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Mediterranea | December 16, 2018

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Euro si, euro no (parte 2): scenari da referendum in Grecia - Mediterranea

Daniela Melis

 

È l’euro, oggi, il vero problema? È l’uscita dall’euro la vera soluzione? Anche senza addentrarci troppo nella giungla della finanza, basta fare due considerazioni sul ritorno della dracma per capire che porterebbe più svantaggi che vantaggi. Infatti, nel caso in cui questo accadesse, già dal primo mese, si stima una svalutazione della dracma rispetto all’euro del 60% e nei primi 6 mesi si dovrebbe generare una spinta inflazionistica che farebbe raddoppiare i prezzi. Crollerebbero, così, le importazioni, perché vanno pagate in valuta pregiata, cioè in euro o in dollari. Allo stesso tempo, la svalutazione della moneta, consentirebbe di far aumentare le esportazioni; ricordiamo, però, che la Grecia non ha tanto da esportare, se non il turismo, e la sua economia è fortemente sbilanciata a favore delle importazioni. Ci sarebbero, inoltre, meno beni e lo stesso numero di persone che vogliono comprarli. Conseguenza: la Banca di Grecia dovrà emanare più moneta perché serviranno più soldi per comprare quei beni che costano di più. Immettendo liquidità, la Banca di Grecia provoca una spirale inflazionistica e quindi un aumento dei prezzi, che, a sua volta, porterà a una diminuzione del valore nominale della moneta. Più stampi moneta più diventa carta straccia. La svalutazione causerebbe innalzamento dell’inflazione (che è sempre avvertita più da chi è povero che non da chi è ricco), alti tassi di interessi, aumento notevole dei prezzi dei prodotti importati. In più c’è la psicosi del deposito: i greci stanno prelevando per poi avere una valuta forte per comprare in futuro. In sostanza, ci sarebbe crisi di liquidità e al tempo stesso si potrebbe provocare una nuova spinta inflazionistica perché, se quei soldi sono spesi per comprare beni rifugio, ci sarà un aumento dei prezzi. Il meccanismo della domanda e offerta risulterebbe completamente sballato. Il circuito economico, comunque, non si bloccherebbe: le imprese greche compreranno prodotti, però le imprese straniere che esportano vorranno essere pagate in valuta pregiata e se non possono pagare devono accedere a crediti indicizzati in euro. Restando nell’euro la Grecia dovrebbe rispettare dei vincoli molto restrittivi, che potrebbero avere il contro di bloccare la crescita e far restare il paese in recessione. La spesa pubblica greca è stata, però, fino al 2010, esageratamente alta, e corruzione e sprechi l’hanno incrementata in maniera esponenziale. Per restare nell’eurozona sono sicuramente costretti a grosse misure di austerità (forse anche esagerate) ma resterebbero in un sistema che consente di reperire fondi a tassi più bassi, l’inflazione sarebbe più controllata e magari, se riparte tutta l’economia dell’area euro, potrebbe vedere il suo PIL crescere.

 


E son proprio le misure di austerità che si cerca di combattere con il referendum annunciato dal Primo Ministro Greco, Alexis Tsipras, il 27 giugno scorso, il primo in Grecia dopo il 1974. Col referendum consultivo, il prossimo 5 luglio, si voterà per l’approvazione o meno del piano proposto dalla cosiddetta Trojka, che prevede nuovi sacrifici per lo Stato ellenico, in cambio di un nuovo programma di supporto finanziario.

Le perplessità sorte attorno al referendum sono numerose, ma si teme soprattutto che la vittoria del no, sostenuta da Tsipras, porti all’uscita della Grecia dall’euro: ed è la prima volta che questa probabilità si fa così palpabile. L’obiettivo di Tsipras, in caso di vittoria del no, è di ottenere una ristrutturazione del debito; dall’altra parte la Trojka potrebbe dare ascolto a Tsipras, ma difficilmente potrà fargli nuove concessioni e prestiti. Senza intesa e senza soldi l’economia ellenica crollerebbe a picco. Nelle casse delle banche elleniche non ci sono più soldi: è probabile che i greci non riusciranno nemmeno a prelevare dai bancomat, le fornitura di alimentari base e farmaci scarseggerebbe, come già sta accadendo, e non è difficile immaginare le gravi conseguenze sociali. A quel punto è probabile che sarà il governo stesso a sancire l’uscita dall’euro, iniziando a stampare una nuova valuta per cercare di spegnere l’emergenza e non far precipitare il paese nel caos.

 

 

Difficile prevedere l’esito del referendum, così come è difficile fare una valutazione esatta su quanto l’uscita dall’euro possa influire sulla scelta di voto. C’è solo una cosa sicura riguardo ai desideri dei greci: la tendenza allo halarà halarà non passa nemmeno di fronte allo spettro di una crisi che sentono così lontana, perché impercettibile, impalpabile, anche se, in realtà, è così vicina. Al greco medio non interessa che governo lo guiderà o che moneta dovrà utilizzare, ma solo di vivere la sua vita come ha sempre fatto: uscire a bere un caffè o godere di una bella cenetta in taverna, ridendo sonoramente, fumando mille sigarette e lasciando i piatti a metà perché, si sa, l’occhio è sempre più grande dello stomaco. Questo è ciò che emerge, di solito, alla fine di una discussione sulla politica: la tranquillità, il greco vuole la tranquillità. E non ha tutti i torti, considerato il fatto che è evidente che in questa situazione non si sono messi loro, i cittadini medi, con le loro mani. Spetterà adesso al nuovo Principe, chiunque esso sarà, massimizzare l’ “interesse sociale”, fatto che appare, oggi più che mai, perfettamente razionale considerato anche che il livello di sopportazione greco pare abbia raggiunto, comprensibilmente, il suo limite massimo.

Daniela Melis

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