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Mediterranea | November 16, 2018

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Dopo la glaciazione - Mediterranea

Redazione
Goya - 1799 - El sueño

Goya – 1799 – El sueño

di Andrea Murru

L’opera, il pensiero, la figura di Franco Basaglia rappresentano, nel bene e nel male, l’anno zero della salute mentale in Italia, uno spartiacque che ha segnato in maniera indelebile la storia della psichiatria nel nostro Paese.

Le interessanti premesse basagliane, specchio di un’epoca in cui più in generale si avvertiva in medicina la necessità di rielaborare il rapporto con il malato, erano il recupero e l’integrazione del malato stesso alla società e il tentativo di recuperare dietro al disturbo una persona con le sue aspettative, i suoi bisogni e i suoi progetti. Questo messaggio rappresenta l’evoluzione della psichiatria da disciplina di contenzione sociale della patologia mentale (vista come qualcosa da nascondere e detenere) a disciplina del recupero del malato. Il messaggio di Basaglia produsse un importante aspetto positivo, ossia una legge sulla salute mentale ben strutturata ma mai totalmente attuata, e un aspetto negativo, ossia uno stuolo di chierici della psichiatria sociale, più basagliani di Basaglia stesso.
Con gli anni, nel mondo, la psichiatria ha potuto proseguire il proprio percorso di evoluzione, avvicinandosi al successivo stadio, quello di una specialità medica che, pur nella sua unicità, offre risposte –purtroppo ancora lacunose e parziali- ai milioni di persone che sono affetti da una qualche forma di disturbo mentale.
Sfortunatamente, e per una serie di cause che sarebbe troppo lungo elencare, l’Italia fatica a stare al passo con quest’ultimo cambiamento, rischiando di perdere l’appuntamento con un’Europa i cui restanti membri già riescono a parlare un linguaggio comune nella salute mentale.

Nel 2007 sono arrivato a Barcellona per una permanenza di sei mesi nel contesto della mia specializzazione in psichiatria, in un centro di attenzione terziaria e ricerca clinica per pazienti affetti da disturbo bipolare dell’umore. Come specializzando proveniente dalla Sardegna, il mio background di formazione spaziava da tre anni di solida formazione in psichiatria biologica e psicoterapia a forzate e inevitabili contaminazioni basagliane, date da ripetuti contatti con persone direttamente o indirettamente provenienti dall’esperienza triestina, che, in quegli anni, provavano a imporre per via politica una simile organizzazione nella mia regione.
Avevo sottovalutato la portata dell’anacronismo italiano, intrinseco al creare una salute mentale improntata su un modello fortemente ideologico nato trent’anni prima, fino al momento in cui ho conosciuto la realtà catalana, dove, similmente, negli anni ‘70 i venti della psichiatria sociale avevano soffiato forte: con la sostanziale differenza che, però, a Barcellona si era andato avanti.
Certamente la mia esperienza è difficilmente generalizzabile a tutta la Spagna: le caratteristiche della città in cui vivo, dell’ospedale e del gruppo di lavoro in cui mi muovo quotidianamente tracciano una soglia di efficienza e qualità che non ha eguali nel resto della penisola iberica, dal momento che, proprio come in Italia, esistono molte disparità tra il Nord e il Sud della Spagna. D’altro canto, è innegabile che la realtà professionale che io vivo rappresenti la retta cui asintoticamente tendono gli sforzi organizzativi di un sistema della salute mentale fortemente orientato a una dimensione internazionale, unica alternativa ai provincialismi ideologici autocelebrativi che, in altri momenti e luoghi, mi è capitato di conoscere.

