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Mediterranea | November 12, 2018

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Futuro sostenibile - Mediterranea

Futuro sostenibile
Redazione

Articolo di Mauro Steri

La maggior parte degli scienziati sono concordi nell’individuare tra il 2010 il 20201 il periodo in cui la produzione mondiale di petrolio raggiungerà il suo picco, per poi scendere vertiginosamente, come ipotizzato dal geologo statunitense M.K. Hubbert negli anni sessanta del secolo scorso.

Il petrolio è però ancora la fonte energetica più utilizzata: per trasportare le merci, per riscaldare le nostre case, per coltivare i nostri campi e per produrre energia elettrica in gran parte utilizziamo macchine alimentate da combustile fossile e da i suoi derivati le aziende petrolchimiche producono fibre tessili sintetiche o materie plastiche utilizzate in una miriade di oggetti di uso comune2.

Nei Paesi del bacino del Mediterraneo circa l’ottanta per cento del fabbisogno energetico viene soddisfatto da questa materia prima, ma mentre i Paesi del Mediterraneo europeo da soli assorbono più del settanta per cento di tutta l’energia prodotta nel bacino3, sono i Paesi del sud del Mediterraneo a produrre la quasi totalità di combustibile fossile esportato nell’Europa mediterranea4. Ma con i vertiginosi tassi di crescita sia demografici che industriali a cui stanno andando incontro i Paesi del Mediterraneo del sud questi ben presto dovranno dare un taglio alle esportazioni di greggio: metropoli come Il Cairo in Egitto5 o città come Tunisi registrano una crescita esponenziale che significa anche una sempre maggiore richiesta di energia.

Ecco che allora le politiche energetiche dei singoli Stati e le nostre scelte personali devono necessariamente essere improntate ad un processo di costante e progressiva emancipazione dal petrolio. Tutte le scelte energetiche, strategiche per l’intera popolazione mondiale, che verranno fatte in questi anni saranno determinanti per il benessere e lo sviluppo futuro.

Da qualche anno già qualcosa si muove, i paesaggi cambiano: dalla Spagna all’Italia è sempre più frequente imbattersi in parchi eolici così come non è raro vedere sempre più abitazioni dotarsi di pannelli fotovoltaici per la produzione di energia elettrica. Le politiche nazionali, ponendosi l’obbiettivo di ridurre la percentuale di energia prodotta dal petrolio, incentivano con aiuti economici la diffusione di fonti di energia rinnovabile ed eco-sostenibile. Anche a livello internazionale sono stati fatti importanti passi avanti. Dal 1997 è attivo il Forum Euromediterraneo dell’Energia, composto dai rappresentanti dei Paesi aderenti all’Unione Europea e da quelli dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, il cui scopo è quello di attivare un dialogo sulle politiche energetiche e attivare azioni di partenariato tra gli Stati membri. Il Forum inizia a dare importanti risultati, grazie ad esso infatti è stato siglato un accordo per il quale a partire da questo autunno inizierà l’esportazione di energia solare dal Marocco alla Francia, primo esempio di trasferimento di energia solare da una sponda all’altra del Mediterraneo. Non solo: diverse aziende private sia europee che dell’Africa mediterranea riunitesi sotto la sigla Dii GmbH e la fondazione Desertec, un ente no profit composto da scienziati europei, nord-africani e dei Paesi dell’Est, hanno dato vita a un progetto che prevede l’installazione nel deserto del Sahara del più grande campo fotovoltaico al mondo, implementandolo con turbine eoliche.

Tutto questo è sicuramente apprezzabile, ma da solo rischia di non bastare. Ciò che più di tutto occorre è una rivoluzione culturale: da un lato dobbiamo imparare a consumare di meno per produrre di meno, dall’altro dobbiamo ripensare i nostri modelli abitativi e produttivi. E’ questa la sfida che ci pone il futuro, e che noi siamo costretti ad accettare se non vogliamo scivolare nel baratro di una gravissima crisi energetica che avrebbe conseguenze disastrose per tutti.

Quello che ognuno di noi deve fare è cambiare il proprio stile di vita, capire che con pochi piccoli accorgimenti siamo in grado di tagliare drasticamente il nostro fabbisogno energetico, e che solo così facendo riusciremo a supportarlo interamente da fonti rinnovabili.

Ecco che allora coibentando le nostre case otterremo il risultato di ridurre fino a quattro volte il consumo di energia utilizzata per il riscaldamento domestico tagliando in media del venti per cento le emissioni di Co2 nell’atmosfera.

