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Mediterranea | November 12, 2018

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Il lavoro rende liberi (Arbeit Macht Frei) - Mediterranea

Il lavoro rende liberi (Arbeit Macht Frei)
Daniele Carbini

Qualcosa deve essere andato storto. Lungo il percorso si deve essere inceppato un non so che e deve avere creato delle deviazioni. Lucas non si è sono accorto, ma qualcosa deve essere successo, si deve essere stato distratto e in quel momento preciso ha preso la fregatura. Non tornano i conti, c’è poco da fare. O forse si sono perso la lezione. Dev’essere andata per forza così, altrimenti non si spiega, non c’è un senso che abbia una sorta di maschera di plausibilità, un filtro che possa farla apparire accettabile.
Però il sapore della fregatura lo sente tutto, sulla pelle, sulle ossa, dentro la carne, lungo i tendini. E i pensieri vanno in corto circuito.

C’è un mantra che gli viene sputato ogni attimo contro, una colpa che lo deve lasciare zitto, gli deve impedire di dire una cosa che sia una, gli è vietata un’espressione critica di pensiero.

“Tu sei un privilegiato!”
“Tu hai un lavoro!”
“Tu puoi arrivare a fine mese!”
“Tu puoi programmarti una vita, una famiglia, un futuro!”
“Tu sei un lavoratore!”
“Tu non puoi lamentarti!”
“Tu sei ricco!”
“Tu sei libero!”
“TU DEVI STARE ZITTO! SEI UN PRIVILEGIATO!”

Invece Lucas parla. Sarà arrogante. Sarà presuntuoso, ma parla. Soprattutto con te, che sei senza un lavoro, che sei un precario, un disoccupato, un disperato con la mente fresca e giovane, carico di forze e sogni e visioni brillanti, con te che urli il tuo diritto ad una esistenza dignitosa, ad un lavoro che permetta di renderti “uomo”, che lasci il futuro nelle tue mani. Non sa bene dove sia il tranello, mica l’ha capito bene, però è necessario che ti spieghi come stanno le cose, dal di dentro, da dentro il lavoro, ciò che tu dall’esterno non vedi, che non puoi percepire, che anzi visualizzi come il mezzo della tua libertà e realizzazione personale. Attento, c’è l’inganno. Attento dannazione, c’è la voragine che ti inghiottirà e non lascerà niente. Quando riuscirai a fermarti, un attimo solo a pensare, a riflettere, sarà tardi, sarà troppo tardi, sarai già fagocitato dalla macchina infernale e anche se riuscirai ad avere la consapevolezza che è tutto diverso da come l’avevi immaginata beh… non tornerai più indietro, non sarà possibile, ti avranno già succhiato il sangue, scarnificato, modificato ogni neurone, ti rimarrà solo la rabbia, un’infinita rabbia unita alla rassegnazione che è così e basta, poche illusioni. Una cosa però Lucas l’ha capita. Il vestito del lavoro è buono, si presenta bene, ha una definizione di ciò che dovrebbe essere e che è stato. Senza scomodare tomi di sociologia o di filosofia, basta wikipedia. E sostanzialmente dice che lavorare è faticare (travagliare) fisicamente e/o intellettualmente al fine di ricevere un compenso monetario che permette di soddisfare dei bisogni essenziali o superflui. Questo è: lavorare per fare soldi, perché con questi soldi Lucas si può permettere i beni di cui ha necessità o semplicemente voglia, anche se sono beni non essenziali alla sua sussistenza. Perciò Lucas capisce che il lavoro, questa faticosa attività, ha un risultato pratico. Crea prodotti di consumo. Necessari o futili. Utili o inutili. Semplice. Lo dice anche l’articolo 1 della Costituzione, l’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro. Un diritto e un dovere. Ma a Lucas questa spiegazione non basta, è troppo in superficie, sente che ci sta qualche ragione più sotterranea, più pregante. Continua a leggere su wikipedia. Trova che il lavoro ha soprattutto un significato spirituale. E capisce da subito che non è semplicemente l’aspirazione a svolgere una qualsiasi attività esistente finalizzata all’accumulo di denaro. A wikipedia bastano due righe, mica tanto, ma sufficienti a far capire a Lucas come mai la sua massima aspirazione non sia lavare cessi. Legge:

“Il lavoro è quella forza, unita alla consapevolezza di sé, che permette di realizzare la propria natura potenziale, portando a termine compiti etici che possano fornire un beneficio spirituale e morale a se stessi, all’ambiente sociale e naturale.”

