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Mediterranea | November 16, 2018

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Georges Bernanos, il profeta della Grazia - Mediterranea

Georges Bernanos, il profeta della Grazia
Redazione

Articolo di Sandra Giuliana Granata

Mentre la secolarizzazione dominava i cieli del Novecento, la voce dello scrittore francese Georges Bernanos si levava a difendere la forza dello Spirito. È un incontro mancato, quello fra il più grande esponente dell’Esistenzialismo cattolico e il suo tempo. Incapace di accogliere un messaggio poco “moderno” quanto quello evangelico, il XX secolo non avrebbe mai compreso la religiosità senza compromessi di Bernanos. Giovanni Maria Vianney, prete rozzo e incolto che sarà il santo curato d’Ars, è la grande figura di riferimento dello scrittore insieme con santa Teresa del Bambin Gesù. Su di essi sono modellati gli indimenticabili abate Donissan di Sotto il Sole di Satana (1926) e il giovane sacerdote senza nome del Diario di un Curato di Campagna (1936). Parroci di piccole comunità rurali, Donissan e il Curato levano sguardi apparentemente impotenti sui tetti color ocra delle piccole case dei loro villaggi vinti dal disamore e dalla noia.

Bene e Male devono equilibrarsi

In Sotto il Sole di Satana, opera prima di Bernanos, la forza della Grazia è più potente di ogni inclinazione umana.

Un novizio rude, impacciato e poco portato per lo studio, tenta con ogni mezzo di diventare sacerdote. A causa delle difficoltà incontrate dal ragazzo nell’apprendimento, i superiori cercano di dissuaderlo dai suoi propositi. Ma Dio stesso ha già deciso per lui e Donissan diventerà l’inquieto Santo di Lumbres. La sua vita, guidata dalla Grazia, è sconvolta dall’azione distruttrice del demonio. Convinto di dover estirpare con ogni mezzo il Male dalla parrocchia, l’abate Donissan si dedica in maniera febbrile alla sua missione. Similmente alla lampada della parabola evangelica, viene messo “sul candeliere per illuminare quelli che sono nella casa”. Plasmata sulle stesse basi ma opposta a lui, la figura del Curato del Diario rimarrà, invece, sempre in ombra. Nella sua vita, l’azione della Grazia resta imperscrutabile. Povero contadino, alcolista per tara familiare, vive un disagio personale che lo separa dai parrocchiani del piccolo paese di Ambricourt. Il sacerdote prende su di sé con amore e pazienza sovrumana la Passione di Cristo, senza che nessuno sospetti e senza alcun atto di eroismo. Mentre riesce soltanto a nutrirsi di ostie intinte nel vino, diventa ostile alla gente dalla fede spenta della sua piccola parrocchia. Sebbene la sua testimonianza silenziosa appaia inferiore a quella, suo malgrado, plateale di Donissan, al Curato verrà affidata l’essenza della poetica di Bernanos. Nel momento in cui avrà ben chiaro il senso dell’esistenza e pronuncerà la frase che chiude la sua parabola e quella di ogni altro uomo: “Che cosa importa? Tutto è Grazia!”.

L’Inferno concepito come perdita della capacità di amare

Sono personaggi timidi, dimessi, malaticci, gli eroi di Bernanos. In desolante separazione con il mondo che li circonda, eppure in eroica lotta contro il Male. Nell’opera bernanosiana, il demonio si manifesta in maniera tangibile, sancendo, in apparenza, l’assenza di Dio dalla Storia. Ma il Dio che sembra lontano dal mondo governato da Satana, in realtà lotta accanto all’uomo interiore nella sua sconfinata solitudine. Donissan incontra il Male faccia a faccia. In una notte particolarmente buia, si perde nella tetra campagna e ha il primo e terribile scontro con il respiro di Satana. Crederà, poco dopo, di ritrovarlo nella giovane Germaine “Mouchette” Marothy che si è appena macchiata di un delitto e ha scelto una vita senza Dio. Lo spirito di profezia dell’abate gli rivela il terribile segreto di Mouchette. Cercando di estirpare il Male da lei, non si renderà conto che il demonio, a volte, non agisce all’esterno ma attacca l’uomo nella sua stessa anima.

Lo scontro fra Donissan e il Diavolo è d’ostacolo all’incontro fra Donissan e Mouchette, carnefice, forse, ma soprattutto vittima di un’epoca che è stata incapace di proteggerla. Eppure quel fallimento aprirà all’abate le porte alla santità, moltiplicando gli scontri con Satana. Più dimessa, ma ancor più toccante la figura del Curato di Campagna. Nella sua comunità, il demonio assume la forma più subdola e pericolosa del tepore. I tiepidi verranno vomitati dalla bocca di Lucifero. Questa certezza non sembra, però, provocare il minimo disagio alla gente del villaggio di Ambricourt. Sgomento dalla feroce indifferenza dei suoi parrocchiani, vittima di una malattia che lo consuma a poco a poco, il Curato affida la sua pena a un diario. Il suo solo amico è il più anziano curato di Torcy che si prodiga per lui impartendogli prediche improntate al Vangelo. Nella cecità del suo discorso sensato, il curato di Torcy si preclude l’incontro con la santità che, annidata nel giovane prete, non sospetta neanche di se stessa. Il Curato di Ambricourt è, nel suo eroismo inconsapevole, simile all’incarnazione di Cristo del più celebre puro di cuore della letteratura mondiale, L’Idiota di Dostoevskij. Il principe Myskin, pur nel suo incontestabile candore, soccombe agli eventi senza più riprendersi. Ma non è nella natura dei puri di cuore piegarsi al male perché – dice Gesù – loro vedono costantemente Dio. Lo stesso Donissan, grazie alla purezza del suo cuore, potrà guardare, come ultimo atto di sfida, in faccia il demonio e urlargli: «Vuoi la mia pace? Vieni a prenderla!».

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