inoltre che scrive poesie, e che proprio di recente una delle sue liriche ha ricevuto una menzione d’onore al concorso di poesie 2018 “Peppino Mereu” di Tonara.

La neve e la luce fioca delle candele che rischiaravano le abitazioni e la Chiesa, “In paese non c’era ancora la luce elettrica”, rendevano calda l’atmosfera natalizia e ancor più vibrante l’attesa per la nascita del Bambino Gesù, su cui erano riposte tante speranze.

Alle prime ore del mattino, nel giorno della vigilia, veniva acceso il caminetto per l’arrosto de sas tratalias, le interiora dell’agnello, i cui tempi di cottura erano molto lunghi. Il piatto veniva servito come antipasto. E poi si cuoceva sui fornelli la gallina ripiena in brodo, pietanza tipica e immancabile, così come erano sempre presenti, alla fine del pasto, la frutta di stagione e quella secca: fichi secchi, uva sultanina, ceci e fave arrosto, mandorle tostate.

Quando la gallina era ormai quasi cotta, ecco il calpestio degli zoccoli del cavallo sul selciato che annunciavano l’arrivo del babbo. Delle volte però era solo uno scherzo: una di loro, facendo finta di averlo sentito, incitava le altre ad andargli incontro, dopodiché erano battibecchi e risate. “Fuori c’era un freddo glaciale. Ricordo il gelone dal tallone fino alla metà della gamba. Al tempo non eravamo ben coperte”. In quegli anni c’era la moda di vestirsi “a cipolla”: calze corte, un vestitino leggero e uno o due maglioni sopra, un fazzoletto intorno al collo o una cuffietta. Il capottino era riservato ai giorni di festa per andare in Chiesa.

Era la bisaccia del babbo l’oggetto dei desideri e delle fantasie. Scoprire che cosa vi fosse dentro era la gioia più grande. Il padre l’appendeva dietro la porta d’ingresso e loro vi si piazzavano di fronte per scrutarne ogni minimo movimento, cercando quell’indizio che ne avrebbe rivelato il contenuto. L’attesa era lunga, perché il babbo diceva che bisognava imparare a non avere fretta. Dentro quel sacco c’era sempre qualcosa che suscitava stupore e meraviglia: vi si potevano trovare fichi d’india, pere selvatiche dolci, un animaletto di cui prendersi cura, un uccellino, un coniglietto, un agnellino appena nato. Infine non mancavano i rametti con le bacche rosse del pungitopo e il gambo di corbezzolo con i fiori e i frutti.

Non si faceva l’albero di Natale e non esisteva neanche Babbo Natale, ma si era soliti costruire il presepe con cartone e figurine di carta per realizzare le statuette dei personaggi, muschio, ghiaia, farina e rametti creavano la collina innevata, piccoli pezzi di sughero diventavano le casette del villaggio, un piccolo specchio dava l’idea di un lago e due pietre appoggiate quella di una caverna, dove una mangiatoia fatta di paglia e muschio doveva accogliere il Gesù Bambino. “Usavamo le immaginette per fare la Madonna e San Giuseppe”.

Nei giorni che precedevano la festa della Natività le famiglie erano solite recarsi in Chiesa per partecipare alle messe della Novena. Il presepe, allestito tra gli spazi della cappella, era un’attrazione per tutti, in particolare per i piccoli che non vedevano l’ora di vedere deposto il Bambin Gesù. Tante candeline colorate illuminavano la caverna e la mangiatoia e il loro accendersi e spegnersi in quell’ambiente semibuio, creava un’atmosfera magica, sopratutto la notte di Natale quando finalmente il sacerdote mostrava la statuetta del Gesù Bambino. “Era bellissimo, lo adoravo, e tutto era meraviglioso”.

La nonna paterna raccontava alle piccole la storia biblica dell’Esodo in modo singolare. Poiché il marito era capraro, per portargli le provviste alimentari, si recava spesso, con l’aiuto di un asino, in montagna. Nel periodo natalizio era solita dire alle bambine che quando andava a trovare il nonno, si muoveva come avevano fatto, tanto tempo fa, Maria e Giuseppe che avevano trasportato il Bambino Gesù in groppa a un asino per metterlo in salvo. E se le si chiedeva dove fosse Giuseppe, rispondeva che era dovuto restare in montagna perché aveva da fare, infine sottolineava che le donne possono fare quello che fanno gli uomini, d’altronde lei non si spostava sempre da sola? “Mia nonna oggi sarebbe stata considerata una femminista”.

Dopo la cena e i giochi sociali, per i quali si usava la frutta secca di stagione, mandorle e ceci, la mamma consegnava alle figlie i regali di Natale che erano stati tenuti nascosti nella stanza della farina, dentro le corbule, i cestini sardi. Le sorelline di solito intuivano che i regali fossero lì, ma non riuscivano mai a scovarli, perché quando si trovavano nei paraggi, sopratutto alla sera che era buio, bastava che la mamma facesse dei semplici rumori per intimorirle e farle desistere dall’impresa. In genere ricevevano in dono quaderni, penne e matite, mandarini e le immancabili dieci lire con cui insieme alle amiche compravano le caramelle.

Nel periodo di Natale si chiedeva ai bambini di comportarsi con altruismo, generosità e rispetto. E si chiedeva anche di scrivere la letterina dei buoni propositi e delle scuse a Gesù Bambino qualora si fosse commessa qualche monelleria. “Si diceva che Gesù l’avrebbe gradito e che altrimenti non ci avrebbe più voluti bene”. Tonina, come gli altri bambini, temeva la punizione di Gesù e poiché fin da piccola amava andare a cavallo e spesso correva, disobbedendo alle raccomandazioni della mamma, per farsi perdonare, le era stato insegnato di fare un fioretto che in genere consisteva nel rinunciare alle caramelle per qualche giorno.

“Ho un bellissimo ricordo del mio Natale da bambina”. Oggi non si respira più il clima natalizio e la magia che aleggiava nell’aria ai suoi tempi, quando il giorno della vigilia di Natale, nel buio della notte, si usciva da casa, ci si incontrava per la strada e si andava tutti insieme in Chiesa, tra uno scherzo e una risata. “Oggi purtroppo il Natale è la festa dei doni e degli addobbi natalizi. Io invece, fin da bambina sentivo che Gesù era nato per noi, per illuminarci e cambiare il mondo, per rendere bella la nostra vita e la penso ancora così”.

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