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Mediterranea | November 21, 2018

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Eufrasia, il sogno di Ciro o il cilindro della concordia - Mediterranea

Redazione

Articolo di Daniela Zini

Viaggiare è il più personale dei piaceri. (…)
con questa frase Vita Sackville-West introduce i suoi ricordi di viaggio in Persia.

“(…)
Hame-ye alam tanast va Iran del
Nist qaviyande zin qiyas khejel
(…)”
Nezami Ganjavi, Haft peykar

 

Viaggiare da un continente all’altro senza passaporto! 

a J, che più di chiunque altro conosce il mio Amore per l’Iran.

Il Cilindro di Ciro

Il Cilindro di Ciro

Il Cilindro di argilla, che sembra un torsolo di pannocchia, reca iscritto in caratteri cuneiformi un editto riconosciuto da molti come la prima Carta dei Diritti Umani, in anticipo di quasi due millenni sulla Magna Charta. Interpretabile come un appello alla libertà etnica e religiosa, bandiva la schiavitù e qualsiasi tipo di oppressione, vietava la requisizione della proprietà per mezzo della forza o senza risarcimento e dava agli Stati membri il diritto di scegliere se sottomettersi o no all’autorità di Ciro.

Per conoscere il vero volto dell’Iran basta leggere le parole di Ciro”,

dichiara Shirin Ebadi, l’avvocatessa iraniana, che, nel 2003, è stata insignita del Premio Nobel per la Pace.

Quando vado all’estero, la gente stenta a credere che il 65 per cento dei nostri studenti universitari sono ragazze, o resta sconvolta di fronte a esempi dell’arte e dell’architettura iraniana. Si giudica una civiltà solo per quello che se ne è sentito dire negli ultimi trent’anni: la rivoluzione islamica, la limitazione delle libertà personali, in particolare per le donne, il programma nucleare e l’antagonismo con l’Occidente. Nessuno sa niente dei millenni precedenti, né di cosa hanno subito gli iraniani per mantenere la propria identità distinta da quella degli invasori.”

da National Geographic, Persia il cuore antico dell’Iran, agosto 2008

Io sono Ciro, re del mondo, grande re, potente re, re di Babilonia, re di Sumer e di Akkad, re dei quattro angoli della terra, figlio di Cambise, grande re, re di Anshan, nipote di Ciro, grande re, re di Anshan, discendente di Teispes, grande re, re di Anshan, di linea reale eterna, di cui Bel e Nabu amano la regalità e desiderano il governo per la gioia del loro cuore. Quando sono entrato, pacificamente, a Babilonia, stabilii la mia dimora sovrana nel palazzo reale tra celebrazioni e felicità. Marduk, il grande signore, mi destinò un cuore magnanimo di un essere che ama Babilonia e io, ogni giorno, mi voto alla sua devozione. Il mio vasto esercito marciò su Babilonia in pace; non permisi a nessuno di infierire sui popoli di Sumer e di Akkad. Ho cercato il benessere della città di Babilonia e di tutti i suoi luoghi sacri. Quanto ai cittadini di Babilonia, ai quali Nabonide aveva imposto un giogo non per volere degli dei e non (…) decretato per loro, io placai la loro prostrazione e li liberai dal loro debito. Marduk, il grande signore, si rallegrò delle mie buone azioni. Pronunciò la sua graziosa benedizione su di me, Ciro, il re che lo venera, e su Cambise, il figlio che è la mia progenitura, e su tutto il mio esercito, e in pace, in sua presenza, noi ci ponemmo in amicizia. Per suo espresso volere, tutti i Re che siedono sul trono nel mondo, dal Mare Superiore al Mare Inferiore, che vivono in regioni molto lontane, i re dell’Ovest, che risiedono in tende, tutti, portarono il loro pesante tributo davanti a me e a Babilonia baciarono i miei piedi. Da Babilonia ad Ashur e da Susa, Agade, Eshnunna, Zamban, Meturnu, Der, da anche lontano come la regione dei Guti, i luoghi sacri al di là del fiume Tigri, i cui santuari erano stati abbandonati per lungo tempo, io riposi le immagini degli dei, che avevano risieduto (a Babilonia), al loro posto e li lasciai risiedere nelle loro eterne dimore. Riunii tutti i loro abitanti e restituii loro le loro residenze. Inoltre, per volere di Marduk, il grande Signore, installai nei loro santuari, in dolci dimore, gli dei di Sumer e di Akkad, che Nabonide, provocando la collera del Signore degli Dei, aveva portato a Babilonia. Possano tutti gli dei che collocai nei loro luoghi sacri domandare, ogni giorno, a Bel e Nabu che i miei giorni siano lunghi e possano intercedere per il mio benessere. (…) Il popolo di Babilonia benedice il mio regno e io stabilii tutte le terre in pacifiche dimore.

