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Premessa
C’è un’esperienza di cui non parlo mai pubblicamente, per pudore ma anche per rispetto. Spesso mi ritrovo ad andare al carcere Pittalis di Nuchis per presentare insieme a Max e allo scrittore dell’evento dei libri ai carcerati. Inoltre sto facendo da tutor di filosofia ad uno di loro.


L’esperienza è forte, umanamente intensa e ricca, formativa. Ti mette in discussione in ogni istante. Abbiamo a che fare principalmente con ergastolani, mai con la piccola criminalità di passaggio. Ho evitato di parlarne fino ad oggi perché ho sempre vissuto il timore di sfruttare la loro realtà e questo mi ha bloccato. Al tempo stesso ho sempre sentito la necessità di parlare di loro e del loro mondo. Il mio cruccio era riuscire a farlo senza parlare di loro direttamente, quanto piuttosto cercare di far capire come può essere difficile capire il loro mondo personale e interagire con esso.

Non ho mai avuto a che fare con dei mostri. Li vedi, li conosci, ci parli e al tempo stesso hai sempre la sensazione di non conoscerli fino in fondo, senti la diffindenza costante sotto i piedi e ti rendi conto che è un problema tuo, personale. Ci sono molte cose che devi mettere da parte, ascoltarli, prima di tutto. In loro trovi molta voglia, partecipazione, sincerità, spesso troppa, una cosa che stona con il nostro mondo.
L’idea per parlare di loro mi è venuta leggendo un articolo sul web molto stupido, in cui si parla di un boss donna di un potente cartello della droga. Una donna senza scrupoli, che ha la mania di autopubblicarsi in continuazione su instagram, sfoggiando le sue forme prosperose e le sue armi, il suo potere. Ho voluto immaginare questa donna appartenente ad un mondo diverso e fatto di criminalità sfacciata che si innamora di un uomo qualunque, una persona che sta al di qua, dentro i propri confini accettati dalla società, con valori definiti e accettati. Ho voluto immaginare cosa succede. Per farlo ho dovuto e voluto utilizzare molti elementi di vita vissuti e personali, renderli funzionali alla storia, mescolarli nei personaggi, inventare e unire pezzi. Non dovevo parlare di me (avrei scritto ben altra storia) ma del mondo altro, del diverso da noi, ma all’interno della stessa civiltà.

A mio avviso una storia d’amore è universale e può rendere partecipe chiunque ad ogni livello. Metterla dentro difficoltà concrete che potrebbe trovarsi a vivere è il modo a mio avviso migliore per cercare di far capire e di comunicare quali sono le difficoltà nostre ma anche dell’altra parte.
In fondo ogni storia d’amore porta in sé lo stesso germe e le stesse difficoltà, crea gli stessi conflitti, pone letteralmente un problema di confini e di personalità. Sopratutto ti rendi conto come e perchè si sono radicati stereotipi e luoghi comuni dannosi come “moglie e buoi dei paesi tuoi”, perché in fondo i confini sono gli stessi, i valori sono condivisi, il contesto di movimento è lo stesso, è tutto molto semplice e comodo, infonde sicurezza.

Noi abbiamo costante l’esigenza di conoscere l’altro, il nuovo ed il diverso,  ma al tempo stesso ci mette in difficoltà, ci mette in discussione, sentiamo costante una guerra sotterranea, il timore di vedere sottomessi tutti i propri valori o comunque una parte molto significativa di essi. Spesso, mi sono reso conto, nelle mie varie esperienze, ciò che rifiutiamo non è la persona in sé, ma il suo mondo, i suoi parametri, il luogo, le attività, ovvero ciò che gli sta intorno, ciò che in qualche modo lo definisce come rappresentazione nella società. Paradossalmente cerchiamo l’altro ma innalziamo il muro su di esso perché gli anteponiamo ciò che porta con sé. Lo vogliamo ma lo rifiutiamo a meno che non metta da parte il proprio mondo e si prenda tutto il nostro. Il problema non è chi tu sei ma cosa porti con te, qual’è il tuo mondo. Forse abbiamo da imparare molto su noi stessi, prima di tutto, sul come porci con l’altro, sul come accoglierlo, per una ricchezza reciproca e una nuova consapevolezza di sé.

