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Mediterranea | November 16, 2018

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I testi premiati nella quarta edizione del concorso letterario "Noi e gli altri" - Mediterranea

I testi premiati nella quarta edizione del concorso letterario “Noi e gli altri”
Redazione

Testi premiati nella quarta edizione del concorso letterario Noi e gli altri, organizzato dal Cif di Sestu

Sezioni racconti

Marco Cuccu
Un autobus di nome Gaia
1° Premio Sezione Racconti
Motivazione

Il racconto, ben strutturato, si apre con un incipit che trascina il lettore nello straniamento totale e lo conduce verso il colpo di scena finale con una tecnica coinvolgente.
L’autore riesce perfettamente a evocare un fatto drammatico inatteso che convoglia verso il finale con grande abilità e stile raffinato.
Costruito come una fiaba per bambini, questo racconto invita a riflettere su un tema ambiguo che desta sensazioni contrastanti: l’ignoto.
Ciò che non conosciamo ci spaventa e nello stesso tempo ci incuriosisce. La dolce protagonista del racconto, una sorta di cappuccetto rosso in chiave moderna, insegna, però, che è importante stare sempre attenti a non smarrire la strada. Bisogna guardarsi intorno senza mai dimenticare di ciò che si è: “Non mi hai detto come ti chiami”, chiede con dolcezza la bella conducente mentre la porta si chiude alle spalle della bambina.
Ed è proprio quando la porta si chiude che si scopre che lo “sconosciuto selvaggio” non è il bosco, ossia una più alta forma di esistenza, ma la realtà stessa.

Un autobus di nome Gaia
Marco Cuccu

L’autobus si fermò dolcemente sul ciglio erboso della strada. Era un autobus di un giallo acceso, con allegre decorazioni su tutta la fiancata: fiori variopinti, animali sorridenti, nuvole candide e arcobaleni sgargianti. Tra i disegni vi era una scritta a grandi lettere colorate: GAIA.
La porta anteriore si aprì silenziosamente di fronte alla bambina seduta sull’erba, che osservava le gocce di pioggia caderle sulle mani. Era una pioggerellina leggera ma insistente, che rendeva uggioso il cielo e la terra, ma che non riusciva a smorzare l’allegria trasmessa dall’autobus.
«Ciao! Sei pronta a partire?»
La voce, solare e melodiosa, era della giovane donna al volante. La bambina alzò gli occhi verso di lei e per poco non le mancò il fiato, tanta era la sua bellezza: lunghi capelli mossi e rossi come il fuoco, occhi del blu profondo dei laghi di montagna, pelle candida che si accendeva di un bel rosa sugli zigomi e un meraviglioso sorriso. Vestiva una divisa impeccabile, decorata da piume multicolore che pendevano dai polsini della giacca. Le mani, coperte da eleganti guanti bianchi, rimasero sul volante.
«Su, non essere timida! È ora di andare!»
Lo disse facendo l’occhiolino alla bambina, che allora si alzò e posò sul predellino il piede coperto da uno stivaletto di gomma con la suola sporca di fango. Lì, si fermò.
«Aspetta, non voglio sporcare.» disse con tono di scusa alla giovane autista, abbassando lo sguardo sulla gomma sporca della calzatura e ritraendo il piede.
«Non ti preoccupare.» rispose lei «Puoi anche salire scalza!»
«Dici davvero?!» esclamò la bambina strabuzzando gli occhi, non credendo alle sue orecchie. Non era mai uscita di casa senza scarpe, figurarsi mettere piede su un mezzo di trasporto dopo averle abbandonate per strada!
