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Mediterranea | April 21, 2019

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Diario di un giornalista in Sardegna, tra Cina pecorino e due ruote... - Mediterranea

Francesco Giorgioni

Era il mese di gennaio quando, ad un convegno che si svolgeva nella Facoltà di Economia del Turismo di Olbia, ascoltai con grande interesse l’intervento di Antonio Usai. Usai, oltre ad essere un consulente dell’assessore regionale Morandi, è un giovane e brillante studioso del mercato turistico cinese. Lui viaggia spesso in Cina per cercare di far conoscere il marchio Sardegna, anche installando degli stand davanti ai centri commerciali delle città più grandi, anche offrendo assaggi del nostro pecorino. Pare che dalla dieta ordinaria dei cinesi il formaggio manchi, ma è certo che quando assaggiano il nostro pecorino non sappiano trattenere un “ooooh” di piacere e meraviglia.
Perché la Cina? Perché il popolo cinese è il paese col più alto numero di potenziali turisti del mondo, il mercato delle vacanze più ricco che esista.
Per darvi un’idea: dal 2015 la Cina è diventata il paese che frutta i maggiori fatturati per la Apple, superando per la prima volta gli Stati Uniti. Giusto per darvi un’idea delle potenzialità economiche di questo popolo.
Quale idea hanno della Sardegna i pochi (per ora) cinesi che la conoscono?
Hanno l’idea del luogo che custodisce il segreto della longevità, essendo la Sardegna una delle zone del mondo contrassegnata dal bollino blu riservato alle terre con la più alta percentuale di centenari.
I cinesi considerano la Sardegna come i pensionati americani vedono la Florida: un luogo per andare a godersi la vecchiaia o, addirittura, per stabilirvisi anche nel pieno dell’attività lavorativa. Con le tecnologie telematiche, si sa, la presenza fisica sul posto di lavoro non è sempre necessaria. Aspetto da non tralasciare: i cinesi non prendono il sole, quindi se li si vuole convincere a sbarcare in Sardegna la spiaggia non basta.
Piacciamo per quel che siamo: per la nostra aria pulita, per il nostro cibo, perché in Sardegna si vive bene. Non solo ai cinesi, ma ai tanti tedeschi, francesi e inglesi che la loro seconda vita hanno deciso di trascorrerla in Sardegna.

Pochi giorni prima di imbattermi nell’intervento del professor Usai, mi era capitato di camminare per trenta chilometri sul filo della Costa di Aglientu, dalla spiaggia di Lu Litarroni a Portobello di Gallura, il luogo dove Fabrizio De André scrisse “Amico fragile”. Per darvi un’idea di cosa siano questi posti, vi allego il link del video girato dal drone commissionato dalla Pro loco: https://m.youtube.com/watch?v=C4zp_5BPVeg
Fu un trekking durato tutto il giorno, ma mi serviva una ricognizione a piedi per programmare un’escursione in bicicletta che mi avrebbe permesso, a maggio, di percorrere sui pedali tutta la costa settentrionale, dalla Costa Smeralda fino all’Asinara.

Mentre camminavo, mi tornò in mente quell’associazione turismo uguale vita sana descritta dal professor Usai. Non che non la conoscessi, ma con gli occhi pieni di questo spettacolo naturale la convinzione che questa sia una delle risorse più importanti della Sardegna diventa certezza. Per essere precisi, quella lunga camminata la feci in data 26 gennaio. E all’aria aperta si stava divinamente.

Nel 2014, in sella ad una bicicletta, io ho attraversato la Sardegna da nord a sud per due volte. Conosco ormai bene i luoghi, posso dire con certezza che ogni scorcio di quei quattrocento chilometri dell’itinerario sia unico.
Un conto, però, è vederli dal parabrezza di una macchina, un conto è goderseli dopo esserci arrivati a piedi o sui pedali. È in quel preciso momento che il turismo inteso come ristoro del corpo e dell’anima trova la sua formula compiuta.
Non voglio dire che panorami e contesti della Sardegna non abbiano eguali al mondo (molti sardi hanno bisogno di trovare conferme sentendosi dire che sono i più belli e i più bravi), dico con certezza che hanno potenzialità enormi e per larga parte inesplorate.

Veniamo al punto che mi sta a cuore: con cicloturismo e trekking si può costruire una nuova economia, fuori dalla stagione estiva, riempiendo quei residence che per larga parte dell’anno restano desolatamente vuoti e rimettendo in moto le economie dei piccoli centri.

Io lo so quel che pensano in molti: la bicicletta significa fatica, sudore, sforzo, poco si associa all’idea di un corpo abbandonato in spiaggia, sotto un ombrellone. E invece è quella monocultura balneare del turismo che in Sardegna sta riducendo l’impatto economico del comparto. Un certo turista cerca la purificazione, l’espiazione dalle sue routine metropolitane attraverso una full immersione di natura, cerca lo spirito d’avventura della grande esplorazione che è elemento decisivo per muovere una certa tipologia di viaggiatore.
Pensateci un momento: su cosa è costruita l’economia turistica della montagna? Su uno sport, lo sci, su due strisce di plastica che, ogni anno, convincono a spostarsi verso gli impianti milioni di persone. E quando le piste da sci chiudono, in cosa vengono convertite? Anche in bike park, dove gli appassionati possono scorrazzare con i loro bolidi a due ruote.
Perché la bicicletta no, allora?

Pensate, come ho fatto io, ad una settimana trascorsa per mezza giornata in mountain bike, spostandosi di centro in centro e ogni volta pernottando in un luogo diverso: questo in Sardegna lo possiamo fare per nove mesi all’anno, nel resto dell’Europa manco per niente, per un fatto climatico.
Cosa ci vuole per far funzionare questa idea? Principalmente, una collaborazione tra le amministrazioni locali e la reale convinzione che su questa formula si debba investire. Gli assessorati regionali ai Lavori pubblici e al Turismo hanno lanciato a giugno la Rete delle ciclabili e investimenti per otto milioni di euro, per tradurre in un progetto compiuto questi elementi sparsi. Ma sull’importanza di questa iniziativa occorrerà sensibilizzare anche i territori.

Il giro della Sardegna in bici, assieme a me, lo hanno affrontato anche due sessantacinquenni: uno, molto allenato, non è mai sceso di sella, l’altro ha viaggiato in furgone nella tappe più impegnative: bisognerebbe disegnare itinerari che siano alla portata di chiunque abbia un minimo sindacale di preparazione atletica.
L’architetto e triathleta Tore Dessena ha concepito un sistema integrato di piste ciclabili articolato per aree tematiche, coerente sul piano della sostenibilità finanziaria e che sfrutterebbe parte del patrimonio immobiliare pubblico inutilizzato. Basterebbe poco per attuarlo, principalmente un vero interesse da parte delle istituzioni.
Una volta che il cliente assaggia il prodotto, non può che comprarlo. Come i cinesi col pecorino.

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