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Mediterranea | December 19, 2018

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I cimiteri del Cairo, dove vita e morte convivono in perfetta simbiosi - Mediterranea

I cimiteri del Cairo, dove vita e morte convivono in perfetta simbiosi
Cristina Giudice

Le stradine sterrate sono strette e polverose, delimitate da muri di mattoni di un caldo marrone-rossiccio. Gruppi di donne chiacchierano e scherzano fra loro rompendo il silenzio del luogo, mentre i bambini giocano nella polvere e gli uomini vanno alla moschea per la preghiera del venerdì. La calma e l’assenza di automobili fanno dimenticare di essere al Cairo, il cui frastuono incessante non scalfisce la serenità del luogo, dando quasi l’impressione di trovarsi in un posto senza tempo.

E in effetti è proprio così che dovrebbe essere, dal momento che le stradine lungo le quali camminiamo sono quelle di uno dei cimiteri della capitale egiziana, luogo preposto da secoli al riposo e alla tranquillità. L’idea della continuità della vita dopo la morte, o della morte come parte della vita stessa, da sempre presente nella millenaria cultura egiziana fin dall’epoca faraonica, é ancora forte, dal momento che molti continuano a vivere fra i sepolcri. Si stima che circa 800 mila cairoti abitino nella “Città dei Morti”, come viene chiamato al-Qarafah, il più grande cimitero cairota, che sorge ancora all’interno della città, lungo le direttrici che portano ad alcuni dei più famosi siti turistici della metropoli.

Ho dovuto faticare non poco per convincere un amico ad accompagnarmi, dal momento che per un cairota una passeggiata da queste parti risulta un’attrazione piuttosto difficile da condividere… Sarà perché per loro è normale che si viva all’interno di un cimitero, o forse é colpa delle leggende metropolitane che vogliono che, soprattutto di notte, queste aree si trasformino in un coacervo di traffici illeciti di ogni genere (armi, droga, reperti archeologici ecc.) in cui persino le forze dell’ordine hanno timore a mettere il naso e in cui l’unica legge che vige è la mancanza di leggi. Eppure, alla luce del giorno, il posto sembra tranquillo, sonnolento e rilassante. Ci incamminiamo comunque solo a patto che io metta il velo, sostenga di essere figlia di un egiziano emigrato in Italia alla scoperta delle proprie radici familiari, e soprattutto non faccia il minimo accenno al fatto di essere una giornalista.

Ad accoglierci è un ragazzino con addosso la maglia dell’Inter, che si offre subito di farci da guida. Si chiama Mohammed, ha 14 anni ed è il figlio del becchino. Nei venerdì di vacanza dalla scuola gironzola per i viottoli del cimitero e durante la passeggiata ci descrive la sua vita qui, dove lui abita da sempre. «Viviamo in una casa con tre stanze, i miei genitori e quattro fratelli – racconta – e la famiglia di mio zio vive accanto a noi. È normale, come vivere da qualsiasi altra parte: andiamo a scuola, facciamo i compiti, giochiamo come tutti gli altri coetanei».

Le tombe sono costruite come piccoli mausolei di una stanza, il cui ingresso principale dà sulla strada mentre dall’apertura sul lato opposto si accede ad un piccolo cortile dove sorgono i tumuli di famiglia. In passato le stanze venivano usate per accogliere i parenti dei defunti che potevano restare presso le sepolture anche per un paio di giorni, ma oggi sono diventate delle vere e proprie abitazioni. Alcuni le hanno occupate abusivamente, altri invece ci abitano grazie ad un accordo con i proprietari che in cambio hanno bisogno di qualcuno che si prenda cura delle tombe e le tenga pulite e in ordine.

«Qualcuno ha costruito delle vere e proprie case qui nel cimitero – dice Mohammed con un sorriso fra il compiaciuto e l’indignato – anche su due piani, con tv e parabola, lavatrice automatica e tutti i confort».

Al nostro passaggio la gente ci guarda stupita, chiedendosi forse con un po’ di diffidenza chi siamo e cosa vogliamo. Ci avviciniamo ad un gruppo di donne sedute a chiacchierare nel viottolo polveroso di fronte alla porta di casa. Mona, in attesa del primo figlio, è nata nel cimitero, qui ha sempre vissuto e qui si è sposata. Si alza un po’ a fatica e si offre di farmi vedere la sua casa.

«Abito qui con la mia famiglia, nove persone in tutto», dice facendomi entrare in una stanza che funge da cucina e aprendo una tenda su un lato da cui si accede alla camera da letto. Due stanze in tutto, con la tomba nel piccolo cortile sul retro. Nonostante la vita nel cimitero sia per Mona e suo marito una condizione naturale, continuano a sognare di andarsene e trovare una casa in qualsiasi altra parte della città. «Solo dall’altro lato della strada al di là del cimitero ci sono degli appartamenti liberi – dice – ma l’affitto è troppo alto. Mio marito fa l’imbianchino, lavora occasionalmente e con la sua paga sarebbe impossibile permettersi una vera casa».

«Certo che ci piacerebbe andare via – dicono anche le donne – ma dove potremmo andare? Qui non paghiamo l’affitto e le famiglie proprietarie delle tombe ci lasciano stare purché le teniamo pulite».

Su queste aree il controllo da parte delle autorità è praticamente inesistente. Sanno bene che in una città che letteralmente esplode di gente e dove il problema della casa è diventato cronico da tempo sarebbe comunque impossibile trovare una soluzione e qualsiasi spazio libero è prezioso. Si limitano dunque a fornire i servizi essenziali e fanno finta di non vedere.

Non posso fare a meno di chiedermi come debbano vivere queste persone, ma in realtà credo che si tratti solamente di semplice abitudine. Il cimitero è per noi un luogo remoto, in molti casi dimenticato, mentre qui è vissuto come se si trattasse di una vera e propria città nella città, addirittura, secondo alcuni, un luogo ideale per far crescere i propri figli lontano dall’inquinamento, dal rumore, dal traffico e dal caos cittadino. Le persone qui sembrano felici e serene e, soprattutto, riescono forse a considerare la morte come un elemento naturale dell’esistenza. Probabilmente quella che si legge sui loro volti non è semplice rassegnazione, ma piuttosto la capacità di sapersi accontentare di ciò che si ha senza desiderare nulla di più dell’indispensabile per vivere. Mi piace pensare che anche Mohammed, che magari sognava l’Europa con la sua maglia dell’Inter addosso, possa un giorno realizzare quel sogno.

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