Un aiuto concreto a ripensare i nostri modelli abitativi potrebbe venire anche dalle tecniche di costruzione tradizionali integrate dagli ultimi ritrovati della tecnica. In Sardegna, per esempio, alcune ditte hanno ripreso la produzione del tradizionale mattone di terra crudo -ladiri in lingua sarda, la cui tecnica di produzione è conosciuta in tutto il Mediterraneo- dopo aver scoperto che ha proprietà isolanti nettamente superiori ai normali blocchi in cemento comunemente utilizzati in edilizia. Sempre in Sardegna diverse aziende hanno deciso di puntare sulla lana di pecora per produrre pannelli isolanti per gli edifici, trasformandola da rifiuto speciale da smaltire con notevoli costi a fonte di guadagno extra per gli allevatori.

Potenziamento del trasporto pubblico, sviluppo della mobilità pedonale, costruzione di nuove piste ciclabili, iniziative come il bike sharing o il car pooling e la creazione di spazi verdi da adibire a orti urbani comunitari sono anch’essi accorgimenti che ci aiuterebbero a ridurre i consumi energetici, oltre a migliorare la qualità della vita e a stimolare un nuovo tipo di socialità nei centri urbani.

Se nella nostra tavola finissero solo ortaggi di stagione e alimenti di produttori locali eviteremo di far fare migliaia di chilometri alle derrate alimentari per arrivare sugli scaffali dei nostri supermercati, con un notevole risparmio sia in termini economici che energetici. Ma è tutto il sistema produttivo agricolo che andrebbe rivisto. Dagli anni sessanta del ventesimo secolo in poi infatti, con l’avvento della cosiddetta “rivoluzione verde” e l’introduzione dell’agricoltura intensiva a scapito di quella tradizionale, il sempre più massiccio utilizzo di fertilizzanti6, pesticidi e di macchine per la lavorazione dei terreni oltre a un forte aumento della produttività ha determinato un dispendio maggiore in termini energetici7. Incentivare la coltivazione con il metodo biologico, riavvicinarsi a sistemi colturali che siano più in sintonia con i normali cicli della natura, senza per questo dover necessariamente adottare metodi produttivi obsoleti, renderebbe infinitamente più bassa la spesa energetica in agricoltura e ci consegnerebbe cibi nettamente superiori da un punto di vista qualitativo.

Soprattutto in questo particolare periodo storico è di vitale importanza abituarci all’idea che se abbiamo a cuore il nostro futuro sarà necessario acquistare più consapevolezza delle conseguenze implicite che molte delle nostre scelte hanno sull’ambiente che ci circonda e sulle risorse naturali, capire che il futuro della Terra passa anche attraverso i nostri piccoli gesti quotidiani.

Essere attori protagonisti e non più spettatori passivi delle scelte altrui, è questa la sfida che ci riserva il futuro e che noi dovremo cercare di vincere nei prossimi dieci anni.

1Alcuni scienziati come Kenneth Deffeyes, professore emerito all’università di Princeton e autore di Beyond Oil sostiene che il picco o zenit del petrolio si è già verificato nel 2005. Il Centro di analisi sull’esaurimento petrolifero( O.D.A.C.), un’ organizzazione indipendente del Regno Unito, afferma invece che tale picco sia stato raggiunto nel 2007.Colin Campbell, geologo e fondatore dell’ A.S.P.O.(Association for the Study of Peak Oil and Gas) e Chris Skrebowsky membro dell’ O.D.A.C. And Petroleum Review indicano il 2010 come momento del picco.

2Basti segnalare a tal proposito che di materiali derivati del petrolio si trova traccia in una gamma di oggetti che va dallo spazzolino da denti alle scarpe, dagli pneumatici alle plastiche degli automezzi etc.

3La Francia nel 2010 ha consumato da sola 83,4 milioni di tonnellate di petrolio. Nello stesso anno l’Italia ne ha consumato 73,1 milioni e la Spagna 74,5 milioni. Fonte: BP Statistical Review of World Energy – Full Report 2011.

4Nel 2010 L’Algeria ha prodotto 77,7 milioni di tonnellate di petrolio, mentre la Libia ne ha prodotto 77,5 milioni. Fonte: BP Statistical Review of World Energy – Full Report 2011.

5Nel 2010 l’Egitto ha prodotto greggio per 35 milioni di tonnellate, a fronte di un consumo di 36,3 milioni di tonnellate aumentando del 5,4% il consumo di petrolio rispetto al 2009. Nel 2000 l’Egitto consumava 27,2 milioni di tonnellate di petrolio. Fonte: BP Statistical Review of World Energy – Full Report 2011.

6Il petrolio e il gas naturale sono la principale materia prima per la produzione di urea.

7E’ stato stimato che negli Stati Uniti, dove l’agricoltura di tipo intensivo è più praticata, sono necessarie fino a dieci calorie di energia fossile per produrre una caloria alimentare. Fonte: Legambiente Trieste, Gaia di Marzo 2011, articolo di Gianni Tamino. In Italia non esiste uno studio preciso ma molti autori sono concordi nell’individuare un rapporto di circa 5 calorie di energia fossile per ogni caloria alimentare che arriva nelle disponibilità del consumatore finale.

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