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Mediterranea | November 19, 2018

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Il monachesimo fra tensione spirituale e vita terrena - Mediterranea

Il monachesimo fra tensione spirituale e vita terrena
Alessandra Ghiani

La spinta verso un tipo di religiosità più vicina agli ideali evangelici e meno dipendente dalla sontuosità della Chiesa di Roma fu sentita fin dai primi secoli del Cristianesimo. Inizialmente questo anelito di spiritualità si manifestò soprattutto attraverso l’ascetismo, con l’abbandono dei beni terreni e della vita comunitaria per un ritiro totale in eremi o, come nel caso di alcune nobildonne, con la clausura tra le mura domestiche.
Nel VI secolo si ebbe, invece, il primo vero passaggio dall’eremo al cenobio: Benedetto da Norcia, dopo tre anni di vita solitaria nel Sacro Speco di Subiaco, si recò a Cassino dove fondò il suo primo monastero. Ne sorsero poi altri, anche se non si può parlare di un vero e proprio Ordine benedettino in quanto ogni monastero manteneva l’assoluta indipendenza; l’unico legame tra di essi era l’osservanza della Regola, scritta dallo stesso Benedetto, che non fu solo un insieme di dettami dottrinali, ma un vero e proprio manuale di vita.

Ora et labora

Il famoso motto ora et labora sintetizza quelle che secondo il santo dovevano essere le uniche attività del monaco: la preghiera e il lavoro. Questa visione della vita e il seguito che l’opera benedettina ebbe per svariati secoli favorì profondi cambiamenti nella vita economica e sociale del Medioevo. Innanzitutto, la Regola prevedeva che i monaci dovessero astenersi dalla vita pubblica, fonte di pericoli per l’integrità dell’anima. La limitazione dei contatti con il mondo esterno e la nobilitazione del lavoro manuale, fino ad allora considerato tipico dei servi e quindi disprezzato dai cosiddetti “uomini liberi”, favorirono la nascita di una economia interna al monastero: ciò che si consumava veniva prodotto dagli stessi monaci. Ma questa non fu l’unica conseguenza importante; vaste estensioni di terreni incolti e paludosi vennero bonificati e riconsegnati all’agricoltura, agevolandone lo sviluppo e incentivando il commercio. L’esempio dei benedettini ebbe un forte impatto soprattutto sui ceti popolari che, animati da una nuova volontà, contribuirono a questa crescita economica dedicandosi con nuova lena al lavoro nei campi. In cambio ricevevano protezione e aiuto in caso di necessità.

La Regola stabilì norme precise anche per i pasti e il vestiario, in modo che nulla fosse lasciato al caso o alle libere scelte del monaco. Per quanto riguarda il cibo, fu imposta la frugalità: i pasti potevano essere uno o due al giorno e non dovevano prevedere più di due pietanze cotte. Se disponibile, era ammessa in aggiunta la frutta. Assolutamente vietato era, invece, il consumo della carne dei quadrupedi, a meno che non lo si ritenesse indispensabile per questioni di salute. Ogni monaco aveva poi diritto a un quarto di vino. Al riguardo, dalla Regola si evince che il consumo di questa bevanda fosse oltremodo diffuso e gradito negli ambienti monastici: «Per quanto si legga che il vino non è fatto per i monaci, siccome oggi non è facile convincerli di questo, mettiamoci almeno d’accordo sulla necessità di non bere fino alla sazietà, ma più moderatamente, perché “il vino fa apostatare i saggi”».
Per ciò che concerne il vestiario, invece, ai monaci doveva essere più che sufficiente possedere due tonache e due cocolle — cappe chiuse provviste di cappuccio — leggere o pesanti a seconda della stagione e del clima in cui il monaco risiedeva. A ciò si aggiungevano le scarpe, le calze e l’abbigliamento da lavoro. In un’ottica di risparmio e di noncuranza per i beni terreni, il monaco doveva acquistare abiti che fossero a buon mercato e senza dare importanza alcuna al colore.
Poiché i monaci non potevano possedere niente, quando si ricevevano abiti nuovi, quelli vecchi dovevano essere restituiti per essere poi donati ai poveri.

