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Mediterranea | May 25, 2019

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Dentro la mia casa ci sono degli sconosciuti - Mediterranea

Dentro la mia casa ci sono degli sconosciuti
Daniele Carbini
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Ci sono delle volte che mi sveglio e le percezioni che ho della realtà le posso definire perlomeno insolite, come se mi trovassi in una realtà sospesa, ancora un po’ onirica, che non ha il senso della solida tangibile realtà oggettiva.

Ho come la sensazione di vivere dentro un film e non mi capacito di come sia successo. Mi fanno male i nervi, sento i muscoli fiacchi, le ossa cigolanti. Ho dormito tutta la notte e mi sveglio che sembro essere venuto fuori da un tritametalli. Ero solo stanco quando mi sono messo a dormire, ma non ho bevuto, non vengo fuori da una notte di eccessi. Mi sono destato così e una spiegazione non ce l’ho. Me lo chiedo pure se mi sono davvero svegliato, non ne sono poi così certo, il dubbio di essere dentro un sogno persiste. Ho ficcato la testa nel lavabo, sotto il rubinetto, ho fatto scorrere acqua gelida, ma niente, sono dentro uno stato limite, sospeso.

Con fatica ho cercato i gesti quotidiani, la preparazione del caffè, la sigaretta, senza successo, come se fossi vittima di invisibili lacci dappertutto che mi tengono stretto e non mollano.
Mi sono seduto in terrazza, ad osservare l’alba su un orizzonte lontano. Il cielo è torbido, soffocato da una compatta nebbia sporca. Mai mi era capitato di vedere il sole ad occhi nudi in tutta la sua nitidezza, nel suo splendore sferico, senza provare un naturale accecamento. Un sole bianco e maestoso. Ma di un bianco pallido, come fosse un fantasma, un cadavere appeso al cielo. Avrei voglia di prenderlo in mano, è così definito e filtrato che mi pare sia distante un braccio, lo vorrei carezzare, perché per una volta vorrei essere io a offrirgli calore, a dare conforto ad un sole malato che illumina un paesaggio di spettri pericolanti.
Ho lo sguardo smarrito, umido, insicuro. I miei gesti hanno perso lo smalto della naturalezza, ci devo pensare ad ogni movimento e la musica che mi ronza nel cervello è rallentata, pastosa.
I fatti, i solidi fatti, quelli certi che mi hanno sempre tenuto ancorato alla realtà, la consapevolezza delle cose, non sono più così delineati, così dentro i propri limiti da poterli distinguere senza indugi. Stropiccio gli occhi, li sfrego con le dita e non cambia niente.

Come sarebbe bello se tutto fosse chiaro. Quanto sarebbe semplice se ogni cosa fosse indubitabile, tracciare delle linee nette e precise, avere una netta distinzione del di qua e del di là. Ah come sarebbe comodo avere un limite preciso, matematico, da non poter mettere in discussione. Vorrei proprio conoscerla la soglia e vorrei avesse sempre la stessa posizione, senza tanti giri di parole e di distinguo, di se e di ma. Vorrei la meccanica a regolare gli eventi e gli animi. Fai come ti pare, girala come vuoi, funziona così e non ci stanno santi a proteggerti. Quella ruota attiva questo meccanismo che fa quest’altra cosa che attiva quest’altra cosa e bingo ecco il risultato. Puoi farlo cento o un miliardo di volte e sarà sempre così. Meccanico, preciso, solido, perfetto. Nessuna discussione. I fatti, meravigliosi fatti, io li amo i fatti.
Sento un dolore acuto al capezzolo sinistro, lo sfioro, è un dolore intenso, inatteso. Frammenti di immagini mi picchiano sugli occhi. Le labbra e la lingua di Claudia. Succhiano, leccano. Sono cocci di esistenza notturna dimenticati. Stanotte, non mesi fa, ma poche ore fa. Mi preoccupo di essermi dimenticato. Tutto è confuso, non lo trovo il confine solido della memoria recente, non la prendo bene l’assenza della mia coscienza.

“Sei una merda!” – mi dice Claudia.

