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Mediterranea | November 16, 2018

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Generazione di precari (parte prima) - Mediterranea

Generazione di precari (parte prima)
Alessandra Ghiani

È difficile stabilire se lʼItalia sia mai stata davvero una Repubblica fondata sul lavoro, come sancisce lʼarticolo uno della Costituzione. Fin dagli anni Cinquanta si sono susseguiti interventi che non hanno tenuto conto delle peculiarità culturali, sociali ed economiche delle diverse zone del territorio nazionale. Ai ripetuti tentativi di industrializzazione forzata al Sud, zona a principale vocazione agricola, si è alternato lʼutilizzo quasi incontrollato della Cassa per il Mezzogiorno, che ha prodotto assistenzialismo ma non sviluppo.
Di crisi occupazionali lʼItalia repubblicana ne ha vissuto diverse, accompagnate dalla costante emorragia di uomini dal Meridione verso lʼisola felice del Settentrione sviluppato e benestante, mentre la politica miope e incapace di trovare soluzioni conduceva inesorabilmente intere generazioni verso il punto di non ritorno in cui si trovano i trentenni, i quarantenni e i cinquantenni di oggi.
Fino agli anni Novanta del secolo scorso, i lavoratori di ogni età godevano dei diritti acquisiti grazie alle lotte sindacali degli anni Sessanta e Settanta. Lotte da cui era scaturito lo Statuto dei Lavoratori, documento di riferimento per la normativa in materia di lavoro, il cui principio fondamentale è stato scardinato in tempi recenti.

Gli anni Novanta

Un primo passo verso l’affievolimento dei diritti dei lavoratori fu fatto alla fine degli anni Novanta con il cosiddetto “Pacchetto Treu”. L’allora governo Prodi abbracciò il clima europeo in materia di lavoro: un neoliberismo che vedeva nella libera contrattazione tra le parti la sua massima espressione. In questo contesto nacquero le discussioni sulla rigidità del mercato del lavoro, sia in entrata sia in uscita.
Il Pacchetto Treu introdusse il lavoro interinale, gestito da agenzie private, fino ad allora vietato da una legge del 1960, eliminando il divieto di interposizione di manodopera. Altre novità riguardarono il contratto di apprendistato e la regolamentazione del contratto a tempo determinato.
Nel contempo conobbero ampia diffusione i Co.Co.Co, Contratti di Collaborazione Continuativa, che non prevedono un rapporto di subordinazione e che, nell’idea originaria, avrebbero dovuto facilitare l’utilizzo di manodopera occasionale per esigenze aziendali limitate nel tempo. Di fatto, però, si trasformarono rapidamente in uno strumento per non assumere personale fisso e risparmiare sul costo dello stesso. Dall’esigenza di flessibilità si arrivò a cementare la base per il precariato, fenomeno che negli anni successivi non solo non fu arginato, ma addirittura esasperato.

Gli anni Duemila

L’incessante sprofondare nelle sabbie mobili del lavoro sommerso continuava a essere causa di malessere sociale ed economico e impoveriva gli italiani e lo Stato, con un conseguente inasprimento fiscale che gravava principalmente su operai e imprese. Questa situazione favorì, ancora una volta, il radicarsi di abitudini illecite in fatto di previdenza e assicurazione dei dipendenti, perché essi si sono trasformati gradualmente da capitale fondamentale per lo sviluppo delle aziende a mero costo passivo di bilancio.
È a quel punto che intervenne la legge Biagi, che sulla scia del liberismo degli anni Novanta e memore del Pacchetto Treu introdusse nuove forme contrattuali, tra le quali il Co.Co.Pro (Contratto di Collaborazione a Progetto) è forse la più famosa. Lo scopo non era quello di rendere la condizione lavorativa degli italiani sempre meno stabile, bensì favorire l’occupazione con una maggiore flessibilità in entrata e in uscita. Il contratto a progetto, ad esempio, si configurava come un contratto di lavoro autonomo, senza vincoli orari e senza l’obbligo di presenziare nella sede aziendale. Di fatto, come nel caso delle false partite iva oggi tanto diffuse, numerosi lavoratori autonomi si ritrovarono ad accettare condizioni previste per il lavoro subordinato senza ottenerne, però, i benefici (malattia e ferie pagate, maternità, contributi previdenziali di valore ecc.). Il cosiddetto “lavoro flessibile” si trasformò definitivamente in precariato allo stato puro.
Benché il lavoratore abbia il diritto di denunciare situazioni illegali, quasi nessuno sceglie questa via per timore delle conseguenze, in primo luogo la perdita di un’entrata economica, seppur modesta. Inoltre, si troverebbe a lavorare in un ambiente ostile, con le conseguenze psico-fisiche e lavorative che possiamo facilmente immaginare.
A osservare bene le nuove tipologie contrattuali introdotte nel 2003, il problema macroscopico non era insito nella famigerata legge, ma nellʼassoluta mancanza di verifiche da parte delle autorità competenti. Stipulare un contratto a progetto non era il male assoluto; le aziende spesso hanno esigenze temporanee di forza lavoro. Il problema reale non è lʼuso, bensì lʼabuso, totalmente fuori controllo, di strumenti che impoveriscono principalmente gli individui.
Solo i lavoratori stabilizzati possono accedere al credito bancario, questo implica che una fascia sempre più ampia di cittadini ha visto negarsi la possibilità della realizzazione personale allʼinterno della società.
Nonostante fossero palpabili le storture sociali avviate con la legge Biagi, la decrescita delle tutele dei lavoratori è proseguita nel tempo.

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