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Mediterranea | November 15, 2018

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Genovatripoli (documentario, Italia 2009) - Mediterranea

Genovatripoli (documentario, Italia 2009)
Valentina Porcheddu

In viaggio sulla Jolly Indaco: conversazione con Marco Santarelli

Un viaggio ha sempre un punto di partenza ed uno di arrivo. Ma in Genovatripoli – un film in DV e Super 8 di Marco Santarelli – questi due punti formano un continuum, perché in fondo non importa da dove si parte e dove si arriva. Genova e Tripoli sono come due grandi boe in mezzo al mare, che racchiudono lo spazio, o meglio il tempo di un viaggio. Sospeso dentro il ventre di una nave container, la Jolly Indaco.

Ogni viaggio prende vita da un’idea. La tua qual è stata?
Un progetto che nasce dalla terraferma: e precisamente da una serie di docu che ho prodotto per la tv sulla storia e la vita dei faristi italiani. E’ vivendo la luce delle “sentinelle del mare” che insieme a Paolo Varriale ho iniziato a riflettere SU una storia di uomini mare e container.

Perché, fra tante, hai scelto proprio la tratta da Genova a Tripoli?
Ho scelto la tratta GENOVATRIPOLI perché è una delle rotte storiche e più suggestive del novecento e del mediterraneo.

Anche la nave sulla quale ti sei imbarcato è una nave «storica»?
Sì, la Jolly Indaco è un’ex nave militare – la Sergey Kirov- che fino agli anni Ottanta veniva utilizzata dalla marina sovietica per trasportare armi.

Dalle armi ai container. Sono queste «scatole», in fondo, le protagoniste del tuo film, anche se rimangono visivamente e metaforicamente «nella stiva».

Sì, in effetti i container sono soltanto il pretesto narrativo di questo viaggio. Quello che mi interessava mostrare è il lavoro legato al trasporto dei container, la contrapposizione tra una «società liquida» – in cui tutto accade in tempo reale – e una «società hard», quella che permette alle cose che ci sembrano ordinarie di accadere. Le merci che troviamo a portata di mano sono giunte a noi tramite un viaggio. Magari hanno attraversato mari a forza 9, dove basta poco per fermare tutto. Ecco, dietro questa dimensione costantemente «a rischio» c’è una forza lavoro «hard».

Nel film descrivi questa forza lavoro alle prese con il «meccanismo» della nave. La Jolly Indaco sembra quasi una Metropolis galleggiante, nella quale si contrappongono due mondi: quello della superficie e quello dei sotterranei.

Esatto. La superficie è rappresentata dalla «coperta», i sotterranei dalla «sala macchine». Chi sta in coperta ha sempre il mare davanti, vive di spazi aperti. In sala macchine, invece, il mare non si vede e non si sente. C’è dunque una contrapposizione tra «chi vigila» e «chi fa funzionare».

Sulla Jolly Indaco però, a differenza della Metropolis immaginata da Fritz Lang, non c’è una vera e propria contrapposizione fra «classi».

E’ vero, ma ci sono due umanità diverse anche sulla nave. Ad esempio i marinai che stanno in coperta sono di nazionalità italiana mentre i macchinisti sono soprattutto russi e ucraini perché i manuali sono in cirillico. Sono la lingua e la cultura a creare una distanza fra questi due mondi. Direi che esiste un’anima che appartiene alla coperta e un’anima che è propria della sala macchine, entrambe impegnate a «far andare» la nave. La comunicazione fra i due mondi non è generata da connessioni logiche ma piuttosto da gesti. C’è, sulla Jolly Indaco, una comunicazione «umana» fatta di cose che non passano per la parola.

Tutto l’equipaggio, a prescindere dalle mansioni di ognuno, sembra accomunato da un medesimo destino di alienazione.

Girare in presa diretta vuol dire mettersi in gioco, stare «attaccato» alle emozioni del momento. Il mio è un racconto per gli altri, ma anche un diario personale.

Hai girato il film in presa diretta, «catturando» dunque immagini «vere» e rumori «reali». Il tuo può essere definito un racconto oggettivo o ci sono delle «interpretazioni»?

Girare in presa diretta vuol dire non solo raccontare in modo oggettivo ma anche mettersi in gioco, stare «attaccato» alle emozioni del momento. Il mio è un racconto per gli altri, ma anche un diario personale.

Un’altra scelta stilistica da te adottata è stata quella di girare sia in digitale che in Super 8. Questo crea un contrasto tra immagini «lucide» e immagini «rarefatte».

Il digitale riproduce la realtà congelandola. Il Super 8 è un immagine fantasma che scombina prima il digitale e poi la sintassi del reale.

Hai raccontato il viaggio «di altri», ma hai fatto anche tu il «tuo» viaggio. Cosa hai lasciato sulla Jolly Indaco e cosa, invece, hai portato via con te?

Essere riuscito a conquistare le persone, essermi fatto accettare, ed esser entrato nella loro quotidianità chiedendo sempre permesso e sapendo aspettare. Questo è ciò che credo di aver lasciato. Mentre quello che mi son portato via sono tutte le storie che ho incrociato e che mi hanno permesso di riflettere anche su «dove sono io».

Si percepisce che hai stretto un rapporto se non con le persone, almeno con le loro storie. Una complicità umana che aggiunge spessore a quella realtà marginale, fatta di rituali «meccanici». Filmando frammenti di viaggio più «intimi», come nella lavanderia o nella cabina di qualche marinaio, hai svelato che nel ventre della nave i gesti non sono sempre tutti vuoti.

Per filmare ho usato una lente grandangolare perché volevo annullare la distanza ed avere un rapporto «a pelle». Ho «pedinato» le persone per far emergere le loro storie. Non è stato sempre facile, ho dovuto superare, a volte, la barriera della diffidenza. Come con il Primo ufficiale, che solo alla fine del viaggio ha accettato di confidarsi davanti alla telecamera. Dal suo racconto emerge una coscienza azzerata dal rifiuto di un lavoro in cui non si è mai riconosciuto. Dolore dunque ma anche coraggio. Di andare avanti, per portare «un pezzo di pane» a casa.

Gli ultimi momenti del viaggio e del film, si svolgono la notte di Natale. Casualità e non simbolismo, perché sulla Jolly Indaco ogni giorno è uguale all’altro. Ma il messaggio, alla fine, qual è?

La «memoria». Da mettere in circolo, da condividere. Il senso del (mio) viaggio è questo.

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