Quindi è per questo che si è disposti a faticare, etimologicamente a vivere un travaglio intenso e ripetuto nel tempo, perché nel fare un lavoro, il proprio lavoro, l’uomo si realizza, definisce se stesso e porta a compimento la sua natura. Così Lucas desidera fare l’architetto, è disposto a strapazzarsi in essa e per essa, ci vede la realizzazione di un prodotto finale, che lo realizza come essere umano e gli assegna un posto nel mondo, si sento esplicitato e presente, come se realizzasse una sua naturale finalità, in armonia con il tutto. Raggiunge un risultato concreto e si riempie di significato, ha senso.

Lucas ha studiato come un pazzo, pensa di essersi giocato anche qualche neurone. Ha talento, non lo pensa solo lui, ma anche gli amici, e i docenti. Avrebbe voluto fare carriera universitaria, ne aveva tutte le capacità e la sfrontatezza di non rispettare i mostri sacri dell’architettura, quell’insolenza che porta l’innovazione e un mondo nuovo. Lo hanno stroncato subito. “Devi finire sotto l’ala protettiva di un barone, fare per lui il portaborse per almeno dieci anni, fare il concorso di stato sperando che gli altri siano sotto le ali di baroni meno potenti del tuo e poi vivacchiare di borse di studio. Questo se ti gira bene, se il tuo pezzo da novanta nel frattempo non muore, visto che è un vecchio bacucco, e contare che la tua famiglia sia disposta a camparti. E ovviamente non scordarti che di meriti riconosciuti non se ne parla proprio, come nemmeno di fare le ricerche di tuo interesse. Solo ciò che comanda il Dio sulla tua testa, che pubblicherà le tue fatiche con il suo nome e tu non verrai nemmeno citato.” Lucas ha rinunciato alla carriera accademica, ha velocizzato gli studi, ha mangiato il tempo, dato gli esami alla velocità della luce. “Mi riscatterò nel mondo del lavoro”, si è ripetuto in modo ossessivo. “Sfonderò nel lavoro, ce la farò con le mie forze”. Lucas aveva solo ventiquattro anni e una laurea in tasca, grandi idee e speranze di un posto di merito nel mondo. Lucas, un sognatore, illuso come ogni giovane forte e rabbioso, convinto di mettere a posto il mondo, lui che sapeva agire con la stessa grandezza dei suoi pensieri. Ha spedito il suo curriculum a mezzo mondo, quel pianeta chiamato lavoro che lo chiama e lo seduce, è un mostro dalle mille facce, un caleidoscopio di speranze e di progetti nella mente, è le porte del futuro, le ali della libertà. Lucas corre, ha fame di vita, ha fretta di fare, di realizzare, di mettere in pratica i progetti.

In un mese Lucas ha fatto almeno una ventina di colloqui, Roma, Milano, Firenze, Cagliari, Torino, da una parte all’altra come una trottola. Aerei, treni, navi, pensioni, alberghi da una stella, ostelli, soldi da spendere, solo per un colloquio, soldi da chiedere alla famiglia, perché si deve costruire un futuro. Le attese, infinite, lunghe, di una chiamata, di un lavoro a termine, di un inizio, di un respirare il lavoro. I nervi che saltano, l’impazienza continua e poi finalmente un venerdì ore mezzogiorno il cellulare che squilla, nel cuore di un caldo infernale giugno. “Lei inizia lunedì mattina!”. Roma. Valigia, treno, hotel due stelle, presentarsi al lavoro, prendere la prima sberla. “Lucas guardi che qui non si sta giocando. Oggi passi, ma domani deve presentarsi in giacca e cravatta, cerchi di essere impeccabile anche nell’aspetto, da lei ci aspettiamo molto, noi crediamo nelle sue possibilità”. Soldi e poi ancora soldi, sempre e solo in uscita. Nemmeno iniziato e sono già seicento euro saltati nel giro di una giornata. Poi Lucas cerca casa in affitto, non si può vivere in hotel, ma nessuno è disposto a dargli casa per un paio di mesi, perché lui ha avuto un contratto a progetto, durata due mesi e nessuna garanzia di conferma. Vogliono la caparra di due mesi e almeno un anno di contratto. Lucas non trova casa. Lucas non conosce nessuno, non ha amici a cui chiedere ospitalità. Trova un albergo a una stella, contratta per due mesi, tira fuori un buon prezzo dopotutto, solo milleduecento euro al mese. Poi trattorie e pizzerie per mangiare.

