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Mediterranea | November 15, 2018

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Il fotografo dei senza nome - Mediterranea

Il fotografo dei senza nome
Maria Grazia Sussarellu

Gli anni settanta sono stati un momento cruciale nella storia della psichiatria. Il fare scientifico, adottato negli ospedali psichiatrici di quegli anni, ammette il fallimento.
Ma è anche un momento importante per la storia della fotografia. L’arte dell’immagine documenta i cambiamenti importanti della società, arte che è alimentata dalla spinta politica di quegli anni. La fotografia irrompe anche nel campo della follia, cambiando radicalmente il modo in cui venivano raccontate le realtà sino ad allora blindate.

Sono gli anni in cui Franco Basaglia, con il suo movimento (Psichiatria democratica), si batte per la chiusura dei manicomi, sino all’approvazione della legge 180 da parte del parlamento italiano che avverrà poi nel 1978. Un momento straordinario in cui artisti, fotografi e psichiatri si “incontrano” sotto una spinta ideologica comune: documentare con uno sguardo nuovo l’istituzione psichiatrica nel tentativo di produrre un cambiamento, abbattere gli stereotipi che da sempre hanno accompagnato l’immaginario collettivo sulla follia. In tutta Italia il fenomeno vede impegnati fotografi realmente motivati e decisi. Superata una prima fase, “eticamente “obbligatoria di denuncia, le immagini diventano dei veri e propri racconti. Racconti interessanti, sia da un punto di vista documentaristico, sia estetico, di una situazione in veloce mutazione. Citare fotografi come Carla cerati e Gianni Berengo Gardin, i cosiddetti fotografi dell’apertura è d’obbligo. Cambia quindi la modalità di rappresentazione e classificazione della malattia mentale. La fotografia e psichiatria sono discipline che nascono a pochi decenni l’una dall’altra, tra la fine del ‘700 e la prima metà dell’800, ma fino alla seconda metà del ‘900 le due discipline collaborano con l’unico di catalogare la malattia, senza prendere parte a quello che l’occhio riprendeva, senza interpretare la realtà.

Il fenomeno tocca anche la Sardegna, e questa volta sono protagoniste le straordinarie immagini del fotografo senza nome esposte nell’ottobre del 2010 a Sassari in una mostra dal titolo “Uno sguardo ritrovato”. Per comprendere come si sia arrivati a distanza di decenni a queste immagini uniche nel panorama italiano occorre fare un salto nel passato.
Siamo alla fine del 1971 quando anche in Sardegna si avvertono i primi segnali di un cambiamento e di una nuova coscienza. Alcuni studenti della facoltà di giurisprudenza, guidati dal professor Gian Antonio Gilli, entrarono nel manicomio di Rizzeddu e rimasero profondamente segnati dal dolore. Misero subito in moto una serie di eventi per rendere ai pazienti la vita nella struttura più umana, organizzando moltissime attività all’interno di essa. Nel febbraio del 1972 ci fu uno sciopero degli infermieri e il manicomio venne definito in un articolo dell’Espresso “la fossa dei serpenti”. Ci fu anche la visita dello stesso Basaglia, con il quale poi il manicomio di Rizzeddu avviò una collaborazione.

In circostanze misteriose venne internato un giovane francese, un fotografo professionista che venne derubato delle sue preziose Hasselblad a La Maddalena, in Sardegna. Di lui si sa ben poco, se non che fu tremendamente segnato dalla guerra in Indocina che seguì come fotoreporter. Gigi Bua, allora direttore della struttura, appassionato di fotografia capì che la cosa giusta da fare fosse rimettere in mano la macchina fotografica al misterioso ospite. Gli permise addirittura di stampare le immagini nella camera oscura allestita nel bagno di casa. Dopo un po’ i familiari lo riportarono in Francia.
Ciò che arriva a noi sono immagini chiuse in un cassetto per 40 anni, racconti di straordinaria lucidità, mistero e malinconia. Immagini che ci riportano immediatamente al film di Milos Forman “Qualcuno volò sul nido del cuculo” tratto dal romanzo di Ken Kesey, l’autore scrisse il libro in seguito all’esperienza personale vissuta in un manicomio.

Le immagini sono una traccia lucida, pagine di un diario, che risulta a volte agghiacciante. A volte sguardi fissi sull’obbiettivo, commoventi, spenti sterili. A volte sono spazi asettici, modulari, vuoti geometrici e anonimi, come chi ci lascia questo surreale documento. Ancora, scene di stato di grazia apparente, finto piacere. Forse. Donne alla macchina da cucire a rammendare memoria. Persone, oggetti, luci ombre, che raccontano il manicomio e le sue genti, altre ancora ti colpiscono come un macigno, si impressionano nella nostra mente in modo sinistro, ci intrigano e affascinano. Scatti unici perchè nati sotto un contesto altrettanto unico ed irripetibile. Il fotografo rende umani i pazienti, sono scatti senza preparazione, raccontano la noia e l’infinita inutilità di quelle strutture, aspetti che non sono meno gravi delle indicibili violenze di cui abbiamo sempre sentito parlare. Gli uomini erano detenuti e non malati, erano dimenticati in manicomio non curati.

Chissà se il fotografo senza nome esiste ancora, a noi piace credere sia cosi. Speriamo di poter rivedere presto i cento scatti di follia, testimonianza di una realtà non tanto lontana, e non certo una sceneggiatura di un film.

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