Nel corso dei secoli i principi della Regola furono adottati in tanti cenobi, seppur non di diretta derivazione benedettina: fu il caso del monastero di Bobbio, fondato dall’intransigente monaco irlandese Colombano, di Farfa e di San Vincenzo al Volturno. Durante l’età carolingia, però, essi entrarono pienamente nell’orbita imperiale godendo, nel contempo, di importanti privilegi; intricate vicende storiche e politiche portarono a una vita monastica sempre più mondana e opulenta e i monasteri divennero proprietari di enormi patrimoni. In opposizione a questa deriva dell’ideale benedettino vennero attuati, nel tempo, diversi tentativi di riforma.

Cluniacensi, cistercensi e certosini

Il monastero di Cluny sorse nel 910 in Borgogna, sulla scia della diffusione della Regola benedettina e in virtù di un rinnovato bisogno di ordine e moralità all’interno della Chiesa. L’ordinamento amministrativo fu però diverso da quello previsto originariamente dal santo: mentre i monasteri benedettini erano legati solo dall’osservanza della Regola, ma totalmente indipendenti tra loro dal punto di vista economico e amministrativo, Cluny divenne il centro di comando di una fitta rete di cenobi diffusi in varie parti d’Europa. In un primo tempo, l’osservanza della Regola rimase comunque un obiettivo primario e i cluniacensi furono chiamati a riformare anche monasteri storici come quello di Farfa, da tempo in mano ad abati e monaci dissoluti. A lungo andare, però, gli ideali di povertà che avevano spinto l’azione riformatrice di Cluny vennero meno a favore di un crescente arricchimento dell’Ordine e al progressivo abbandono del lavoro manuale per quello intellettuale. Fu per questo che, dopo l’anno Mille, spartiacque ideale nelle vicende storiche, economiche e religiose del Medioevo europeo, si avvertì la necessità di un ennesimo ritorno alla vera povertà.

In tal senso operò il monastero fondato a Citeaux, in Borgogna, nel 1098. Nacque all’interno della congregazione cluniacense con l’intento di riportare l’antico rigore stabilito da Benedetto da Norcia con la sua Regola. I monasteri cistercensi sorsero in luoghi isolati e incolti con l’obiettivo di ritornare al lavoro manuale della campagna e alla frugalità evangelica, spinti dalla volontà di eliminare il superfluo e di riabbracciare quel vincolo di carità di benedettina memoria che vedeva la sua massima espressione nel ruolo di pater che l’abate aveva nei confronti dei suoi monaci e del legame fraterno che legava questi ultimi tra loro.
Ma la spinta alla “vera povertà” non escluse mai, neanche per i cistercensi, la possibilità di possedere ingenti patrimoni immobiliari. Questo favorì indubbiamente lo sviluppo dell’agricoltura strappando interi campi incolti alla verginità della natura, ma produsse anche, come è facile immaginare, ulteriori tentativi di riforma, come quello di Gioacchino da Fiore che propugnava un’idea di comunità monastica aperta anche ai laici, che si occupasse della cura del prossimo e della vita cristiana delle famiglie.

Parallelamente all’Ordine cistercense nacque quello certosino. Gli ideali di fondo rimasero quelli benedettini, ma la spinta propulsiva venne in realtà dall’eremitismo. I secoli XI e XII furono molto difficili per la vita della Chiesa, sempre più in mano a simoniaci e corrotti; la risposta più frequente a questa profonda crisi morale fu la scelta di una vita spirituale e terrena solitaria, che potesse essere di esempio, nella sua perfezione e nel suo rifuggire il peccato, per tutti gli altri.
Il risvolto di questa scelta non fu, però, l’inoperosità; l’eremita produceva per sé il minimo indispensabile alla sopravvivenza, anche come utile strumento per sfuggire all’ozio, da sempre avvertito come profondamente negativo nella vita delle persone e, in particolare, degli uomini di chiesa. E se gli si poteva obiettare che la scelta dell’eremo implicava l’assenza di quella charitas verso gli altri, ritenuta fondamentale fin dagli albori del monachesimo, in realtà era proprio la rinuncia a tutto ciò che andava oltre il minimo indispensabile la vera opera di carità che l’asceta compiva nei confronti del prossimo.

