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Mediterranea | November 15, 2018

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Disoccupazione: tra disperazione e opportunismo - Mediterranea

Disoccupazione: tra disperazione e opportunismo
Francesca Violante Rosso

Disoccupazione: per molti un incubo che aleggia sulla testa, per troppi un problema concreto che scava nell’anima e che intorpidisce la coscienza, in generale una condizione che dal punto di vista sociologico non può intendersi unicamente come perdita di impiego e assenza di reddito. L’inattività lavorativa, infatti, spesso intacca profondamente l’autostima e coincide con l’acquisizione di uno status che tende a rallentare o a paralizzare i normali processi di integrazione e di relazione.

L’Italia oggi attraversa una fase congiunturale assolutamente negativa, le cui conseguenze sono sempre più drammaticamente evidenti e si ripercuotono sulla stabilità della nazione e sull’esistenza dell’individuo. Là dove non sfociano in intollerabile vandalismo e non sono frutto di banale stupidità, le rabbiose proteste di piazza e gli eclatanti gesti di anonimi cittadini sono la manifestazione più dolorosa di un sistema ormai giunto all’implosione.
In questo mare magnum di difficoltà diffuse le istituzioni hanno l’obbligo di capire e di adoperarsi per risolvere o quantomeno per arginare nel migliore dei modi possibili una situazione che rischia di diventare epocale. La realtà dei fatti, però, reclama anche una’analisi cruda e razionale del nostro tempo. Un’analisi che inevitabilmente deve passare per la triste carrellata di percentuali che Istat ed economisti elaborano periodicamente, ma che non può tralasciare i perché di un malessere così dilagante.
Certamente coloro che governano o che occupano posizioni socialmente rilevanti non sempre hanno tenuto e tengono un comportamento adeguato. Addossare totalmente la colpa ai politici e agli imprenditori, come è ormai consuetudine fare, tuttavia è tanto semplice quanto scorretto. Logica e morale impongono a ognuno l’assunzione delle proprie responsabilità e se da un lato suggeriscono alla collettività di discernere con criterio onestà e malcostume, dall’altro pretendono l’adozione di un equo ed efficiente welfare state.

In tal senso il D.P.R. 616/1977 segna una svolta perché attribuisce le funzioni amministrative inerenti alla predisposizione e all’erogazione dei servizi assistenziali direttamente ai Comuni, i cui fascicoli documentali sono diventati in questi anni indice attendibile del tasso occupazionale e, di riflesso, registro fedele di trend e di stili di vita predominanti. La legge 328/2000, poi, permette un ulteriore passo avanti perché giunge alla creazione di un quadro normativo unitario per l’intero territorio nazionale e ridefinisce il rapporto tra Stato, Regione ed enti locali. Enti locali che continuano ad avere un ruolo centrale nel processo di attuazione delle politiche sociali poiché sono gli organi di governo più vicini ai cittadini e, quindi, maggiormente in grado di interpretare le esigenze delle comunità di riferimento. Ogni giorno, infatti, gli uffici comunali sono subissati di richieste, non sempre soddisfabili e spesso pretenziose. Ogni giorno funzionari e amministratori fanno fronte al difficile compito di distinguere i veri disperati dai furbi, quelli che senza alcuna remora chiedono soldi in cambio di niente perché all’azione preferiscono l’ozio, quelli che vogliono il lavoro sotto casa perché viaggiare stanca, quelli che consapevolmente ignorano il buon senso e che non esitano a calpestare il prossimo perché un sussidio riconosciuto al finto bisognoso è una mano negata a chi effettivamente la merita.

La causa di tutto va ricercata in una crisi valoriale profonda, in un disfattismo impietoso che dal singolo si riflette a qualsiasi livello sulla società e che incoraggia il parassitismo più squallido. E allora è proprio alla base che bisogna agire, sfoderando la freddezza necessaria per prendere decisioni coraggiose e talvolta anche impopolari e invocando più frequentemente di quanto non accada l’intervento, obiettivo, del potere giudiziario.
In un momento storico come questo, che non sa e che non può guardare al futuro con fiducia, l’educazione è indispensabile. È indispensabile educare i bambini, i ragazzi, gli adulti ai principi più elementari della civile convivenza. È indispensabile educare i giovani a rifuggire da allettanti spintarelle e da agevoli scorciatoie. È paradossalmente indispensabile chiarire che l’articolo 1 della Costituzione non identifica il lavoro con un pacco regalo, calato dall’alto a fatica zero. È indispensabile sanare il sistema che schifa la meritocrazia, la professionalità e la qualità. È indispensabile avere spirito di sacrificio per poter seminare speranza e per poter raccogliere certezza.

Provvedimenti assistenziali e ammortizzatori sociali, insomma, possono combattere efficacemente la disoccupazione solo se poggiano su una fattiva e sinergica collaborazione tra politica, giustizia, scuola e attori a vario titolo della scena globale. E se è vero che il lavoro nobilita, l’auspicio è che l’uomo faccia definitivamente propria la volontà di essere posto realmente in condizione di lavorare e di camminare autonomamente sulla via del progresso.

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