La bussola che guida le scelte cliniche nella pratica diaria nei reparti che ho conosciuto a Barcellona consiste nell’utilizzo di due strumenti concettuali: un linguaggio diagnostico coerente con riscontri scientifici oggettivi, comprensibile a livello internazionale e su cui si basa la totalità dell’evidenza scientifica di qualità; e l’utilizzo esclusivo di strategie terapeutiche che abbiano dimostrato in maniera inequivocabile di funzionare, siano esse di tipo farmacologico, psicoterapeutico o fisico.
La direzione verso cui la bussola punta è rispondere in maniera concreta alla necessità del paziente di risolvere in maniera rapida il proprio disturbo o almeno, di alleviarne i sintomi o le ricadute, utilizzando qualsiasi presidio possa essere efficace senza pregiudizi di sorta.
Le implicazioni di questi elementi, che agli occhi di qualsiasi professionista della medicina paiono banali concetti di tutela del paziente, sono però notevoli. Ad esempio, l’uso, nei casi indicati, della terapia elettroconvulsiva (ciò che veniva chiamato elettroshock, o TEC), che, contrariamente alle favole spesso raccontate, è un intervento biofisico estremamente sicuro e rappresenta, a tutt’oggi, l’antidepressivo più potente e rapido di cui disponiamo. O ancora, invece dell’applicazione testarda di un dogma psicoterapeutico a tutti i disturbi, l’uso di un certo tipo di psicoterapia solo nei disturbi in cui abbia dimostrato essere efficace.
A parte alcune isole felici, in cui fiorisce una ricerca di elevata qualità e una conseguente pratica clinica basata sui fatti, l’Italia tarda a trovare un’uscita dal relativismo professionale in cui molti si trincerano per evitare qualsiasi confronto con unità di misura effettive e comprensibili. Al di fuori di queste poche voci – riconosciute in pieno italian style più all’estero che in patria – si trova la desolata mancanza di un anche minimo riscontro in migliaia di professionisti.

E allora, mi chiedo, la chiave non potrebbe essere proprio nella formazione? Nuove generazioni di medici, psicologi, infermieri, educatori, formati su concetti moderni, su ciò che si è recentemente scoperto della malattia mentale, più che su una ostinata mancanza di definizioni?

Per essere questa una delle chiavi di volta, ci aspetteremmo di trovare forte discrepanza tra la formazione in Italia e quella nel resto dell’Unione… e infatti è così. L’Europa da tempo ha adottato svariate soluzioni, e qui in Spagna ho potuto vederle attuate: l’accesso alla specializzazione medica con un concorso nazionale e meritocratico avrebbe ragione d’essere per cause intuitive e che riguardano la buona pratica in medicina, più che soltanto in psichiatria; ancora, gli specializzandi sono obbligati a trascorrere un periodo di tempo (dai 3 ai 6 mesi) in strutture esterne a quelle in cui lavorano durante il resto della specializzazione, all’estero o anche nella stessa città in cui si trovano, in modo da poter conoscere realtà di lavoro differenti. Similmente, la pratica clinica in psicologia è consentita solo mediante un concorso nazionale ed è strutturata non su fantasiosi dogmi insegnati a caro prezzo nei fine settimana e la cui efficacia è nella migliore delle ipotesi non dimostrata, quanto piuttosto su un rigoroso calendario di formazione nei luoghi in cui la salute mentale deve essere trattata (reparti di psichiatria, reparti di lungo degenze, centri di salute mentale, consulenze per altre specialità mediche, psicooncologia, psichiatria infantile).

La Spagna, tradizionalmente vista come un paese vicino al nostro, benchè sia partita con un comprensibile ritardo – solo nel 1976 è uscita da una dittatura feroce – mi pare adesso più pronta ad un confronto internazionale rispetto all’Italia, per quanto riguarda la salute mentale. Da noi, seppure la pratica di una psichiatria responsabile si stia comunque diffondendo, si passa ancora molto tempo a discutere di temi ibernati, immersi nella trentennale glaciazione della psichiatria sociale (sociatria?) che mal risponde a ciò che oggi si conosce in termini di neurobiologia, genetica, farmacologia, clinica. Sia chiaro, nessuno si sognerebbe di affermare nel 2011 che non sia fondamentale l’integrazione e il pieno diritto di cittadinanza di una categoria con elevato rischio di deriva sociale come quella del malato psichiatrico. Ma ritengo che questo aspetto non possa prescindere da un passo precedente e obbligato, ossia il controllo medico di disturbi e patologie con elevato carico di discapacità, e che questo richieda una più chiara suddivisione di ruoli, essendo di fatto impossibile, specie in tempi economicamente incerti, che strutture con funzione sanitarie debbano farsi carico di tematiche prettamente sociali.

L’utilizzo di risorse concettuali, professionali e terapeutiche che siano di dimostrata efficacia possono e devono essere il “nuovo” paradigma ubiquitariamente accettato in Italia, come già avviene all’estero, secondo il criterio di tutela del paziente. Questo, e solo questo, dovrebbe essere ciò che definisce la buona pratica: in psichiatria come, in generale, in medicina.

 

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