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Mediterranea | November 13, 2018

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Il bandito - Mediterranea

Il bandito
Daniele Carbini

Lo scenario che si presenta è sempre ed immancabilmente di quelli dove la tensione la si sente nell’aria, si taglia a fette, dove il respiro si fa inquieto, in allerta. Si parla di sangue, fiumi di sangue. Di morti. Di morte violenta e sanguinaria. Di morti ammazzati. Sempre. E la scelta, obbligata (e in quanto tale non è nemmeno scelta – ma obbedienza ad un ordine superiore e riconosciuto come giusto), che si compie la prima volta. Poi non si torna più indietro. Si abbraccia un’etica, la si riconosce fin dentro il midollo, è la propria etica, i propri valori più profondi. Un ordine ed un onore che non possono conoscere una scelta diversa. Ci si riscopre banditi. Cosa che in realtà non è un’aspirazione, questa di essere un bandito, ma è solo ed ineluttabilmente la conseguenza di un conflitto insanabile tra due ordinamenti giuridico-sociali. Uno è quello radicato nella popolazione a cui si appartiene, lo si vive e riconosce dalla notte dei tempi. L’altro è sceso come un cappello dall’alto ed è stato imposto. Il primo è silenzioso, tutti lo conoscono e, come minimo, lo rispettano. L’altro è urlante, soverchiante, è un venditore di piazza.

Uno funziona, ha la sua efficacia e la sua corrispondenza con l’educazione ed il comportamento sociale in cui tutta la comunità si riconosce e muove. È un codice antico, fatto di sapienza coltivata e sviluppata nei secoli, che regge l’ordine di una comunità e stabilisce un equilibrio. L’altro promette e non funziona, disegna meraviglie e tradisce le aspettative, sempre. Uno è chiuso, custodito gelosamente come un tesoro nascosto, qualcosa che non è facile da esprimere a chi è di fuori, straniero in terra straniera, le regole ed il linguaggio sono differenti. L’altro è potente, visibile, si vende mediaticamente, si autoincensa e celebra come un dio a cui darsi completamente, crede di avere occhi ovunque e pretende di essere riconosciuto come il sistema giusto e perfetto. Chi non diviene devoto ad esso è condannato, perseguitato, braccato, svergognato ad ogni latitudine, tacciato di morale criminale, di bestialità triviale. Il cappello che cala dall’alto ha potere, sotto tutti gli aspetti. Nei numeri, nel denaro, nel dispiego delle forze, nella seduzione e nella corruzione dei cuori e delle menti. Ma non dentro la comunità, non nel nocciolo duro di essa. Che, anche chi ha deciso lealmente di non riconoscersi in quel codice comunque lo rispetta, diventa protezione allargata di chi si è trovato costretto a trasformarsi bandito. Questo è lo scenario che crea il bandito. Non è altro che il risultato del conflitto tra lo Stato, con tutte le sue regole, e il piccolo stato della comunità, quello che Pigliaru ha genialmente analizzato e messo per iscritto: il codice barbaricino.

Ora, questo è lo scenario. Uno scenario in cui l’assassino non agisce di nascosto ma platealmente, di fronte alla comunità, in mezzo ad essa, perché questo richiede l’etica, il codice. Perché il valore (balentìa) di un uomo che compie la vendetta risiede anche in questo: lavare l’offesa e rendere l’atto visibile e indiscutibile per chiunque, senza possibilità di equivoci. E da qui la fuga, il darsi alla macchia. Lo Stato, quello nazionale, il cappello caduto dal cielo, non tollera l’atto in questione. Ma non è che non lo tollera per una questione di stile o di reale giustizia sociale, ma in quanto mina alle fondamenta il proprio codice, quello che si vuole imporre come il codice per eccellenza, quello giusto. Quello che la comunità ricorda, più con ironia ed amarezza, come cattiva giustizia. L’atto della vendetta è un colpo al cuore ai principi dello Stato. Ecco perché si diventa banditi. Perché lo Stato non accetta di essere abbattuto nei suoi pilastri, non sopporta di perdere la faccia, che poi di sostanza ben poco gli importa. È l’apparenza quella che conta, sempre, non la sostanza. Proprio qui è il motivo del conflitto, proprio qui è il germe da cui emerge la realtà del bandito, della sua possibilità in essere. La scelta della sostanza contro l’apparenza. La scelta della pratica contro la teoria.

