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Mediterranea | November 13, 2018

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Diogo Alves il bandito portoghese che ‘perse’ la testa - Mediterranea

Diogo Alves il bandito portoghese che ‘perse’ la testa
Redazione

Articolo di Liliana Navarra

Chiunque visiti il Teatro Anatomico della Facoltà di Medicina dell’Università di Lisbona non può non scorgere una testa che galleggia nella formalina. No, non è un film dell’orrore, è la testa di Diogo Alves il più famoso bandito portoghese, nonché l’ultimo dei condannati a morte in Portogallo. Ma chi sarà questo misterioso personaggio?

Diogo Alves nacque in Galizia, presumibilmente intorno al 1810, nella parrocchia di Santa Geltrude di Lugo, e si trasferì a Lisbona tra il 1836 e il 1839, dove lavorò come servo nella casa del marchese di Penalva e Castelo Melhor, Conte di Belmonte. Era comune a quel tempo che gli spagnoli emigrassero in Portogallo per trovare lavoro.

Verso il 1799 si cominciarono a vedere per strada i primi ‘aguadeiros’ (acquaioli), quasi tutti oriundi della Galizia, principalmente trasportavano barili d’acqua per le strade della capitale, gridando “Há água fresquinha! Quem quer, quem quer?”, (Acqua fresca! Chi la vuole, chi la vuole?). E Diogo Alves era uno di loro.

Conosciuto fino ad oggi come l’assassino dell’Acquedotto das Águas Livres, luogo in cui durante tre anni perpetuò vari crimini, molti dei quali istigati dalla sua compagna Gertrudes Maria, conosciuta come “a Parreirinha”. Perse completamente la testa per lei e questo accelerò la sua perdizione, tanto che fu la figlia della donna a testimoniare contro di lui.

Per sua mano morirono più di 70 persone, anche se non si conosce il numero preciso di morti in quanto all’epoca la polizia registrò molti dei cadaveri ritrovati come suicidi.

Non si conoscono nemmeno le dinamiche di come Diogo si sia procurato le chiavi dell’acquedotto, fatto sta che era lì che agiva: aspettava che passasse qualcuno, lo assaliva, lo derubava e poi lo gettava dai 65 metri d’altezza dell’Arco Grande. Con l’ondata dei presunti suicidi l’acquedotto fu chiuso e questo portò Diogo Alves a cambiare strategia, si unì ad altre tre perone e proseguì la sua carriera criminale fino al 1840, anno in cui fu scoperto e condannato a morte. L’ironia, se d’ironia si può parlare, è che non fu condannato per gli omicidi dell’acquedotto, bensì per il massacro della famiglia di un medico durante una rapina.

Diogo Alves fu inforcato alle due e un quarto del 19 febbraio del 1841. Si legge su un quotidiano dell’epoca:

“Ieri, verso le 10 del mattino entrarono nell’Oratorio due assassini Diogo Alves e António do Celeiro; questo soccombette immediatamente, mentre l’altro conservava un’aria di indifferenza dovuta al suo cuore perverso. È naturale che quando si avvicina l’ora fatale tutta quest’aria feroce che lo distinse si perde?” Correio de Lisboa, 18/2/1841.

Parlare di questo film è quasi come parlare della nascita del cinema di finzione in Portogallo. Tutto cominciò quando João Freire Correia, famoso fotografo, insieme a Nuno de Almada fondarono la Portugália Film (1909), forse la prima compagnia cinematografica portoghese. Dopo aver acquistato varie apparecchiature in Francia si lanciano nel loro primo progetto, un adattamento cinematografico dei crimini di Diogo Alves: Os Crimes de Diogo Alves, primo film di finzione portoghese datato 1907, regia di Lino Ferreira.

Scelti gli attori della compagnia teatrale di Príncipe Real cominciano le riprese che furono bruscamente interrotte a causa della partenza della compagnia per una tournée in Brasile. Sospesa la produzione Barbosa, Correia e Cardoso non desistettero dal progetto. Il film fu terminato nel 1911 dal regista João Tavares. Suo secondo cortometraggio di finzione fu girato in appena tre settimane sull’Aqueduto das Águas Livres, nell’Ippodromo del Bom Sucesso e nello studio della Portugália Film (Rua do Bemformoso).

João Bénard da Costa, grande cinéfilo e ex-direttore della Cinemateca Portuguesa, scrisse sul film:

“Lo studio aveva poca luca e gli attori molta fretta, perché dovevano partirei in tournée per il Brasile. Pare che si arrivò a girare i 2/3 dell’opera, ma le riprese non si conclusero mai e solo recentemente un frammento di questa versione è stata scoperta e recuperata. Chi non desistette fu João Freire Correia (…). Due anni dopo – nel 1911 – con un cast molto meno brillante (attori secondari di teatro (…) fu girata la “seconda versione” di Os Crimes de Diogo Alves, (…). João Tavares, che ebbe un piccolo ruolo nella prima versione, fu scelto come regista. (…) Oggi è l’unica reliquia di questo passato e vale come testimone storico di quello che era l’Acquedotto a quei tempi (quando si poteva ancora percorrerlo a piedi) e per la ricostruzione del più “hediondo” crimine di Diogo (l’unico, dice lui, di cui si pentì): l’assassinio di una bambina che, per distrazione o desiderio del regista (chi lo sa), sorride alla camera e all’assassino prima di essere buttata giù. (…)”1.

Quasi a ricordare la testimonianza dello stesso Diogo quando ammise che, “Solo di una! [si riferisce al pentimento] Una bambina che dovetti uccidere, per non farla parlare!… Prima di lasciarla alla caduta mortale, la bambina mi sorrise ingenuamente, ed io sentì pena!”

La pellicola di 287 metri fu proiettata per la prima volta a Porto, al Salão da Trinidade (Rua do Almada), e fu un successo al botteghino, tanto che si organizzarono otto proiezioni giornaliere dalle 14 alle 22. Il film fu proiettato a Lisbona nel ‘O Paraíso de Lisboa’ per tre anni, fino al 1914, con interessanti novità, come alcuni attori nascosti dietro la tela che davano voce al film.

Oggi risulta essere il film di finzione più antico conservato in archivio.

La storia di Diogo Alves, pur essendo uno dei criminali più famosi della storia portoghese, è poco conosciuta. Non sarà forse affascinante come Hannibal Lecter, ma sicuramente è uno spaccato di storia di un paese che di storie ne ha da raccontare tante.

1. João Bénard da Costa in Histórias do Cinema, col. Sínteses da Cultura Portuguesa, Europália 91. Lisbona: Imprensa Nacional-Casa da Moeda.

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