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Mediterranea | May 25, 2019

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Il Mais Spinato di Gandino: la memoria dei luoghi attraverso i prodotti del terroir - Mediterranea

Il Mais Spinato di Gandino: la memoria dei luoghi attraverso i prodotti del terroir
Carmen Bilotta
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Val Gandino (Bergamo) “I Giorni del Melgotto” 2014

La manifestazione si tiene da diversi anni in coincidenza con il raccolto dello Spinato, antica varietà locale di mais, di cui si vuole favorire la promozione e che ora si avvia a diventare il gustoso biglietto da visita del terroir bergamasco in vista di Expò Milano 2015.

Due settimane (dal 7 al 19 ottobre) dense di incontri ed eventi dedicati al cibo e un’occasione per riflettere attorno al tema dell’alimentazione sostenibile partendo dall’esperienza locale.
All’Anteprima con il Mercato Agricolo della Val Gandino e alla mostra micologica di Casnigo ha fatto seguito una vera e propria full immersion che a Gandino ha proposto la visita al Mulino e alle coltivazioni di Mais Spinato, la scartocciatura delle pannocchie in piazza accompagnata dal tipico pranzo bergamasco, cui chiunque lo desiderasse ha potuto partecipare e, infine, degustazioni di whisky scozzesi e prodotti della Filiera del Gusto del Mais Spinato.

Numerosi e interessanti sono stati gli incontri di approfondimento, guidati dagli esperti del settore, le tavole rotonde e le conferenze cui sono intervenuti, tra gli altri, i rappresentanti dell’Osservatorio CORES-CST-Università degli Studi di Bergamo; il responsabile Agricoltura ed Expò di Bergamo, Giulio Del Monte; il direttore dell’Orto Botanico di Bergamo, Gabriele Rinaldi; il Direttore, Carlotta Balconi, e i ricercatori del CRA-MAC di Bergamo, Sabrina Locatelli, Rita Redaelli e Paolo Valoti.
A questi momenti si sono alternate altre attività: laboratori didattici organizzati in collaborazione con le scuole, mostre e percorsi gastronomici. A chiudere la manifestazione domenica 19, la proiezione del cortometraggio “Gente di Mais”, premiato al recente Food Film Festival 2014, tenutosi a Bergamo lo scorso mese di Settembre.

Un evento, dunque, tutto all’insegna del binomio “cultura e coltura”, che vuole sottolineare il valore delle risorse genetiche quale elevata fonte naturale da impiegare nei programmi di conservazione della biodiversità. Risorse genetiche definite di “importanza strategica” per il futuro dell’umanità nelle stesse conclusioni della Conferenza Internazionale sulla Biodiversità tenutasi nel 1992 a Rio de Janeiro.
La biodiversità non rappresenta soltanto la varietà di forme di vita esistenti; nello specifico deve, infatti, considerarsi fonte di nuovi prodotti genici e alleli importanti per il miglioramento dell’agricoltura e dell’industria che ne deriva, pertanto meritevoli di essere individuati, valorizzati e preservati nell’ambito della produzione agro-alimentare, della promozione rurale e della salvaguardia ambientale.
Attualmente, anche in Italia, assistiamo al rinnovato interesse per la riscoperta della tipicità e della qualità delle produzioni locali di cui il paese è assai ricco e rispetto alla cui valorizzazione, la stessa Unione Europea consente di richiedere e ottenere, attraverso specifici strumenti legislativi, diversi e importanti riconoscimenti (DOP, IGP, AS, etc.). Questo fenomeno ha fatto crescere, in maniera esponenziale, l’attenzione per le varietà tradizionali dei prodotti tipici che si ritiene possano contribuire in maniera decisiva alla valorizzazione storica, culturale e di recupero delle tradizioni nel territorio di particolari aree geografiche legate alla cultura popolare contadina.

