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Mediterranea | November 16, 2018

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Ecosistema mediterraneo

Ecosistema mediterraneo
Gaetano Cataldo

Dell’antico mare chiamato Tetide è l’unica traccia rimasta e sul suo fondale, in attesa di essere lette, sono state scritte e stratificate tra le più importanti pagine sull’origine del nostro pianeta. Leggere il mare significa sapere da dove veniamo, dove siamo diretti e comprendere un mare unico come il Mediterraneo significa apprendere un linguaggio universale, comune a creature viventi, oceani e continenti.

Formatosi durante l’Oligocene 30 milioni di anni fa, quando le placche del continente africano ed eurasiatico entrarono in collisione a causa di intense attività tettoniche, il mar Mediterraneo costituisce uno tra i più complessi ecosistemi e lo si deve ai molteplici cambiamenti geologici, climatici ed ambientali che lo hanno modificato nel corso dei millenni; l’ecosistema Mediterraneo nel suo divenire ha visto numerosissimi avvicendamenti di organismi acquatici e condizioni fisico-chimiche, migrazioni di esseri viventi, animali e vegetali, da zone più temperate e calde a zone più fredde. Fortunatamente le tracce lasciate dalla flora e dalla fauna marina hanno potuto trasmettere ad archeologi e paleontologi valide e dettagliate testimonianze sulla genesi e sull’evoluzione del nostro mare. La biodiversità del Mediterraneo è unica al mondo grazie alla varietà di specie che si sono adattate o meno a questa metamorfosi lenta e complessa: le specie antiche del Messiniano sopravvissute insieme alle specie stanziatesi circa un milione di anni fa formano, con le specie subtropicali atlantiche accolte nei periodi caldi e le specie boreali subentrate coi climi freddi, una mescolanza ittica straordinaria, dimostrando la grande recettività che le acque mediterranee hanno offerto alle sue creature per millenni.

Ma in seguito all’apertura del Canale di Suez, inaugurato nel 1869, si assiste ad un nuovo fenomeno: la tropicalizzazione; il volto ambientale del Mediterraneo inizia così un nuovo mutamento. Come asserisce l’Icram (istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare) la tropicalizzazione, conosciuta anche come “migrazione lessepsiana”, consiste nel processo di insediamento di specie tropicali e subtropicali nel Mediterraneo provenienti dal Mar Rosso e dall’Oceano Atlantico. Dall’istmo di Suez si sono addentrate nel Mediterraneo ben 55 specie e le condizioni trovate sono state talmente favorevoli da averne consentito adattamento e riproduzione. La semplicità di adattamento di queste specie è dovuta fondamentalmente a due fattori: le condizioni altamente selettive caratteristiche del Mar Rosso in cui la competizione tra 1500 specie è molto più rigida e cruenta rispetto all’ambiente Mediterraneo che ne ospita meno di 600 e il vuoto ambientale in alcune zone lasciato dai pesci mediterranei a causa dello stress provocato dalla pesca intensiva, dell’inquinamento termico in prossimità della costa e degli insediamenti industriali, della drastica riduzione delle praterie marine di posidonia, nonché dell’inquinamento da metalli pesanti e pesticidi, causa di forti alterazioni nella fisiologia, sensibilità ed abitudini della fauna e della flora marina. Queste 55 specie hanno superato persino una barriera naturale limitrofa al delta del Nilo, una barriera di bassa salinità che avrebbe dovuto limitare se non impedirne la migrazione; purtroppo non è andata così e con l’apertura della diga di Assuan la portata d’acqua dolce verso il mare è stata fortemente ridotta e questo ha addirittura creato le condizioni di salinità ideali per un ulteriore passaggio migratorio di specie indo-pacifiche nel “Mare Nostrum” . Per non parlare delle 30 specie provenienti dalle coste dell’Africa occidentale e dall’Atlantico, attratte anche dalle scie di avanzi di cibo gettate dalle navi.

Dopo la prima specie riversatasi nel 1902 a causa dell’apertura dell’istmo di Suez si segnala la presenza di scombridi e cernie nel Golfo della Sirte e voracissimi barracuda che cacciando in branco rendono difficilissima la sopravvivenza alla spigola mediterranea, mentre dallo stretto di Gibilterra hanno irrotto, oltre ad alcuni tipi di ricciola, specie velenose come il pesce palla e il pesce scorpione, quest’ultimo pericolosissimo per l’uomo e presente in prossimità delle coste israeliane e palestinesi.

