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Mediterranea | May 25, 2019

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Il linguaggio emotivo dell'immagine come strumento di cura possibile: la Foto Terapia - Mediterranea

Il linguaggio emotivo dell’immagine come strumento di cura possibile: la Foto Terapia
Maria Grazia Sussarellu
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La nascita della fotografia segna un punto di trasformazione nella storia dell’umanità. Oltre al riconoscimento della sua funzione documentaria e di valore estetico, troviamo un potente mediatore tra ricordo e memoria dalle molteplici valenze. Connessa da tempo, intimamente alla nostra identità culturale è capace di sostituire la memoria con cui comunica e ne condivide il presente.

Le fotografie sono le orme della nostra mente, specchi delle nostre vite, riflessi del nostro cuore, memorie sospese che possiamo tenere in mano, immobili nel silenzio – se lo volessimo, per sempre. Non solo testimoniano dove siamo stati, ma indicano anche la strada che potremmo forse intraprendere, che ce ne rendiamo già conto oppure no“…
Judi Weiser

Eric Hobsbawm lo ha definito il secolo “breve”, il secolo dell’immagine, dell’estetica e dell’esteriorizzazione della nostra vita privata… il secolo insomma, dell’immagine fotografica.
Molto sappiamo, molto è già stato scritto sulla fotografia, arte in perenne evoluzione. La fotografia è diventata parte della nostra forma mentis; secondo Marshall Mcluhan, l’uomo del novecento vede fotograficamente.
Sembra doveroso, a questo punto, raccontarne un aspetto ancora poco conosciuto, ma ricco di potenziale e novità. La fotografia come strumento terapeutico. Una disciplina contemporanea, ma dalle intenzioni e radici, ancorate alla fine dell’800. Per Foto Terapia si intende una disciplina che consiste nell’utilizzo dell'”agire” fotografico a scopo formativo, terapeutico e riabilitativo, in cui la fotografia emerge come strumento di comunicazione, piuttosto che come espressione o forma d’arte applicato su se stessa o sugli altri. Verrebbe da chiedersi: si può guarire con la fotografia?
Sicuramente, da quanto emerge da diversi studi, non solo aiuta a migliorare la qualità della vita, facilita l’indagine del proprio mondo emozionale e a riscoprire il perché facciamo fatica ad accettarci col passare del tempo. Nella psichiatria, utilizzata particolarmente in soggetti per i quali la comunicazione verbale è fisicamente o mentalmente limitata, sui soggetti emarginati a livello socio-culturale e minoranze di genere.