«Certamente! Non ti sentiresti un po’ più libera? Magari potresti liberarti anche di quella mantella tutta sporca, qua dentro non ne hai certo bisogno.»
La bambina abbassò lo sguardo sulla mantella che indossava. Effettivamente, non era un bello spettacolo. Fece per sfilarla, ma si fermò nuovamente. Si sporse per lanciare uno sguardo all’interno del mezzo.
«Come mai non c’è nessun altro?» chiese all’autista con un’espressione perplessa sul viso.
Lei sorrise rassicurante, inclinando un poco la testa di lato mentre cercava di intercettare il suo sguardo.
«Perché sono qui apposta per te, e per nessun altro. Una corsa speciale nell’autobus più bello che questo mondo abbia mai visto!»
L’autobus, in effetti, era bello davvero. Il più bello che la bambina avesse mai visto. Ma questo non bastò a rassicurarla abbastanza da convincerla a salire a bordo.
«Potremmo fermarci, lungo la strada?» chiese, intrecciando nervosamente le dita delle mani.
«Dove?»
«A casa della nonna. È il suo compleanno oggi, e le stavo portando un regalo. Ecco, guarda!»
Così dicendo portò una mano alle spalle, ma lo zainetto che contava di trovare non c’era. Sussultò, girò comicamente su sé stessa alla sua ricerca, e con le lacrime agli occhi esclamò: «Non c’è più! Il mio zainetto non c’è più! Devo ritrovarlo!»
Si allontanò di qualche passo dall’autobus, ma la voce della conducente la richiamò perentoria: «Ferma!»
La bambina si fermò.
«Non puoi andare a cercarlo.»
«Perché no?»
«Perché quello zainetto non ti appartiene più.»
La bambina tornò mestamente alla porta, alzò gli occhi sull’autista e disse, trattenendo a fatica le lacrime: «Non voglio andare.»
«Lo so. Nessuno vuole. Ma ti prometto che sarà un bel viaggio.»
«Potrò rivedere mamma e papà? E la nonna?»
«Sì. Un giorno potrai.»
«Quando?»
«Oh, dipende. Dove siamo dirette, il tempo ha tutto un altro significato. Sono sicura che li vedrai prima ancora di aver finito di abbracciare tuo nonno.»
A quelle parole, gli occhi della bambina si illuminarono e sul suo volto si disegnò un bel sorriso.
«Il nonno?! Rivedrò il nonno?»
«Certo! E sono sicura che non si aspetta la tua visita! Forza, andiamo a fargli una sorpresa!»
La bimba intrecciò ancora le dita e prima di salire sull’autobus lanciò uno sguardo alle sue spalle. Poco distante dal paraurti posteriore del mezzo, un’automobile in panne era ferma a bordo strada con le quattro frecce lampeggianti. Tra le ruote anteriori era incastrata una bicicletta contorta e poco più avanti, seminascosto nell’erba alta del ciglio, giaceva un piccolo corpo avvolto da una mantella sporca di fango e di qualcos’altro che non era fango. Un uomo, il proprietario del veicolo, camminava nervosamente avanti e indietro con un cellulare all’orecchio, ma la bambina non riusciva a sentire le sue parole. Per l’ultima volta abbassò lo sguardo sulle proprie mani, osservò le gocce di pioggia cadere su di esse, attraversarle senza impedimento e perdersi nel terreno ai suoi piedi. Chiuse gli occhi un istante, si fece forza e salì sull’autobus.
«Non mi hai detto come ti chiami.» disse con dolcezza la bella conducente mentre la porta si chiudeva alle spalle della bambina.
«Gaia. Mi chiamo Gaia.»