Perciò, se si vuole davvero cercare di comprendere la natura del bandito, lontano dagli stereotipi ingannevoli che ci vengono propinati da anni, una figura del bandito che ormai è iconografia culturale, ebbene allora bisogna necessariamente diffidare dalle apparenze e dalle teorie precostituite. Bisogna diffidare da come la realtà del bandito ci viene mostrata. Bisogna dubitare della nostra prospettiva abituale della realtà, mettere in discussione la nostra visione quotidiana. Soprattutto bisogna sospendere il giudizio di merito e aprioristico, in quanto ciò ci porterebbe inevitabilmente a vincolare la realtà del bandito a delle etichette che ne distorcerebbero la natura e la comprensione.

Spesso, anche nella quotidianità odierna, epoca in cui i banditi hanno cessato di esistere (perlomeno in Sardegna), se non in forma completamente distorta e totalmente distante dall’etica originaria, abbiamo modo di verificare una scena che si presenta nelle forme di un rito tanto macabro quanto brutale, come minimo esecrabile. Il nostro occhio culturale non riesce a non vederlo diversamente. Il sentimento immediato è un composto di sgomento, di disgusto, di condanna. Che sia un ovile o che sia un bar (una bettola, un zilleri) spesso le tv e i quotidiani locali raccontano del pastore che arriva fucile in mano e spara, con glaciale freddezza, ad un altro pastore. Un colpo in faccia o un colpo al cuore. Pallettoni. Di quelli che disintegrano, che devastano e non danno scampo. Vendetta consumata, senza troppi discorsi o tanti processi. Dal nostro naturale punto di vista è l’esecuzione di un brutale assassinio, qualcosa di inaccettabile, sia moralmente che socialmente. Eppure dobbiamo liberarci, per quanto possibile, da questi sentimenti ed evitare di scivolare in quegli che sono gli errori più subdoli e pericolosi: l’etnocentrismo e la tendenza autoritaria del proprio sistema giuridico-culturale. Il primo ci porta a considerare ogni altro sistema a partire dalle nostre categorie ideali, sia morali che giuridiche, così da svilire completamente il sistema in osservazione e perciò svalutarlo, come sbagliato, imperfetto, incompleto, arretrato. Questo comporta inevitabilmente il misconoscimento dell’Altro da sé e alla completa impossibilità di comprenderlo. Il secondo invece è l’istinto che si porta con sé ogni sistema di valori di uno stato, qualunque sia la sua dimensione specifica, cioè di essere totalitario, nella volontà intrinseca di imporre il proprio corpus di regole come l’unico corretto ed accettabile, condannando di conseguenza tutti quelli differenti.

Non si accetta pertanto la coesistenza e l’accettazione del diverso da sé, soprattutto quando il diverso è un conflitto manifesto con i propri valori. Situazione tra l’altro estremamente attuale e delicata con il credo religioso, che sta mettendo completamente in crisi diverse comunità meditarranee, invase da realtà immigratorie, che si portano naturalmente appresso anche i propri valori religiosi, modificando inevitabilmente riti e quotidianità. L’accettazione di questa pluralità di realtà legittime è un problema concreto, culturale ma anche e soprattutto di valori, di equilibri e riti consolidati che vengono ad essere messi sotto giudizio e smaccato disvalore, nel senso che i valori costituiti smettono di assumere il ruolo di valori assoluti. Ecco per capire perché venga ad esserci in atto una realtà del bandito quale conseguenza di due ordinamenti giuridici in conflitto è bene figurarsi parallelamente il conflitto che da molte parti si vive quotidianamente tra le diverse fedi religiose all’interno di una comunità allargata all’immigrazione. L’esempio è sicuramente calzante e rende con maggiore evidenza quanto sia necessario diffidare dalle apparenze, dall’occhio delle nostre naturali visioni.
Qui non c’è certo lo spazio necessario al fine di presentare il sistema dei valori della società agro-pastorale sarda, con la sue tradizioni, i suoi riti, il suo codice non scritto, i suoi equilibri tenuti perfettamente in asse proprio grazie all’espletamento di doveri che si impongono al membro della comunità e che al nostro occhio nazionale, ibrido e contaminato, sembra aberrante. Però è bene chiarire un punto fondamentale, ricordando le parole di Rouland nel suo Antropologia giuridica, e cioè che la vendetta è da un punto di vista anche strettamente giuridico una pratica giustificabile che mira, ben lontano dal concetto di un’aggressività anarchica e senza senso civico, alla difesa della vita e del suo rispetto.

