Anoressia
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Sembra un paradosso che in una società come quella mediterranea, in cui l’attenzione per il buon cibo è altissima e grande è l’importanza riconosciuta alla convivialità di un pranzo in famiglia, sia in costante crescita il numero delle persone colpite da DCA, ovvero disturbi del comportamento alimentare.

Eppure i dati statistici forniti dal Ministero della Salute ci raccontano di un’Italia fortemente colpita dal fenomeno, in cui circa 3 milioni di persone, pari al 5% della popolazione, si trovano alle prese con i disturbi del comportamento alimentare.
Su questo totale l’8-10% delle ragazze e lo 0,5 -1% dei ragazzi soffrono di anoressia e bulimia.

Di fronte ad un immaginario comune del concetto di malattia mentale fatto di camicie di forza, crisi disperate e psicofarmaci annientanti, l’idea di un disturbo alimentare potrà apparire tutto sommato meno grave, quasi un capriccio della società moderna irriconoscente verso la propria opulenza.
Tuttavia oggi in Italia l’anoressia è la malattia mentale con il maggior rischio di morte, raggiungendo una percentuale di mortalità dello 0,5% annuo. E’ anche la prima causa di morte in assoluto tra le giovanissime di età compresa fra i 12 e i 25 anni.
Questi numeri non hanno paragoni con la mortalità di altri disturbi mentali gravissimi come la schizofrenia o altre turbe psicotiche.

In considerazione di questi dati così preoccupanti è nato recentemente un dibattito sul TSO (trattamento sanitario obbligatorio) e sulla ristrettezza della sua applicabilità.
Nella pratica un genitore o un medico che segue una persona anoressica attualmente non può in alcun modo curarla in caso di un suo rifiuto. Ciò equivale però a lasciarla morire.
Di fronte a questa evidenza si è fatta strada l’idea di una modifica della Legge 180 del 1978 (la cosiddetta legge Basaglia) al fine di prefigurare un TSO specifico per i malati di anoressia.

Al di là degli aspetti tecnici e statistici, è evidente che i disturbi del comportamento alimentare sono strettamente collegati alla società occidentale moderna, ai valori ad essa connessi, come ad esempio l’ideale di bellezza che sempre più spesso coincide con quello di magrezza, e alle contraddizioni della famiglia.

Il problema è per così dire “multidisciplinare” e coinvolge diversi professionisti, dai medici agli psicologi e nutrizionisti, fino ai sociologi.
Nel 2007 si è ad esempio tenuto a Roma l’evento “Cibo & Psiche & Arte” che ha coinvolto, oltre ai professionisti della materia, anche alcuni importanti maestri di cucina. Tutti insieme riuniti per dialogare sul cibo, per cercare di capire cosa esso significhi e soprattutto perchè può diventare un’ossessione.

In questa occasione la psicoterapeuta Maria Rita Parsi ha evidenziato come il cibo sia innanzitutto espressione di una relazione d’amore. Si pensi ad esempio al primitivo rapporto madre-figlio, suggellato dal prezioso latte materno, o al simbolo cristiano del sacramento eucaristico.
Il cibo, in qualità di strumento che esprime l’amore e i sentimenti, diventa nei casi di disturbi alimentari un mezzo di comunicazione di un disagio personale e relazionale.
Il rapporto che si instaura con il cibo è la manifestazione di un vuoto, della solitudine che circonda il malato.
Il disagio provato è espresso con la privazione del cibo o con un suo abuso portato all’estremo fino ad un senso di sazietà che stordisce ed è seguito spesso da comportamenti di compensazione ed eliminazione dettati dal senso di colpa.

Si è dunque di fronte ad un tipo di malattia mentale che coinvolge e mette in discussione tutti gli aspetti della vita del malato, dalla famiglia alla considerazione della propria immagine e del proprio ruolo nella società.
Un fenomeno dalle proporzioni importanti, come detto, che per essere risolto impone un approccio multidimensionale e complesse cure mediche.

Ancor prima delle cure, con funzione preventiva, sono in molti ad auspicare l’introduzione nelle scuole dell’educazione alimentare al fine di sviluppare stili di vita più corretti tra i ragazzi e all’interno delle loro famiglie.
Nella culla della dieta mediterranea occorre una presa di coscienza dei comportamenti scorretti a tavola per scongiurare, o affrontare ai primi segnali, i disturbi del comportamento alimentare.

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