Eleonora Capomastro Orofino
L’estetica delle pieghe
Menzione speciale sezione Racconti

Motivazione

La sofferenza di una bimba per la tragica perdita dei genitori, l’amore di due anziani, gesti preziosi di generosa e muta comprensione.
Racconto tenero e profumato di ciliegi e mandorli in fiore, abilmente strutturato come una fiaba zen, che svela con dolcezza alcune verità fondamentali: il silenzio, la pazienza, la riflessione, la capacità di adattarsi al continuo evolversi della vita. L’accettazione stessa del dolore.
La piccola protagonista è come un foglio di carta, bianco e puro, piegata da un grande dolore, che con pazienza imparerà a resistere agli urti della vita e a trasformare gli strappi in un ricamo, in una visione più ampia che può diventare meraviglia: “Ormai era l’alba: la luce giocò tra i piccoli fori della carta, pareva un ricamo”.

L’estetica delle pighe
Eleonora Capomastro Orofino

“Quando il dolore attanaglia l’uomo e lo àncora alla sua fragile condizione, quest’ultimo non riesce a sentire che questo. Si può soccombere o, con fiducia, considerare il tutto come parte di un disegno in eterno divenire: troppo grande per i nostri limitati sensi umani, comprensibile solo non opponendo resistenza al suo fluire e divenendo parte di esso.” La mano della fortuna è cieca e non fa distinzione nemmeno tra i più innocenti. Non era stata di certo clemente neanche con la piccola Ishiki che, improvvisamente, si ritrovò orfana a seguito di un tifone che spazzò via il suo villaggio. Furono giorni di pianto, in cui si scavarono profonde crepe che segnarono il suo animo.  Gli abitanti del paese più a monte corsero in aiuto dei loro vicini e il caso decise che a prendersi cura di lei sarebbero stati i coniugi Shinkō, anziani mastri cartai. Il loro laboratorio si trovava a pochi passi dal centro abitato, tra i gelsi kozo. Adattarsi a quella nuova situazione fu molto difficile. Si sentiva riempita d’amore, ma vi era sempre qualche pensiero che la trascinava come un peso, non permettendole di godere del dono del presente. La saggia Hikaru le stava vicino senza invadenza, leggendo i suoi pensieri come se potessero parlare. Il suo cuore era incupito dalla preoccupazione per quell’anima in crescita, ma più forte era la fede. Ishiki passava il suo tempo tra la scuola e l’aiutare nelle faccende domestiche. Più volte sbirciava dietro le tende, mentre il vecchio Zen pressava i fogli aiutato dalla moglie. La cura nel loro mestiere rispecchiava quella che avevano per gli altri. Si perdeva per ore intere, tra i colori delle carte disposte a essiccare, desiderando di averne una tutta per sé. Giunse il giorno del suo decimo compleanno. Di ritorno dal villaggio, ad attenderla trovò un bellissimo foglio di carta: era poco più grande di un fazzoletto, di un blu mai visto e con delle filature dorate. Sembrava un cielo stellato. Abbracciò con gratitudine i due vecchi, che sorrisero bonariamente per esser riusciti a nascondere la piccola sorpresa in serbo per lei.  Quella gioia così spontanea fu altrettanto fugace: di nuovo l’immagine della perdita dei suoi cari, di nuovo l’abisso che mai si colma. Certi vuoti che il passato lascia assomigliano a gorghi che tutto risucchiano, perfino gli attimi belli del presente. Gli anziani Shinkō sapevano che questo avrebbe richiesto molto tempo e amore.  Cenarono in silenzio. La compostezza dei gesti talora argina più che la parola.  L’indomani la piccola mise il foglio tra i quaderni di scuola. Voleva orgogliosamente mostrarlo ai suoi compagni e uscì di casa in fretta, senza rendersi conto che di lì a poco sarebbe piovuto. Al ritorno corse più velocemente che poté ma, una volta arrivata, pianse nel vedere quel regalo prezioso rovinato dall’acqua. Non disse nulla a nessuno, nemmeno a cena, sentendosi in colpa per aver peccato di vanità. Così la notte, mentre tutti dormivano, lo stese vicino al camino, sperando che asciugasse presto per non essere scoperta. Passata qualche ora, Hikaru si alzò e si diresse verso il focolare. Ishiki singhiozzava in lacrime. Aveva messo la carta troppo vicino al fuoco e alcune scintille l’avevano bruciacchiata e bucherellata in varie parti. Abituata a capire senza troppe spiegazioni, la vecchia le asciugò il viso e prendendola per mano raccolse il foglio. Si spostarono nella sala che dava a est e lì sedettero a lungo, in silenzio, per il tempo necessario.
L’anziana guardò maternamente la bambina e con delicatezza rara, quasi sfiorasse un’anima, iniziò a piegare il foglio malconcio. «Vedi, bambina mia: in origine siamo fogli lisci, perfetti, senza neanche una sgualcitura. Poi veniamo piegati, aperti, chiusi, ribaltati. Ci riempiamo di solchi senza neanche sapere bene perché. Ogni piega cambia il nostro aspetto, lo plasma». Prese un attimo fiato, fermando le mani e osservando le pieghe. «Non sempre è facile intravedere il risultato finale. Alcuni passaggi lo faranno sembrare vicino, come già davanti ai tuoi occhi. Poi, a un tratto, quel che penserai sia giusto per te verrà stravolto e cambierà direzione, perché non è quello il tuo arrivo definitivo, non lo è mai. Passaggi in cui troppe pieghe renderanno tutto complicato e confuso e sarà necessario fermarsi. E tu ti ritroverai a dover prendere di nuovo confidenza con la carta. A dover di nuovo capire e imparare, a non opporre resistenza a questo, altrimenti ti strapperai. Ogni piega, ogni cambiamento, è necessario e modella quel che sarà una forma nuova. Ci vuole tempo, fatica e pazienza, ma poi…»
Le sue parole si sospesero in un sorriso eloquente, mentre porgeva una piccola gru alla bambina.
«Ma poi… la meraviglia.» Completò Ishiki. Era la prima volta che assisteva alla nascita di un origami. Mai avrebbe detto che dal suo foglio così rovinato potesse scaturire ancora bellezza.
Ormai era l’alba: la luce giocò tra i piccoli fori della carta, pareva un ricamo.

Sezione Poesia in italiano
Ramona Oliviero
Input
1° Premio Poesia in italiano
Motivazione

Ogni estro poetico nasce da un pretesto che il Caso regala.
Può essere una meraviglia improvvisa, un intenso stupore mitigato dalla riflessione, un’impronta lasciata in un campo e poi ritrovata altrove.
La poesia ha confini estesi, reali e immaginati, e il poeta ha la capacità di raggiungerli.
Con questi versi originali e vivaci, l’autrice ci fornisce un chiaro esempio di come alla Poesia basti un pensiero, anche apparentemente slegato dal resto, affinché si dia una forma.
A volte è sufficiente un input, a volte uno spunto e pure unu spantu isolano.