La tutela di questi prodotti, dunque, può ritenersi, a ragione, una strategia vincente per la crescita e la promozione di tutte quelle regioni in cui la qualità dei propri prodotti non è da considerarsi semplicemente patrimonio del singolo, ma bene comune di un’intera collettività.
Nel nostro paese, sempre più numerosi sono i progetti nati dalla volontà di assumere iniziative tese a supportare concretamente il patrimonio di tradizioni e a recuperare i know how agro-alimentari dei prodotti considerati tipici di una specifica area geografica, considerati per questo motivo di particolare interesse storico, sociale ed economico e, in conseguenza di ciò, meritevoli di valorizzazione.
E’ il caso del Mais Spinato di Gandino, prodotto cui è ispirata e dedicata la manifestazione “I Giorni del Melgotto”. Tradizione vuole che il primo paese in Lombardia a dedicarsi alla coltivazione del mais sia stato proprio Gandino, comune della provincia di Bergamo e centro industriale della montagna orobica. E’ Filippo Lussana, nel suo Memoriale del 1881, a riferirci che la prima coltivazione del prezioso cereale in territorio lombardo, fu fatta nel 1632 a Gandino, allorché il nobile bellunese Benedetto Miari, che fin dal 1617, nelle proprie terre venete, aveva avuto modo di sperimentare con successo la coltivazione del mais, trovandosi a Gandino al seguito dell’allora patriarca di Venezia e dei Baroni Giovannelli, originari del paese della bergamasca, seminò con ottimi risultati il mais che aveva portato con sé, in un podere di proprietà dei Giovannelli sito in località Clusvene.

Il mais in Lombardia, a differenza della patata, incontrò immediatamente il favore delle popolazioni locali, di cui conquistò in breve tempo la fiducia al punto che queste giunsero ad estenderne la coltivazione fino alle zone più estreme, dove il freddo clima montano li costringeva a semine tardive che mettevano a repentaglio la stessa maturazione delle spighe.
La resa del mais, soprattutto se paragonata a quella di altri cereali, era certamente più importante in termini quantitativi. Tuttavia tanta popolarità sarebbe da attribuirsi, verosimilmente, anche alla facilità della raccolta manuale e alla possibilità di conservare il cereale in spighe che potevano essere appese ai grandi loggiati che tuttora caratterizzano l’architettura rurale bergamasca. Altro elemento da non sottovalutare, a cui può ricondursi l’origine del successo del mais in questa area geografica, è sicuramente legato alla facilità di preparazione della polenta e al suo ottimo gusto. Lo stesso successo che attualmente registrano in queste zone le varietà autoctone di mais è in larga misura legato alla riscoperta della “vera polenta”, come raccontano gli informatori più anziani. Proprio il ritrovamento di un gusto che si riteneva oramai perduto ha, dunque, rappresentato una delle ragioni, se non la ragione più importante, che ha spinto, incoraggiato e motivato coltivatori da una parte e consumatori (specie i più anziani) dall’altra a sostenere con grande energia il progetto del Mais Spinato, una varietà locale di mais che si caratterizza per la forma appuntita del seme, detta, per questo motivo, a “spino”, “rostro” o “rampino”; un carattere morfologico che a detta degli esperti pare derivare dagli antichi mais sudamericani, come anche riportato dal botanico e direttore dell’Orto Agrario di Torino Matteo Bonafous nella sua “Storia naturale, agricola e economica del formentone” del 1833.

I primi passi per la valorizzazione dello Spinato di Gandino iniziano ad essere mossi dall’amministrazione comunale nel 2007, allorché l’allora assessore alla cultura Filippo Servalli e la Pro-Loco decidono di riscoprire quel patrimonio che per secoli aveva caratterizzato le coltivazioni locali. Il ritrovamento del seme originario, tuttavia, non si dimostrò impresa agevole, soprattutto se consideriamo la riconversione dei terreni che nel corso degli ultimi decenni erano stai destinati per lo più alla coltivazione di ibridi americani. Lo spinato era rimasto confinato negli orti di pochi agricoltori e lì, infatti, si andò a cercarlo, sollecitando contestualmente l’Unità di Ricerca per la Maiscoltura CRA-Mac di Bergamo affinché analizzasse il materiale conservato dai contadini o ex contadini della valle, nella speranza di poter ritrovare l’antica varietas. Inizialmente il genoma del materiale recuperato, sottoposto ad analisi e controlli, non risultò affatto interessante perché in larga misura appunto ibridato. Questo fino al ritrovamento in località Ca’ Parecia di una pannocchia appesa a una trave della cascina del signor Bernardo Savoldelli, tuttora custode del seme, il quale consegnò agli esperti ricercatori anche un vaso contenente gli antichi semi autoctoni che in laboratorio si dimostrarono “non imbastarditi”.