Un altro pugno violento dentro il cranio della memoria. Da dove viene? Cerco di ricostruire la mia nottata, di dargli definizione, diradare la nebbia, tracciare una linea netta dalla fantasia ai fatti.

“Non vali niente! Sei un bugiardo!” – dice Claudia.

Altre sberle che arrivano da un buco nero che mi spaventa. Le mani mi tremano, le rotule scricchiolano, come se la forza svanisse di colpo.

“Non mi sai nemmeno scopare, sei una delusione. Io sono sempre insoddisfatta.” – lo urla Claudia.

Sento il veleno trasalire dalle viscere, mi gira la testa, l’abbasso e la raccolgo nei palmi tremanti, gelidi. Poi le osservo le mani, le dita rugose e le rivedo, chiarissime dentro uno scenario offuscato, drammaticamente nitide, stringere il collo di Claudia, insistere. Percepisco la giustizia nera mentre arrivano alla mente gli occhi increduli di lei, sbarrati e poi lo sgomento, i suoi tentavi di resistenza ed infine il suo cedere, inerme. Una soddisfazione sottile e profonda scatena brividi in cascata, dalla nuca fino ai piedi.

“Ora non dici più un cazzo, vero?”

Corro in bagno, vomito e mi lascio andare a terra. Non ci credo. Non posso averlo fatto, non posso essere stato io. Solo un incubo, tutto questo non può essere successo. Claudia dorme, io lo so, riposa serena e tra un poco le preparerò la colazione, mi sentirò invadere dal suo sguardo e dalle sue smorfie dolci e divertite. Claudia dorme, ma non ho il coraggio di andare in camera e verificare. Ho il terrore.
Ora io vorrei davvero saperlo qual’è il limite della coscienza e dei miei demoni. Li vorrei conoscere. Desidero sapere dove sta la linea che mi dice in modo inequivocabile che lì c’è il nero più nero, la soglia di non ritorno, la mia zona oscura, quella di chiunque, che così ti fermi e lo sai che lì non ci devi andare. Vorrei davvero avere un riferimento certo, nessuna zona grigia da uno stato all’altro, un quell’essere un poco di qua e un poco di là e poi non sai più qual’è la via del ritorno.
Vorrei avere le idee chiare e i pensieri puliti, una logica inattaccabile e lineare e invece no, ho pensieri che non sento appartenermi, il rifiuto totale dell’altro da me che mi porto dentro, che non lo sento mio, ma poi i pensieri arrivano potenti, le azioni li applicano implacabili. Il mio corpo li compie e non li sento miei, non mi riconosco, non seguono una meccanica precisa, ripetibile.

Spiegami Claudia quali sono i confini dell’animo umano, dimmi cosa c’è oltre. Mostrami la realtà che mi toglie certezze. Fallo per favore, togli la nebbia che uccide il sole, permetti che dia nuovamente calore al mio corpo così freddo, smarrito e solo, togli le mie paure, che non ce la faccio, acceca i miei demoni, mettimi al sicuro. Claudia aiutami.

Me lo ha detto un sacco di volte, in verità, che non devo rifiutare il mio lato oscuro, che devo farlo mio, farci pace, che così lo neutralizzo, che altrimenti saranno guai che esploderanno come una bomba.
Quante volte me lo ha detto che i confini non esistono, che l’essere umano non ha niente a che vedere con la logica meccanica, che non esiste una sola scelta che sia veramente razionale, che ogni cosa che facciamo è alimentata dalla nostra zona oscura, ma che camuffiamo tutto con spiegazioni razionali, selezionando elementi convenienti e buttando tra i rifiuti tutti i dettagli decisivi, scomodi ai disegni puliti.

Ora spiegami Claudia come funziona questa cosa, ora che non parli più e sei in silenzio, tu che ne sai così tanto e mi hai sempre offerto una spalla di rifugio, tu che non avevi paura, dimmelo ancora che non esistono confini. Svegliati Claudia, con te forse ce la faccio ad esplorare i limiti di ciò che sono, con te si può ballare nell’abisso.

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