Estratto dal Cilindro di Ciro

Eredità della Persia

Non governerò mai per mezzo della guerra.

Ciro II il Grande

Il vasto panorama iranico, dove i nostri antenati sorsero e fiorirono, alla maggior parte di noi sembra remoto come la luna.”, scrive John H. Iliffe in una pubblicazione di Oxford, The Legacy of Persia. La sua storia più antica, per noi, si limita a quelle occasioni nelle quali essa si intreccia con gli eventi di Israele e della Grecia. Le simpatie vanno agli esuli ebrei, al dramma di Maratona e delle Termopili, alla marcia dei Diecimila, alla folgorante figura di Alessandro. Puramente accidentali, in rapporto a questi eventi, risultano per noi il regno di Serse, il decreto di Ciro per la ricostruzione del tempio di Gerusalemme, le iniziative prese da Dario dopo la sua ascesa al trono, il sorgere e il diffondersi dello Zoroastrismo. La ragione va, almeno in parte, ricercata nel fatto che la Persia non ebbe uno storico. Nessun Erodoto, nessun Senofonte sorse tra i Persiani; gli avvocati sono tutti dalla parte dei Greci. Fare presenti le ragioni dei Persiani significa assumersi il compito di advocatus diaboli. Orbene, assumendo, precisamente, questo compito, si ritrovano in questi nostri antenati alcune caratteristiche quanto mai familiari. Pur essendo emigrati nell’altopiano dell’Iran, anziché nella penisola della Grecia, non per questo divennero “orientali”. Degli ideali che proposero all’umanità, molti non furono realizzati. Ma il concetto, secondo il quale un governo deve mirare alla utilità del popolo e non a quella dei detentori del potere, non si è mai spento. Né è tramontata l’idea della possibilità di un governo unico per tutto il mondo civile.

La geografia del mondo antico, di tutta la massa che, con un neologismo, potremmo definire Eufrasia, penetrata da un sistema marittimo interno, va da Ovest a Est, o viceversa, nel senso dei paralleli. È lo stesso senso di marcia seguito dai ReitervoIker, i popoli cavalieri che corsero l’intera Eurasia fino dai più remoti tempi preistorici, i tempi dei miti e delle saghe dell’origine. È lo stesso tragitto, da Est a Ovest, delle invasioni che, dalle steppe dell’Asia Centrale, si rovesciarono sulla penisola occidentale europea in ondate successive: quelle che noi definiamo invasioni barbariche, nel periodo della caduta dell’impero romano. Con la piena espansione dell’impero persiano, il mondo civile è vicino come non mai, nel passato e nel corso dell’avvenire, a trovarsi unito sotto un solo dominio. Questa situazione si prolunga per un cinquantennio, che abbraccia l’epoca di Ciro, di Cambise e di Dario e provoca un cambiamento di tali proporzioni che a noi riesce, sommariamente, difficile immaginare la transizione operatasi allora. È, il definitivo tramonto di due millenni di storia dell’antichissimo Oriente semitico; tre piccoli imperi – il medo, il lido e il neo-babilonese – si eclissano per sempre; l’Egitto cessa di essere libero e sovrano nel suo isolamento; in Giudea, il regno della Casa di Davide dà luogo alla divisione del popolo ebraico; l’India viene, per la prima volta, in contatto con l’Etiopia e con le rive orientali del Mediterraneo.