Gli ultimi contadini della famiglia Savoldelli furono Giacomo e Andrea, i cui rispettivi figli Giovanni e Bernardo, oggi collaborano attivamente al Progetto dello Spinato di Gandino. Nel 2008, in seguito al clamoroso ritrovamento del seme originario, infatti, è nato il progetto per la “salvaguardia e valorizzazione della varietà locale di mais denominata Spinato di Gandino”, a determinare la riuscita e il successo del quale ha contribuito senza ombra di dubbio il grande lavoro di squadra condotto e portato avanti sinergicamente con entusiasmo e competenza dal Comune di Gandino, dalla Commissione De-C.O., unitamente alla Pro-Loco, alla Comunità del Mais Spinato di Gandino con l’ausilio fondamentale del partner scientifico facente capo all’Unità di Ricerca per la Maiscoltura CRA-MAC di Bergamo. E’ stato, infatti, proprio quest ultimo, dopo cinque anni di attenta selezione genetica a riuscire nell’impresa di restituire purezza originaria e nuova vita ai semi ritrovati nell’antico cascinale di Ca’ Parecia. Il lavoro tecnico-scientifico, nello specifico, è stato curato, in qualità di referente scientifico del progetto, da Paolo Valoti, tecnico dell’Unità di Ricerca e grande appassionato, conoscitore ed estimatore della realtà rurale, il quale è riuscito ad armonizzare e conciliare i diversi aspetti tecnici e socio-culturali.
Una volta concluso il lavoro di costituzione della antica varietas di Mais Spinato si è dovuto affrontare il problema della sua conservazione, obiettivo questo che ha finito col coinvolgere lo stesso Savoldelli, il “contadino custode”, oggi interfaccia tra il CRA-MAC di Bergamo e gli altri agricoltori impegnati nel progetto di salvaguardia e valorizzazione del cereale.

Come sottolineato all’inizio del nostro discorso, un patrimonio locale è anche patrimonio globale della biodiversità agricola creata e conservata dai contadini. Per questa ragione, dunque, al fine di conservare il germoplasma dello Spinato, il 4 novembre 2010, cinquecento semi del prezioso cereale sono stati consegnati al Laboratorio di Ecologia vegetale e Conservazione delle Piante dell’Università degli Studi di Pavia e, contestualmente, altri cinquemila semi sono stati trasferiti allo Svalbard Global Sead Vaut, il deposito sotterraneo per la conservazione mondiale delle sementi sito nell’isola di Spitsberger (nell’arcipelago delle Svalbard) in Norvegia, a milleduecento chilometri dal Polo Nord. Questo deposito, conosciuto anche come “Arca dell’Apocalisse” ha sede in una miniera di carbone dismessa, all’interno della quale sono conservati migliaia di semi provenienti da tutto il mondo, affinché ne sia garantita la salvaguardia nel tempo a beneficio delle generazioni future.