Roma. Il mondo in mano, la metropoli e il futuro, Lucas è proiettato nel futuro e la mattina si alza per andare in ufficio, per fare l’architetto, per fare, realizzare. Lucas è un lavoratore. Poco conta che sarà solo per due mesi, ormai è fatta e lui farà vedere di che pasta è fatto. Lucas travaglia, stringe conoscenze, propone, lancia idee, si aggiorna su tutte le idee innovative dell’architettura. All’azienda, che parla di avanguardia, importa poco delle visioni di Lucas, lì ci sono appalti da realizzare e regole precise da rispettare. Le linee sono già decise, le idee sono già sul tavolo. Lui sta zitto, assorbe tutto, conosce ogni angolo dell’azienda, impara a muoversi. Lucas crede di conoscere e capire. Non ci pensa di essere una pedina mossa da mani invisibili, manovale del disegno. Arriva a fine mese e ritira il suo primo assegno di lavoro, un momento emozionante. Mille euro. Ci sta. Ci può stare. Come primo mese di lavoro è un signor stipendio, ci stanno operai che guadagnano la miseria di novecento euro al mese. Si tratta solo di stabilizzarsi, trovare una casa, creare un circuito virtuoso. Dopo due mesi gli offrono un nuovo contratto a progetto, l’azienda è contenta di Lucas, della sua determinazione, dell’entusiasmo, della sua dedizione alla causa, delle qualità tecniche e umane messe in mostra. “Stiamo investendo su di te.” E lui corre, cresce, lavora fino alle otto o anche alle dieci di sera senza battere ciglio, non chiede straordinari, brucia le tappe, gli assegnano ruoli di responsabilità, migliorano il suo stipendio, arriva a duemila euro. Vive in affitto in un appartamento che condivide con altre due persone, in periferia vicino a grande raccordo anulare, seicento euro al mese, più le bollette. Quando è entrato aveva una stanza con un vecchio letto usato e un materasso sfondato. Un sedia e un comò con i cassettoni incerti. Nessun armadio e nessuna scrivania. Solo chiodi conficcati nelle pareti. Lì ci appendeva le camice e le giacche. Poi è riuscito a mettere da parte qualche euro, tagliando sulle spese essenziali, per comprarsi un piccolo armadio e una scrivania lillipuziana da Ikea. Sveglia alle sette. Due autobus per arrivare alla metropolitana. Un terzo autobus per arrivare in ufficio. Complessivamente tra pause e tratte un’ora e mezzo di viaggio variabile in due ore mezza. Ufficio, fino a tardi, spesso tardissimo, nuova tratta infinita per il rientro a casa. Cenare, lavare i piatti, farsi la doccia, studiare per il giorno successivo, cercare aggiornamenti, fare ogni notte almeno le due o le tre, prendere sonno e di nuovo, ovviamente, sveglia alle sette, fino al sabato. Ma Lucas è a Roma, la metropoli, dove tutto arriva subito, dove ogni possibilità creativa è possibile e disponibile, nel centro del mondo, il volano del futuro. Non ha soldi, non bastano mai, anche adesso che guadagna milleottocento euro al mese, dopo un anno e mezzo. Non ci sono soldi, non c’è il tempo a disposizione. Non c’è respiro.