Essa [la vendetta] è imperativa, perché risponde ad un atto che ha messo in pericolo l’esistenza stessa del gruppo dell’offeso. Essa è anche essenziale per la riproduzione del gruppo dell’offeso. Ciò è testimoniato dalle rappresentazioni cui fa appello: essenzialmente il sangue e l’onore, spesso associati. Il sangue rappresenta la continuità delle generazioni, l’onore è il segno dell’identità di un gruppo nei confronti di altri gruppi. […]
Codici e riti della vendetta. Il legame di vendetta può essere qualificato come rapporto di avversione. Se la pace è per il momento impossibile, la vendetta non deve normalmente trasformarsi in guerra totale, perché essa mira a preservare i gruppi, non a distruggerli: essa obbedisce dunque ad un codice, che si esprime con prescrizioni e riti. Da un lato, non tutte le offese comportano necessariamente la vendetta. D’altra parte, il tempo e lo spazio della vendetta possono essere limitati, in modo che l’offensore possa scappare e la vendetta aver termine in questo modo.”

Le parole di Rouland combaciano perfettamente con quello che Pigliaru dice della vendetta all’interno della comunità barbaricina, non solo evidenziando come essa sia un atto necessario e dovuto ma anche come sia un sistema di regole basato sulla sostanza delle cose concrete, pratiche, che danno una risposta ed un’efficacia riconosciuta all’interno della comunità stessa, rendendola un sistema efficace e credibile, in cui poter fare affidamento, in cui poter sentire intimamente una giustizia giusta. Perciò Pigliaru può scrivere che “l’uomo barbaricino sente e considera la vendetta come un dovere (non come diritto), perché tutta la sua cultura che è la sua stessa vita quotidiana – sente e considera, concepisce e vuole quindi la vendetta come dovere. La comunità barbaricina dice all’uomo barbaricino che se non si vendica (una volta offeso), non è uomo, perché, se non si vendica, risulta incapace di fedeltà (al suo paese, alla sua famiglia come al suo stesso sangue, alle sue amicizie, a tutte le fondamentali ragioni della sua stessa vita); gli dice altresì che è un uomo non balente (non valido, non capace di farsi valere, privo di valore, in certo senso, e di virtù). Che è un rimitanu, cioè uno che (moralmente) è un miserabile: un uomo privo di onore e pertanto un uomo il cui onore può essere impunemente offeso e quindi la cui fede (la cui capacità di essere fedele), è piuttosto scarsa.”

Per concludere, quindi, la realtà del bandito è una scena di protagonista che non viene scelta per iniziativa personale, ma un obbligo, una necessità. Una scena di sangue, dunque, una scena che nasconde nelle pieghe delle sue ombre il dolore di una separazione dalla comunità, dall’amore di una donna, di una famiglia, di una quotidianità interrotta, di un isolamento alla macchia e di un costante senso di inquietudine di chi è cacciato giorno e notte, braccato da una giustizia cattiva ed inaffidabile che si è calata dal cielo, come un cappello, ponendo sopra la testa un velo di oscurità pari alla cecità del suo agire presuntuoso.
Fiumi di sangue dunque, fiumi di amore, fiumi di dolore, fiumi di solitudine nel bandito.

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