Input
Ramona Oliviero

Ho scritto un altro appunto,
sono spunti spanti
che se non li scrivo, restano spenti,
dove “spanti” non sta per “spaventi”,
amici isolani, campidanesi.

“Spanto” è un motto a confini allargati
e spanto, l’appunto, non è più uno spunto
ma un vasto pensiero, reale, dipinto,
come colorati campi danesi.

Cosa combina l’iniziale spinta
messa lì, prontamente appuntata:
in Danimarca, sono arrivata!

Perché poesia è un viaggio spanto,
che inizia sempre con un sunto
e termina, sbroglia, aggroviglia ogni tanto.
Colpa dell’input, per l’appunto.

Rita Dessì
Il corredo di mamma
Menzione speciale Poesia in italiano
Motivazione

Conservare un ricordo è semplice, non è altrettanto semplice accogliere la sua invadenza fisica.
Soprattutto quando riporta in vita episodi tormentati e critici. Allora dentro al chiaroscuro del passato entrano colori vivi e profumi intensi, come i candidi lini e gli spighi violetti e come profumano insieme agli antichi legni odorosi.
Piccoli importanti dettagli che aiutano a vedere con calore le antiche immagini del nostro percorso e a farne preziosi mattoni.
L’autrice con delicata capacità delinea i suoi passi, tanto da poterli accarezzare e stringere al cuore con tenerezza.

Il corredo di mamma
Rita Dessi

Candidi lini
ricamati da mani sapienti
profumano ancora
di spighi violetti e antichi legni odorosi.
Giaccion da tempo
al buio nei cassetti,
raccontano storie di vite vissute,
di amori perenni scampati alla morte,
di feste comandate e riunioni familiari.
Fra le trame intrecciate
dormono storie comuni
di guerre lontane,
di viaggi passati e mai scordati,
di lacrime amare e pianti di gioia.
Memorie svanite e rabbie sopite.
Racchiudono ancora
tra gli orli e le pieghe
storie di ieri che sembran moderne.
Le puoi accarezzare
e con tenerezza
stringerle al cuore e ricordare.

Poesia in sardo
Aldo Lai

Pilaupa (a Laura nascia a sesi mesis)

1° Premio Poesia in sardo
Motivazione

Come la farfalla con agilità si posa di fiore in fiore così il componimento posa i suoi versi con leggerezza e naturalezza. Il componimento Pilaupa è infatti interamente costruito sulla metafora farfalla/bambina, un’immagine che viene giocata in maniera agile e con figure molto efficaci. La bambina è infatti farfalla, insetto noto per la bellezza delle sue ali colorate e per la leggerezza che caratterizza le sue movenze.

Pilaupa è anche metafora della gioia del primo affacciarsi alla vita, dell’incontro con essa, dell’imparare a conoscerla prima con timidezza e via via con sempre più entusiasmo fino al pieno godimento della vita nella sua interezza, ‘Fintzas chi ti ses sciota de sa fui / Po t’apillai a connosci d-onnia cosa’.

È soprattutto la gioia di vivere in piena sintonia con la natura, in un incontro perfetto tra la natura madre, ‘sa gràtzia de sa vida’, e la figlia creatura, ‘ca ses nascia generosa’.

Pilaupa (a Laura nascia a sesi mesis)
*Pilaupa (A Laura nata a sei mesi)
Aldo Lai

Bella e ligera ses mariposa,
t’apillas a su frori po du dui,
d-onnia colori est simbili a tui,
de sa gràtzia de sa vida ses gelosa.

Ca d-onnia ora de luxi est pretziosa,
e chi in su celu passat una nui,
cun sa presentza andas a d’allui
su soli ca ses nascia generosa.

Bai circa ita pensasta candu ingui
is primas dis de vida bregungiosa
cun sulidu bolasta fui-fui,

cun alas grogas e sa cara arrosa,
fintzas chi ti ses sciota de sa fui,
po t’apillai a connosci d-onnia cosa.

*Il nome Pilaupa è un acronimo composto dalle iniziali del cognome dei genitori di Laura, Pi-lau-pa, lei è teneramente in mezzo, simbolicamente sotto la loro protezione, essendo un esserino fragile.

Pilaupa (a Laura nascia a sesi mesis)
Pilaupa (A Laura nata a sei mesi)
Aldo Lai

Bella e leggera sei farfallina,
vai a posarti agile sui fiori,
ogni colore ti somiglia,
ringrazi la vita e ne sei gelosa.

Per te ogni momento è prezioso,
se passa nel cielo una nuvola
la tua presenza fa brillare il sole,
perché sei nata generosa.

Chissà cosa pensavi
nei primi giorni timidi di vita
col tuo respiro in affanno,

le tue ali ancora gialle e il viso color rosa,
finché ti sei liberata,
andando a posarti su ogni cosa.

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