Alle suddette cause che hanno facilitato la colonizzazione da parte di queste specie bisogna aggiungere sia l’introduzione accidentale di larve contenute nelle acque di zavorra prelevate in altri mari per stabilizzare l’assetto delle navi e successivamente espulse nelle nostre acque, che l’importazione e la coltivazione voluta dai produttori di molluschi della vongola filippina, causa della prossima estinzione della vongola nostrana; queste situazioni generate dalle attività umane hanno causato l’estinzione di alcune specie di stelle marine soppiantate da altre aliene, la scomparsa quasi totale del cavalluccio marino e persino l’intrusione di specie appartenenti alla flora subacquea: a causa di un’alga tropicale conosciuta col nome di “caulerpa taxifolia” e alla sua rapida proliferazione il ciclo riproduttivo e lo sviluppo di alcuni pesci e microorganismi presso le coste francesi di Tolone sta rallentando in maniera preoccupante, come altrettanto preoccupante è la presenza di alcune alghe provenienti dai mari del Giappone.

Inoltre bisogna fare i conti con l’aumento di anidride carbonica che, per quanto solubile in acqua, è causa del riscaldamento globale ed ha raggiunto nelle zone ad alto tasso di immissione valori allarmanti; lo sconvolgimento climatico del pianeta dovuto ai gas serra è causa del cambiamento delle stagioni, crea disequilibrio nell’ecosistema aumentando la temperatura del mare, principale causa della “meridionalizzazione” delle acque della parte settentrionale del Mediterraneo e conseguenza dei recenti insediamenti verso nord della fauna ittica che tradizionalmente popola le acque di Lampedusa e della Sicilia; ecco spiegata la migrazione verso nord dal proprio areale del pesce balestra e del pesce pappagallo e l’aumento, unico caso positivo, di specie autoctone come la lampuga e, particolarmente, della leccia amia, che abitando presso le foci dei fiumi, è l’unica in grado di contrastare il pesce serra, intruso con la pessima attitudine a cacciare anche quando sazio. Diminuiscono invece le mante, gli squali e tutti gli altri pesci cartilaginei in quanto sensibilissimi all’inquinamento, provati dal costante sforzo delle ricerca di cibo sempre più difficile da procacciarsi a causa dell’aumento di predatori e per via del loro lento sistema riproduttivo.

Da anni si stanno monitorando i porti campione di Genova, Napoli e Palermo per osservare con attenzione le modifiche ambientali che le nuove specie infliggono all’ecosistema in prossimità di aree altamente inquinate e invase da numerosissime colonie batteriche ma non si cerca di elaborare un sistema per impedirlo, come potrebbe essere, ad esempio, la sterilizzazione con procedimenti ecologici delle acque di zavorra e una politica di risanamento delle aree ad alta densità di traffico marittimo.

È necessario ripopolare il posidoneto mediterraneo non solo per evitare l’erosione delle coste ma per ricreare le condizioni naturali per il ripopolamento di fauna e microfauna; infatti la posidonia con le sue fronde agisce da massa frenante al moto ondoso e sull’impatto idrodinamico sui litorali e, grazie ai suoi rizomi, funge da accumulatore di sedimenti, i quali rappresentano fonte di nutrimento primario per diversi molluschi, crostacei e pesci. Pertanto se si evitasse la pesca a strascico si otterrebbe sia un vantaggio ecologico che commerciale: l’ampia disponibilità di biomassa e produzione di ossigeno smorzerebbe l’effetto di alcuni agenti inquinanti, creando un habitat di interesse trofico per innumerevoli pesci e in più, con un tipo di pesca ecosostenibile e rispettando il ciclo riproduttivo, potrebbe rappresentare una risorsa economica facilmente fruibile.

Se è vero che bisogna fare una classificazione delle specie autoctone del Mediterraneo che rischiano l’estinzione per stress competitivo o per danni genetici legati all’ibridazione con le altre specie è anche giusto diffondere, da parte degli enti preposti, dati che riguardano lo stress da inquinamento del pescato, il ciclo ossidativo e l’assimilazione dei metalli pesanti nelle loro carni, trasmissibili all’uomo tramite l’alimentazione con gravi rischi per la salute. La superficie del Mediterraneo è di oltre 2, 5 milioni di kmq e non si può limitarne la salvaguardia limitatamente alle aree protette, bisogna estenderne la tutela; un delicato ecosistema come quello del nostro Mare merita di essere preservato nella sua integrità, partendo dalla bonifica e dal rispetto dei fiumi, dall’osservare regole ben più rigide di quelle dettate dal protocollo di Kyoto, rispettando la biodiversità e i ritmi dettati dalla natura con un rinnovato senso di responsabilità ambientale che riunisca in un’unica grande coscienza collettiva i Paesi del Mediterraneo.

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