Dagli appunti di Susan Sotang (1977): ” la fotografia è principalmente un rito sociale, una difesa contro l’ansia, uno strumento di potere”…
La fotografia cattura il luogo misterioso tra conscio e inconscio, è strettamente legata alla memoria e con le sue molteplici possibilità, rappresenta ancora oggi la più potente forma espressiva e comunicativa. Svariati nomi di spicco della medicina e della psicoanalisi, Sigmund Freud compreso, nel corso secolo scorso, e della cultura del 900, hanno utilizzato questa disciplina nelle loro pratiche professionali. In realtà i primi e rari documenti sull’utilizzo della fotografia come mezzo di sostegno a scopo terapeutico risalgono al 1856, Il Dottor Hugh Welc Diamond, fotografo, amatore e psichiatra al manicomio di Surrey, presentava alla Royal Society of medicine la sua relazione sulla possibilità di applicazione della fotografia nel trattamento di pazienti psichiatrici. Negli anni 20 con Abram Kardiner, noto psicoanalista americano, l’intuizione dell’utilizzo dell’immagine a scopo riabilitativo inizia a perfezionarsi.
Gli anni 40 segnano importanti tappe, Jacob Levi Moreno le utlizzava nelle sedute di gruppo con pazienti dalle importanti patologie psichiche. Negli stessi anni il Dottor Floyd S. Cornelison al Boston State Hospital per la prima volta introduce e utilizza l’uso della polaroid con i pazienti schizofrenici. I progressi negli anni 70 e 80 in cui si affianca all’uso della fotografia, altri materiali, come bambole, gesso e figure di altro genere, in modo da far interagire direttamente il paziente stesso e renderlo nella condizione di ricreare situazioni comprensibili senza l’utilizzo della parola. Gli anni 80 sono gli anni delle numerose pubblicazioni e riviste che si occupano di foto terapia. Judi Weiser, tra le pioniere della moderna foto terapia apre nel 1982 il suo Photeraphy centre, a Vancouver, in Canada.
Di spicco il lavoro e la ricerca di Linda Berman, la cui esperienza viene trasformata in un libro: Beyound smile the therapeutic use of photography. Sono proprio la psicologa Judy Weiser e Linda Berman che individuano nella fotografia il mezzo per analizzare le proprie emozioni, l’approccio con essa e il nucleo familiare di appartenenza, riconoscendo all’immagine potere espressivo, forza evocativa, la facoltà di suscitare memorie, emozioni represse, attribuendo alle fotografie personali il merito di facilitare l’analisi del proprio cosmo emozionale, non più quindi, un semplice sistema di rappresentazione della realtà, ma inteso come storia delle nostre radici, utili nel tempo per definire i centri di gravità del nostro stare al mondo. La fotografia, quindi come manifestazione del mondo, un diario personale che nel suo manifestarsi riporta alla luce attimi cruciali, stati psicologici, difficoltà emotive e ampiamente utilizzata nella mediazione delle pratiche di divorzio. Le tipologie e il metodo in cui viene intesa la fotografia è svariato. Si utilizzano foto scattate dai pazienti stessi, foto scattate al paziente o da altre persone, e in numerosissime quantità, le foto di famiglia. Durante le sedute di foto terapia l’immagine viene utilizzata come un ponte della memoria e integrata all’arte terapia. Un progetto fotografico molto interessante e tutto femminile è “the lovelist girl in the word” realizzato dalla fotografa, artista, ed educatrice Miina Savolainen un esempio di come la foto terapia utilizzata a scopo socio-riabilitativo possa coinvolgere attivamente le persone e protrarsi nel tempo. Protagoniste furono 10 ragazze vissute in orfanotrofio tra storie di violenza e abbandono, per diventare successivamente modelle in scenari fiabeschi senza perdere l’autenticità e l’accettazione della propria esistenza , contrapposta agli scenari riproposti dalla fotografa. Un progetto eccezionale concluso dopo 10 anni di lavoro laboratoriale, confidenziale e di dialogo costante.

Anche in Italia, psichiatri, docenti, e psicoanalisti elaborano progetti, idee, e programmi basati sull’immagine la sua pratica. Non da meno quindi nel proporre iniziative, e tra le più importanti condotte troviamo i progetti di Ayres Marques Pinto il quale nel 2001 ha realizzato il percorso fotografico FOTO-INCONSCIO invitando gli ospiti e gli operatori della comunità psichiatrica “Il filo d’Arianna” a girare per Ancona muniti di macchina fotografica. Tra il 2004 e il 2006 ha progettato “La mente nel mirino-A spasso per la città“, realizzato presso il centro di salute mentale di Osimo, confluito poi nella mostra “150 anni di fototerapia”.
Nel 2009 ha realizzato il progetto “Zoom a zonzo”, una serie di spedizioni fotografiche nelle maggiori città delle Marche. Il potere terapeutico delle fotografie, è adatto a chiunque, dagli adulti agli adolescenti. Un veicolo straordinario per raccontarsi, oltre l’indagine verbale, per superare traumi, difficoltà spesso sepolte nel nostro inconscio. In Italia esistono diversi fototerapeuti, anche se ufficialmente non esiste un registro, ma sono reperibili sul sito www.phototeraphy-centre.com.

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Commenti

  1. Maria Grazia Sussarellu

    grazie a lei Ayres Marques Pinto! a presto spero per una bella intervista

  2. Bell’articolo! Complimenti!

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