Parlare dei morti, soprattutto se questi sono annoverati tra i massimi conquistatori, è compito arduo, più arduo ancora se millenni ci separano da loro. Resta, nel ricordo di fonti disparate e contraddittorie, il racconto delle conquiste e delle battaglie, in parte lo schema degli ordinamenti che questi imposero; ma, da questa ambiguità, nascono il mito o l’esecrazione, non il giudizio ragionato e sereno della loro identità morale. Lo storico, forse, è più interessato alla sequenza dei fatti che al mistero della personalità umana: questa si cristallizza nelle sue opere, e, pertanto, viene tenuta in nessun conto, come inafferrabile; eppure a chi sappia evocarla essa è di quelle più fascinosa, giacché ne è l’impulso, una fedeltà splendida ed eterna. E, pertanto, particolarmente, mi commuove, perché il tempo è morte e quella è immutabile presenza che, soltanto, la nostra immaginazione può far risuscitare. Gli imperi, i regni, i regimi sono cose caduche come sassi che rotolano lungo il pendio delle montagne, ma chiunque ne fosse l’artefice chiudeva, necessariamente, in se stesso un impero esecrabile o prodigioso, capace di partecipare, a distanza di secoli, con noi, di esaltarci o di umiliarci, perché esiste, tra le creature di oggi e di ieri, una solidarietà che ci fa sentire il peso o la gloria di una unità, in quanto uomini, in tutto, egualmente responsabili. La scienza inventa, furiosa, macchine e comodità di vita, ma non ci garantisce eguale progresso morale. Dal futuro possiamo attenderci tutto, bene o male, o, forse, anche – chi può dirlo? – la morte: nell’incertezza, miei coevi, io guardo anche al passato, perché nulla vi è di più presente di ciò che è stato; e mi piace ricordare che in esso splende, come stella di prima grandezza, Ciro, l’unto di tutti gli Dei, perché l’esempio più antico della tolleranza e dell’equità, colui che, fondando un nuovo impero e dando vita a una Nazione immortale, per primo intuì quell’unità del continente euro-asiatico che, a tanta distanza di secoli, noi non siamo riusciti a consolidare su basi di reciproca e confidente comprensione.

All’inizio del Libro di Esdra si legge:

Nell’anno primo del regno di Ciro, re di Persia, perché si adempisse la parola che il Signore aveva detto per bocca di Geremia, il Signore destò lo spirito di Ciro re di Persia, il quale fece passare quest’ordine in tutto il suo regno, anche con lettera: “Così dice Ciro re di Persia: Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra; egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio in Gerusalemme, che è in Giudea. Chi di voi proviene dal popolo di lui? Il suo Dio sia con lui; torni a Gerusalemme, che è in Giudea, e ricostruisca il tempio del Signore Dio d’Israele: egli è il Dio che dimora a Gerusalemme. Ogni superstite in qualsiasi luogo sia immigrato, riceverà dalla gente di quel luogo argento e oro, beni e bestiame con offerte generose per il tempio di Dio che è in Gerusalemme.

Con Ciro, la Persia entrava, per sempre, nella storia non come labile regno, ma come ponte che è restato nei secoli, tra l’India e la Grecia, centro di una irradiazione culturale, che, oltrepassando la frontiera, andava dal Caucaso alla Cina, dall’Asia Minore all’India: corridoio immenso attraverso il quale il continente eurasiatico si incontrava e si scontrava e stabiliva esigenze di scambio che il tempo – il quale pur riduceva tutte le cose al nulla – rafforzava in riverberi infiniti, per canali misteriosi. Ho detto, badate bene, continente eurasiatico, perché Asia ed Europa sono un tutto unico, solidale per migrazioni di popoli, vicende di conquiste, avventure di commerci, in una complicità storica che soltanto gli inesperti o gli incolti, i quali pensano tutto il mondo concluso nell’Europa, si ostinano a ignorare. Di questa unità era ben consapevole Mircea Eliade, che, anche nel pieno della guerra fredda, si rifiutava, apertamente, di concepire l’Europa nei termini ristretti che le avrebbero voluto imporre i difensori della civiltà occidentale e respingeva, con tono sarcastico, la concezione occidentalista:

Vi sono ancora onesti occidentali per i quali l’Europa finisce sul Reno o tutt’al più a Vienna. La loro geografia è, essenzialmente, sentimentale: costoro sono arrivati a Vienna in viaggio di nozze. Più in là, vi è un mondo estraneo, forse, affascinante, ma incerto: questi puristi sarebbero tentati di scoprire, sotto la pelle del russo, quel famoso tartaro di cui hanno sentito parlare a scuola; quanto ai balcanici, è con loro che inizia quel confuso oceano etnico dei nativi che si prolunga fino alla Malesia.