Domenico di Guzman e Francesco d’Assisi

Il Duecento fu un secolo di profonda crisi per il monachesimo. Se nelle campagne la Chiesa riusciva ancora a gestire le masse di poveri con opere di carità, con la nascita e il progressivo ampliarsi delle città, la differenza tra laici poveri e uomini di chiesa era avvertita in modo non più sopportabile. Si diffusero le eresie valdese e catara, e il malcontento per la vita dissoluta condotta dal clero mise in crisi anche le istituzioni monastiche che a quel mondo in qualche modo erano riconducibili.
Le due più importanti figure di rinnovamento nel corso del secolo furono quelle di Domenico di Guzman e di Francesco d’Assisi. Entrambi predicavano il ritorno a un’assoluta povertà e, in questo, l’esempio di Francesco fu emblematico. Il suo pensiero non si discostò mai dalle azioni: l’obiettivo dei francescani fu da subito quello di convivere come fratelli, senza ordinamenti gerarchici, nella più assoluta povertà. Quest’ideale non fu un mero desiderio di perfezione personale, ma divenne vicinanza e cura costante dei più deboli e degli emarginati. L’esempio per Francesco fu sempre la povertà di Cristo e il suo sacrificio per gli uomini.

In modo totalmente diverso operò, invece, Domenico. L’obiettivo principale dell’Ordine da lui fondato fu da subito la soppressione dell’eresia catara e il mezzo attraverso il quale intervenne inizialmente fu la cultura. I monasteri domenicani divennero importanti centri di preparazione dei monaci in vista dell’opera di evangelizzazione e conversione che animava da sempre gli ideali di Domenico. Le eresie nascevano dal malcontento generale ma anche dall’ignoranza del popolo e degli stessi uomini di chiesa.
Quest’iniziale lavoro di persuasione, però, si trasformò ben presto in persecuzione. Ai domenicani, infatti, venne affidato il Tribunale della Santa Inquisizione, tristemente famoso per le condanne al rogo, la caccia alle streghe e le torture inflitte a tutti coloro che venivano accusati di eresia.

Da questa sintesi si evince che il monachesimo ebbe un’influenza fondamentale nella vita sociale ed economica durante tutto il Medioevo: apportò modifiche radicali alla fisionomia del paesaggio europeo, grazie all’intenso lavoro di dissodamento e bonifica di vasti territori prima incolti; nobilitò il lavoro manuale; ebbe la capacità di raggiungere, con la preghiera, l’evangelizzazione e le opere di carità, gli strati più deboli della popolazione; fu, infine, l’unica parte della Chiesa a introdurre un’idea di riforma, sentita come indispensabile opposizione alla mancanza di moralità e al degrado in cui essa versava e di cui gli organi ufficiali si occuperanno solo più avanti con la Controriforma, in seguito alla scissione luterana.
Se da un lato, quindi, l’opera dei monaci fu importante e positiva, è anche vero che i numerosi tentativi di riforma nacquero pur sempre dall’abbandono della retta via. L’attaccamento ai beni terreni finiva col prendere il sopravvento a causa della corruttibilità dell’animo umano anche quando il punto di partenza era indubbiamente lodevole. Non si deve però scordare l’esempio di grandi uomini, che alla ricerca della perfezione nel seguire la parola di Cristo, nato e morto povero, dedicarono la loro vita: Benedetto da Norcia e Francesco d’Assisi furono forse i principali esempi di questa fortissima tensione spirituale che non fu fine a se stessa, ma che seppe dare una risposta concreta al malcostume della Chiesa e ai bisogni dei più deboli.

Fonti

AA.VV., Dall’eremo al cenobio, Milano, 1987

www.ora-et-labora.net

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