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Mediterranea | November 14, 2018

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Dalla genetica personalizzata alla riscoperta dell’uomo nella relazione di cura - Mediterranea

Dalla genetica personalizzata alla riscoperta dell’uomo nella relazione di cura
Giovanna Frongia

Anno 2540 della nostra era. Comunità, Stabilità, Identità è il motto dello Stato Mondiale creato per mezzo della riproduzione extrauterina. Lo sviluppo degli embrioni, prodotti nel Centro di Incubazione e di Condizionatura e pianificato da 10 Governatori mondiali, dà vita a una società divisa in rigide caste e controllata attraverso forme di manipolazione fisica, psicologica e di standardizzazione genetica.

Così lo scrittore Aldous Huxley nel romanzo di fantascienza distopica Il mondo nuovo, scritto nel 1932, ci mette in guardia dagli aspetti disumanizzanti del progresso scientifico, vent’anni prima che James Watson e Francis Crick rendessero noti i risultati delle loro ricerche sulla struttura del DNA (1953).

Da allora numerosi studi sono stati fatti finché nel 1990 nasce ufficialmente il Progetto Genoma Umano il cui obiettivo fondamentale è la mappatura del patrimonio genetico umano (genoma) al fine di individuare, attraverso particolari mutazioni dei geni, le cause di numerose malattie.

Gli ingenti finanziamenti di cui beneficia il progetto sono giustificati dal dichiarato scopo terapeutico che si prefigge, ma i risultati, resi noti dopo 15 anni di ricerche, mostrano che tali obiettivi non sono stati raggiunti e i geni da soli non riescono a spiegare la complessità dell’essere umano. La ricerca non ha fornito cure e terapie, ma sempre più numerosi test genetici dando luogo a una genetica, che potremo definire di consumo, poiché indirizzata a tutte le persone sane desiderose di conoscere le malattie per le quali sono predisposte.

Emblematico a questo proposito il lavoro di un gruppo di ricercatori della Stanford University, il quali riescono, per la prima volta nella storia della medicina, a sequenziare il genoma di un uomo sano di 40 anni, registrandone i dati su una scheda che egli potrà portare sempre con sé.

Lo studio, pubblicato nella rivista scientifica Lancet a maggio 2010, mostra che tramite la mappatura del DNA l’uomo, fino a quel momento sano, scopre di essere predisposto geneticamente a una grande quantità di malattie e comincia a prendere farmaci per “curare” il “probabile” insorgere delle patologie per la quali è geneticamente predisposto. L’uomo passa così dalla condizione di persona sana a quella di malato cronico, facendo avverare il sogno di Henry Gadsen, ex direttore della casa farmaceutica Merck, il quale trent’anni fa sosteneva “Sogniamo di produrre farmaci per le persone sane“.

I risultati di questi studi portano alla nascita della genetica personalizzata la quale fornisce test, ma non cure e si rivolge non più a pazienti bisognosi di terapie, ma potenzialmente a tutta la popolazione sana. L’interesse per questo tipo di genetica sta crescendo rapidamente anche in Italia, come dimostrato dalla nascita di nuove aziende che, spesso on line in modalità direct to consumer, vendono test genetici di varia natura, dallo screening neonatale ai test di nutrigenetica.

Parrebbe così scongiurato il pericolo della nascita di una nuova eugenetica che si prefigge il miglioramento della specie umana e i cui rischi sono stati denunciati, tra gli altri, dal filosofo Habermas1. Ma questa cosiddetta genetica personalizzata nasconde altri pericoli. Infatti proprio mentre dichiara, anche nel nome, di avere tra i suoi obiettivi fondamentali quello di fornire una medicina personalizzata al paziente, nella pratica delle sue diagnosi fondate solo su dati obiettivi e strumentali, dimentica completamente la persona del malato. Questo tipo di medicina, infatti, focalizza l’attenzione solo sulla “parte malata” come se questa possa esistere indipendentemente dalla persona.

E che cos’è la dis-umanizzazione del progresso scientifico se non la sottrazione di elementi propriamente umani? Proprio in questo consisteva la ricetta della felicità nel distopico mondo nuovo di Huxley, nel far dimenticare agli uomini, attraverso il condizionamento, la propria soggettività e umanità.

Il progresso vertiginoso della conoscenza scientifica e della tecnica rischia di farci dimenticare che la pratica medica è prima di tutto una relazione tra esseri umani aventi non solo un corpo, ma anche una psiche dotata di sentimenti e emozioni.

La medicina infatti, nella sua più profonda essenza, è una scienza a metà strada fra lògos e technè, fra comprensione filosofico scientifica e arte della cura – l’ippocratica technè iatrikè– e non una pura tecnica indipendente da qualsiasi riflessione riguardante l’uomo.

Una medicina è davvero personalizzata quando è in grado di esplorare accanto ai dati biologici la dimensione soggettiva del malato, la sua condizione fisica e psichica e il suo vissuto di malattia. Nel processo di cura, infatti, entrano in gioco valori relazionali che non si esauriscono nella cura dell’organo o della disfunzione, ma la malattia è in primo luogo un nuovo modo di esistere per il soggetto.

La vera sfida della medicina nell’età della tecnica diventa allora quella di recuperare una visione del paziente come unione di psiche e soma, una visione che viene da molto lontano, se già Platone nel IV secolo a.C. scrive: “Tutti i mali e tutti i beni (….) provengono al corpo e all’uomo dall’anima, dalla quale affluiscono come dalla testa agli occhi: bisogna dunque curare in primo luogo e soprattutto quella, se la testa e il resto del corpo devono star bene”.2

1 Habermas J., Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale, Torino, Einaudi, 2002.

2 Platone, Carmide, in Dialoghi filosofici, Torino, UTET, 1978, vol. I.

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