Il Mitraismo arriva dall’Iran in Occidente, il Manicheismo ha alimentato la gioventù di Sant’Agostino, il Buddhismo e l’Induismo sono stati fecondati dalla saggezza iranica, i tesori dell’arte iranica sono arrivati fino alla corte imperiale giapponese; perfino il Tibet non si è sottratto al suo influsso. Allora, non si può dire che le imprese di Ciro si riducano all’elenco di portentose conquiste o all’effetto di un’amministrazione accorta: sarebbe sminuirle. È l’Asia che si protende verso l’Occidente, è una situazione nuova del mondo, il risveglio di un Umanesimo che nasce, appunto, dal confluire insieme di tesori acquisiti, di fermenti imprevisti, di combinazioni prolifere, di ravvicinamenti prodigiosi. Per la prima volta, si avvera il sogno di una universalità costruttiva, che getta quasi l’Oceano Indiano nel Mar Mediterraneo, così, preparando una tensione dello spirito e della mente che l’umanità, sommersa in un fluttuare di potenze ristrette e sospettose, non aveva, non dico, attuato, ma neppure previsto. Da qui in avanti inizia una nuova era nel mondo: un novus ordo. Le distanze scompaiono, le frontiere cadono; dopo le migrazioni che, da millenni, avevano, barbaramente, percorso, in un senso o nell’altro, la vastità del continente eurasiatico, albeggia una comunanza solidale, di cui siamo gli eredi. Non sarebbe stato necessario che Ciro affrontasse la morte in battaglia: la spedizione punitiva contro i Sarmati e i Massageti, al di là del fiume che separava la frontiera orientale dell’impero, avrebbe potuto essere compiuta da Cambise o da qualche altro generale. Ma Ciro, lasciando il figlio in quell’autentico angolo del regno, che era Pasargade, aveva voluto che questi potesse assumere il comando di uno Stato di posizione mondiale, ancora in fase di formazione, senza incontrare opposizioni.

Con Ciro, tuttavia, scompare il re del popolo.

Tutto questo immenso impero”,

osserva, un secolo dopo, Senofonte, affascinato, come Erodoto, dalla leggenda del primo Achemenide, “era governato dalla mente e dalla volontà di un uomo solo. I sudditi, che da lui ricevevano affetto e cure come se fossero suoi figli, lo rispettavano come un padre.

Ciro incarna il concetto veramente nuovo di un sovrano animato e guidato da un senso di responsabilità verso tutti i suoi sudditi, idea senza precedenti in Oriente e basata su principi di governo sconosciuti prima di lui. La morte non gli consentì di ultimare l’organizzazione del nuovo Stato: compito riservato a Dario, il quale lo espletò, seguendo procedimenti, lievemente diversi. I detti popolari forniscono, spesso, illuminati ritratti dei sovrani. I Persiani dicevano:

Ciro era un padre, Cambise un padrone, Dario un predatore.

La tomba di Ciro

La tomba di Ciro

Amico, chiunque tu sia, sappi che qui riposa Ciro, fondatore dell’impero persiano e dominatore del mondo. Non invidiargli il suo monumento.

Ma gli ideali di Ciro dovevano, inevitabilmente, influenzare il corso successivo della storia, non escluse le epoche dei Macedoni e dei Romani. Alessandro tentò, in verità, di assicurare la stabilità delle sue conquiste creando uno Stato eurasiatico, affidandone il governo a elementi macedoni e persiani, e favorendo, perfino, i matrimoni dei suoi ufficiali con donne della Persia. Gli riuscì più facile ambientarsi tra gli Ariani della Persia che non in Egitto o a Babilonia, dove tentò di portare la propria capitale. I legami e le affinità esistenti tra gli Ariani di Occidente e quelli di Oriente erano, ancora, evidenti due secoli dopo che Ciro era stato deposto nella tomba di Pasargade. A quella tomba Alessandro volle rendere omaggio e punì i saccheggiatori che l’avevano violata durante la sua assenza.

Il mondo del primo Achemenide, pur non essendo così lontano da noi come la luna di John H. Iliffe, storicamente, costituisce ancora “un vuoto”. Non dimentichiamo che si tratta di un’epoca densa di oscurità. Tutti i dati storici, sicuramente controllati, su Ciro, compreso il famoso Cilindro, potrebbero essere tradotti e stampati in non più di sei pagine. Nello Shahname di Ferdowsi, Ciro non figura neppure, tra i miti concernenti la creazione e le gesta di Jamshid, nel conflitto tra l’Iran e il Turan.

Non vi erano, allora, né Oriente né Occidente, le parole Europa e Asia non erano, ancora, state coniate. Né esisteva il pregiudizio contro tutto ciò che si trovava a Est di Atene; il grande detective Sherlock Holmes non aveva, ancora, avuto bisogno di rammentare ai suoi lettori:

Vi è tanta saggezza in Hafez quanta in Orazio.