Lavoratore a mollaDopo due anni, decide di mettere alla prova la sua esperienza, le responsabilità nei progetti. Manda curriculum aggiornati, in aziende selezionate, le migliori in Italia, in Francia, in Svizzera, in America. Lo chiamano, lo cercano. Sostiene colloqui al cellulare, rimuovendo lo scetticismo di chi riteneva impossibili tanta competenza in così poco tempo e in così giovane età. Lucas non ha mai smesso di correre. Finisce in America, per un mucchio di soldi, New York. Fa il salto di qualità, in una delle migliori aziende di architettura del mondo, i progetti più all’avanguardia. Si carica sulle spalle i suoi bagagli, i suoi progetti, la donna di una vita e il paradiso di fronte agli occhi, il futuro da disegnare direttamente nelle punte delle sue matite, digitali e fisiche. Finalmente il mondo potrà essere messo a posto, ora Lucas proporrà i suoi progetti, la sua innovazione, avrà gruppi di lavoro che seguiranno le sue idee, le applicheranno, farà una squadra che si farà conoscere nel mondo. Esattamente come quando sbarcò a Roma e la realtà mostrò il suo vero volto. Le luci abbagliano, si ritrova in mezzo ai grandi dell’architettura, arte e innovazione. E scopre anche qui, come a Roma, che ci sono appalti, progetti già decisi, manovalanza dell’Olimpo, nessuna proposta da fare, accettare le regole e metterle in pratica, né più né meno. E poi i costi dell’America, delle scintillanti stelle che dettano le linee al mondo intero. Dieci volte Roma. E i soldi, che sembravano così tanti, non bastano a sostenere nemmeno i costi. Grandi progetti, che finiscono nei giornali e nelle tv di tutto il mondo, e il nome di Lucas da nessuna parte. Scadenze insostenibili, ma Lucas è bravo, è giovane e vuole lavorare, crede nel lavoro e nella realizzazione di sé nel fare che è insito nella fatica, crede nell’investimento di se stesso, nel costruire i pilastri del suo futuro. Lucas ci crede, ma la squadra lavora a ritmi veloci, velocissimi, ecco perché l’America riesce dove non riesce Roma, maggiore organizzazione, le migliori menti messe tutte insieme e che corrono come non è nemmeno immaginabile, dove un progetto di un anno si realizza in tre mesi, dove si lavora senza sosta, tutta la notte, con brande sistemate dentro gli uffici, dove arriva la segretaria che si presenta con un grande vassoio d’argento e strisce di coca per tutti, ogni giorno, due volte al giorno. Le scadenze non aspettano i tempi umani, i clienti non sentono ragioni sensate, gli appalti hanno le penali. Dopo un anno Lucas si distingue, gli assegnano un progetto tutto suo, una squadra di brillanti architetti al suo servizio, la possibilità di applicare un centesimo delle sue idee da infilare nelle soluzioni richieste dai clienti.

Lucas è tossico e non conosce New York, non ha mai avuto il tempo di respirarla, si è riempito il lussuoso appartamento degli ultimi ritrovati del consumo. Lucas è in ufficio, è rientrato dalla pausa pranzo, sente il pavimento farsi onda del mare, la testa cede, i tendini sono tesi, cercano un appiglio, la pelle si fa bianca e il sudore gli imperla la fronte. Il sushi avariato, pensa. Rientra a casa, si corica e il letto diventa un mulinello, un vortice, cade, si trascina in bagno, vomita e cerca aria, sente un nodo in gola, e mille lance nel petto. Lucas fa esami su esami e la diagnosi è una ed unica: attacchi di panico. Non lo accetta, non lui che sta cavalcando il mondo, non lui che ha investito tutto su se stesso, sul lavoro, sul realizzare se stesso, non ora che sta ad ali spiegate. Si ferma, non per volontà, ma perché ogni passo è una caduta, un nuovo attacco. Si ferma dunque, incredulo. E pensa Lucas, fa un bilancio della sua vita. Ha quarant’anni, sta con una moglie che non conosce da quindici anni, ha girato il mondo, è stato nelle stanze più importanti e non ha mai realizzato una sua idea, un suo progetto. Ha vissuto nelle città più belle e non le ha mai respirate, ha perso per strade tutte le sue passioni, dalla musica allo sport, dalle letture alla scrittura, dai viaggi all’amore. Non gli è rimasto nulla, se non un corpo consumato, un cervello usurato, sogni dimenticati e sepolti, ambizioni sgretolate.

E ora Lucas lo urla, a te che che sei un precario e chiedi dignità e diritti: “il lavoro rende liberi”.

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