La Comunità del Mais Spinato è anche promotrice e firmataria del Network Internazionale dei Mais Antichi. Sempre nel 2013 viene sottoscritto il progetto tra le comunità che conservano antiche varietà autoctone per lo scambio culturale, scientifico e tecnico. Vi partecipano anche i paesi dove per primo fece la sua comparsa il mais (Messico e Bolivia) e da cui iniziò il suo viaggio verso la montagna bergamasca.
Il motore di ricerca che ha permesso di portare avanti con successo il Progetto dello Spinato di Gandino è stato senza dubbio la sostenibilità che ha investito e tuttora investe a 360° cultura, coltura, economia e turismo e che coinvolge, attraverso un approccio sistemico, tutti gli attori sociali che divengono parte di una filiera integrata: coltivatori, commercianti, scuole, istituzioni e comuni cittadini.
Nel 2012 la Commissione per la De.co. (denominazione di origine comunale) di Gandino concede il marchio per la produzione di farina di mais “Spinato di Gandino Deco” a sei coltivatori. Nel 2013 si costituisce l’Associazione Comunità del Mais Spinato della Val Gandino che oggi annovera circa quaranta associati, dieci dei quali sono agricoltori che hanno convertito se non totalmente almeno parzialmente i loro terreni.
Il Progetto Spinato di Gandino, in quanto progetto di valorizzazione di un sistema agroalimentare fortemente localizzato e a valenza storico-identitaria, non ha voluto limitarsi agli aspetti socio-cultural- educativi, i quali spesso rischiano di esaurirsi rapidamente o quantomeno di svuotarsi di contenuti se non dimostrano di essere anche in grado di promuovere delle dinamiche economiche. Sin dall’inizio ci si è preoccupati perciò che il rilancio dello “Spinato” non avesse per finalità solo la preparazione casalinga della polenta ma coinvolgesse, invece, anche una dimensione artigianale concretizzandosi in prodotti trasformati in grado da fare da veicolo dell’immagine abbinata “Spinato-Gandino”.
Partendo da questo presupposto, un fornaio locale su indicazione della Commissione De.co e degli attori del progetto ha creato un biscotto capace di valorizzare al meglio le qualità organolettiche della farina (il “fioretto”) di “Spinato”. In questo modo, recuperando usi localmente perduti ma molto radicati nell’area con forti tradizioni di consumo di mais per l’alimentazione, è nato il “Melgotto”, un biscotto che sin nella forma e nell’aspetto richiama la spiga e la polenta, prodotto almeno per ora solo dagli artigiani del comune. Con la farina di Melgotto, oltre al biscotto, al gelato, alla polenta, alla birra e alle torte si produce un pane, il “Pan Spinato” opera di un panettiere di Casnigo, ideatore della “Garibalda”1, mentre al Caffè Centrale di Gandino si può assaggiare la “Spianata”, una pizza gialla, un nuovo prodotto ispirato ad antiche modalità di consumo dei cereali, frutto di un impasto realizzato con una sapiente miscela di farine, a base di farina di Mais Spinato di Gandino e adatto ad accompagnare salumi, formaggi tipici e la rinomata mozzarella di Casnigo.

Far conoscere un prodotto, raccontando la storia della popolazione che lo ha introdotto nella propria tradizione agricola e nella propria cultura alimentare significa poterne difendere la memoria, salvaguardarne il valore e l’immenso patrimonio materiale e immateriale che porta con sé. Gandino da questo punto di vista rappresenta indubbiamente un esempio positivo di rilancio dell’economia locale partendo dal territorio.

Fonti

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http://www.ismea.it/Documenti/Temp/239860568/53234.pdf
INEA: Seminario “La qualità quale fattore per la valorizzazione dei prodotti agroalimentari tipici” – sito: http://www. inea.it/reteleader/pubblica/atti/1-2giugno/1-2giugno.htm
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Ministero delle Politiche Agricole – Sez. Prodotti di qualità – sito: http://www.politicheagricole.it/QUALITA/home.asp
Guida ai prodotti tipici italiani. Il più grande archivio dei prodotti tipici italiani, dei produttori, dei consorzi di tutela e garanzia, delle sagre ed eventi che celebrano le specialità della tradizione enogastronomica italiana – sito: http://www.prodottitipici.com
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http://www.svalbard.it/blog/deposito-sotterraneo-globale-dei-semi-di-svalbard/
http://www.nogeoingegneria.com/blog/banca-dei-semi-il-deposito-in-antartide-fiorisce-a-bari-marcisce/
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http://www.bortonevivai.it/news/articolo.php?id=la%20rete%20italiana%20banche%20germoplasma

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