Eurasia, nel cuore della sicurezza mondiale

L’idea eurasiatica rappresenta una fondamentale revisione della storia politica, ideologica, etnica e religiosa dell’umanità; essa offre un nuovo sistema di classificazione e categorie che sostituiranno gli schemi usuali. Così l’eurasiatismo in questo contesto può essere definito come un progetto dell’integrazione strategica, geopolitica ed economica del continente eurasiatico settentrionale, considerato come la culla della storia e la matrice delle Nazioni europee.

Aleksandr Gel’evic Dugin

La guerra del 1914-1918 non solo provocò la caduta del regime zarista, ma fu, anche, una vera tragedia per l’insieme dell’Europa. Tutti i protagonisti avevano smarrito la facoltà di giudicare quale fosse il loro vero interesse e poiché il livello della tecnologia militare era superiore alla loro capacità di utilizzarlo intelligentemente, furono incapaci di prevederne le implicazioni autodistruttive.

La macelleria che ne seguì fu la grande tragedia del XX secolo.

Questa guerra era inevitabile?

O esisteva una alternativa?

Io rispondo sì, senza esitare, alla seconda domanda.

Gli ultimi anni del XIX secolo furono illuminati da una proposta meravigliosa che fu, poi, lasciata cadere, completamente, in oblio. Nell’agosto del 1898, lo zar Nicola II invitò gli Stati Uniti a incontrarsi per una conferenza destinata a garantire la pace tra le Nazioni e a mettere fine all’incessante aumento degli armamenti che impoverivano l’Europa. Il messaggio del sovrano iniziava così:

Il mantenimento della pace generale e una eventuale riduzione degli armamenti eccessivi, il cui peso grava tutto sui popoli, sono evidentemente, nelle attuali condizioni del mondo intero, l’ideale verso il quale tutti i governi dovrebbero tendere i loro sforzi.

Ma, purtroppo, prima ancora dell’apertura della conferenza, apparvero chiari indizi di dissenso. Una piccola discussione tra il primo ministro inglese Lord Salisbury e il Segretario di Stato americano Richard Olney mise in luce quale sarebbe stato il punto nevralgico della discussione.

Che cosa sarebbe accaduto se, nonostante la riprovazione da parte del congresso di questa o di quella guerra, una o più Nazioni avessero aperto egualmente le ostilità?

Come dare al congresso il potere di far rispettare le sue deliberazioni?

Il dibattito durò mesi e non approdò a nulla. Ma quel programma di pace universale e l’iniziativa di quella conferenza fanno vedere sotto una luce orrenda il massacro dello zar e della sua famiglia, compiuto più tardi dai suoi sudditi in rivolta.

Dal 1892 al 1903, la Russia conobbe una grande rivoluzione industriale. Furono realizzati circa 24mila chilometri di strade ferrate, vale a dire un numero tre volte maggiore al decennio precedente. La sola Transiberiana percorreva più di 9mila chilometri tra Mosca e Vladirostok, sulla costa del Pacifico. Vasti spazi furono, così, aperti alla colonizzazione. Nel 1902, più di 900mila coloni furono trapiantati in Siberia, dove si videro attribuire terre gratuitamente. Il volume di merci trasportate salì vertiginosamente e l’infrastruttura nell’estremo Est del Paese conobbe un notevole sviluppo, migliorando, considerevolmente, le relazioni tra Russia, Cina e Giappone, prima che la guerra russo-giapponese, manipolata dalla Gran Bretagna, venisse a rompere questo impulso. Si può parlare di un progetto precursore del Ponte Terrestre Euroasiatico, quale lo difendiamo, oggi.

Nel 1902, Sergei Iulievich Witte, ministro delle finanze russo, scriveva:

Nessuno può più negare il significato globale della Via Siberiana. È riconosciuto nel Paese e all’estero. Collegando l’Europa e l’Asia con un nodo ferroviario ininterrotto, questa via diviene un mezzo di transito unificato da dove dovrà passare lo scambio di beni tra Ovest ed Est. La Cina, il Giappone e la Corea hanno mezzo miliardo di abitanti. E, già, con un commercio internazionale, che ammonta a più di 600 miliardi di rubli, e questo grande sistema di circolazione continentale a vapore, che permette trasporto più rapido e migliore mercato di uomini e di mercanzie, noi possiamo entrare in relazioni più strette con l’Europa, un mercato che ha una cultura manifatturiera sviluppata, e creare, anche da qui, una più grande domanda, laggiù, per le materie prime dell’Est. Grazie alla Via Siberiana vi sarà anche una domanda più importante di fabbriche europee e di savoir-faire europeo, e il capitale troverà un nuovo dominio di investimento nell’esplorazione e nello sviluppo delle ricchezze naturali delle nazioni orientali.” La ferrovia siberiana “può essere di grande aiuto all’industria cinese del tè, scalzando il concorrente più pericoloso della Cina, la Gran Bretagna, dalla sua posizione di mediatore nel commercio tra Cina e Paesi europei e assicurando ai tè cinesi consegne più rapide in Europa.

Voi avete qui l’essenza delle ragioni geopolitiche che spinsero la Gran Bretagna a opporsi a questo genere di cooperazione. Poiché naturalmente, l’integrazione terrestre delle infrastrutture rimette in questione la posizione dominante del commercio marittimo. Di qui la dottrina dei geopolitici britannici Halford John Mackinder e Lord Alfred Milner e del tedesco Karl Haushofer, secondo cui ogni sviluppo della massa terrestre eurasiatica rappresenterebbe un pericolo per le potenze marittime, vale a dire per l’Inghilterra e l’America.

Nel 1897, in occasione della visita ufficiale dell’imperatore Guglielmo II, in Russia, Witte aveva tentato di convincere lo zar della necessità di una coalizione tra Russia, Germania e Francia, una “lega continentale”, come la chiamava, in grado di bloccare i maneggi britannici, prevedendo che la grandezza dell’Europa sarebbe stata presto un ricordo, come quella dell’impero romano, della Grecia, di Cartagine o di certi Stati dell’Asia Minore, se i Paesi europei non si fossero uniti in una stessa entità e non avessero sperperato lavoro, risorse, sangue e lavoro in mutua rivalità.

I nostri uomini di Stato devono comprendere la necessità di un blocco europeo, costituito dalla Russia, dalla Germania e dalla Francia. Sarebbe un bastione della pace, che nessuno potrebbe violare.

L’occasione fu mancata. Lo zar e i suoi lacché avevano altre idee, come quella di annettere la Manciuria e la Corea e di rifiutare ogni accordo con il Giappone. Tappa dopo tappa, si preparò il terreno per la tragedia della prima guerra mondiale. La spartizione della Cina da parte delle potenze occidentali condusse alla rivolta dei Boxers (1900). La Russia occupò la Manciuria e le relazioni russo-cinesi si deteriorarono rapidamente. Incoraggiato dalla Gran Bretagna, il Giappone sferrò, l’8 febbraio 1904, un attacco notturno di sorpresa alla base russa di Port Arthur, vicino a Dalianj, nell’attuale Cina. La guerra russo-giapponese, che durò undici mesi e fu, estremamente, sanguinosa, terminò con la disfatta della Russia. Poco dopo, l’11 luglio 1905, lo zar Nicola II, senza consultare nessuno, firmava, nel corso di un incontro con l’imperatore Guglielmo II, nella rada di Björkö, a bordo dello yacht imperiale un trattato segreto di alleanza con la Germania.

Io pongo, ancora una volta, la domanda: la prima guerra mondiale avrebbe potuto essere evitata?

Sì.

Si sarebbe potuta scegliere la via della cooperazione eurasiatica, ma l’occasione fu mancata. Il prezzo fu enorme: due guerre mondiali e un XX secolo che hanno spezzato la vita di milioni di esseri umani. Oggi, nella situazione attuale, gli enjeux sono, essenzialmente, gli stessi di quella fine secolo. Lo sviluppo eurasiatico è più che mai imperativo. È il nome della pace. Le possibilità di raggiungerla sono molto più promettenti, ma non farlo avrebbe conseguenze ben più gravi. Noi non possiamo contentarci di denunciare il male. Bisogna intervenire per fermarlo. La ricostruzione dell’economia mondiale sui cinque continenti deve essere, coscientemente, concepita come una strategia che permetta di evitare le guerre. La soluzione è di creare una logica della pace per il mutuo sviluppo economico. Ciò suppone di lanciare un progetto di interesse comune, che riunisca l’Europa e l’Asia nella costruzione di infrastrutture e nella circolazione di beni, persone e idee.

Le guerre di civiltà non saranno, mai, evitate se non si apprende a costruire un ponte tra i mondi.

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