Conchita

Come si può essere arrivati ad una simile situazione? No perché la scena non è proprio edificante. E forse è il caso che ti racconto. Rimane il fatto che io sto seduto sul divano, e non è il mio divano. Soprattutto non sono solo. Di fronte a me c’è Conchita, la bella, bellissima, esagerata Conchita. E lei è in piedi, parecchio in piedi. Dovresti vederla come è seducente. La guardi e ti manca il fiato. Se ti guarda lei manda pure a cagare tutti i tuoi principi, le tue resistenze, le tue convinzioni, il tuo orgoglio, che tanto non capisci più nulla, un demente.
Sì, in genere con Conchita funziona così, hai bisogno di una bombola di ossigeno e vaffanculo. Solo che adesso io siedo sul suo divano e lei è giusto un attimo contrariata. Forse un po’ più di arrabbiata, è furente. Tu dirai che non trovi niente di insolito, bella quanto vuoi ma è donna e da che mondo è mondo le donne sbiellano. Poi passa, lasciala sbollire. Sarà mai. Bravo! Dici bene tu. In teoria dovrebbe funzionare proprio così, tendenzialmente succede così. Ti chiederà pure scusa dopo, tranquillo. Già. Solo che c’è un però, un piccolo però. Conchita ha una pistola in mano, ma una di quelle vere, ferraglia pesante ed estremamente precisa, calibro non so cosa, che io di armi non ne so niente. Lei invece sì. Ne capisce, ne possiede e le usa che è una bellezza. Perciò ricominciamo. Io sono seduto sul divano e davanti a me ho Conchita con una pista in mano ed è incazzata nera. Con me. Ti sembra una bella scena questa? A me no. a me sembra una scena di merda. Ti assicuro che non sono proprio tranquillo. No, direi proprio di no.
Sicuramente ti stai chiedendo del come mai così tanta furia contro di me. O forse non te lo stai chiedendo ma io te lo dico lo stesso, così la scena ti è ancora più chiara. Ho detto a Conchita che non la voglio. Mi è sembrato che non l’abbia presa molto bene.

Sì lo so che bisogna essere un po’ pirla per dire a Conchita “Io non ti voglio”, soprattutto se consideri che lei è bella in modo eccessivo (e a me piacciono queste cose fuori dall’ordinario e se permetti ho buon gusto), se consideri che è affascinate, intelligente e pure divertente. Si deve essere davvero dei gran coglioni e questo lo riconosco. Dimenticavo, è anche ricca, da fare schifo.
Fatto sta che le ho detto “Io non ti voglio”. Non per scherzo, l’ho detto davvero, convinto.
Riprendiamo. Sono seduto sul divano e Conchita mi punta la pistola contro. Hai presente sudare freddo? Ecco io sto sudando l’intera Islanda.

“non ti piace come scopo?”
“non è questo, è bellissimo quando lo facciamo”
“non ti diverti con me?”
“mi diverto molto”
“non ti piace quando dormiamo insieme?”
“mi piace”
“non ti piace quello che cucino?”
“fai sempre cose buonissime (non è vero ma non mi sembra il momento adatto per dirle che l’aglio se lo potrebbe infilare su su fino in cielo)”
“ti sembro stupida? Devi fare con me conversazioni poco stimolanti?”
“facciamo discorsi intensi e profondi”
“stai male con me?”
“ci sto bene”
“non hai voglia di sentirmi?”
“sono contento quando mi cerchi”
“ma allora perché non mi vuoi? Perché?”
“perché non ti voglio, punto”
“puttanate!”

La sua mano vibra, la canna della pistola è minacciosa sul mio petto e quelle sue cazzo di dita vibrano, vibrano un sacco, troppo.

“Conchita io lo so che tu adesso non riesci a capirlo, ma io e te non si può stare insieme, devi fartene una ragione. Non puoi obbligarmi a volerti. Io non ti voglio”
“No testa di cazzo, una ragione non me la faccio e non venirtene fuori con la tua dialettica lineare e logica che tanto non m’incanti. Da qui non te ne vai fino a che non mi dici il motivo di questa tua scelta idiota, la più stupida sulla faccia della terra.”

Ora io vorrei pure dirle chiaramente che non la voglio per il semplice fatto che è un boss di un cartello internazionale della droga. Non la figlia di un boss, non l’amante, la moglie, la sorella, la nipote. No, lei è il boss, proprio lei. E come ogni boss è spietata, senza scrupoli e capace di tutelare i suoi affari come pochi. Forse posso dirle che mi fa schifo il suo lavoro, i suoi soldi e tutti gli omicidi che commette?

Ma come cazzo ci sono finito in questa situazione?

Tutto è cominciato ad una festa. Non le ho mai amate, mi annoiano e mi sembra di buttare malamente il mio tempo. Che si tratti di compleanni o matrimoni o battesimi o anniversari o inaugurazioni poco cambia. Le odio. Ciò non toglie che a volte ci vai, un po’ perché ti senti obbligato, un po’ perché sopprimi il senso di colpa ma soprattutto hai il piacere dell’amicizia. Ci vai per il festeggiato, per dirgli che sei contento e partecipi del suo momento importante (anche se spesso non è così, ma questo non lo puoi mai sapere in anticipo, che nessuno è profeta in questo mondo). Un tempo capitava che riuscivo pure a divertirmi alle feste. Cominciavo a bere a rotta di collo e sarei potuto stare pure in una porcilaia o nel palazzo reale e sarebbe stato uguale. Ora nemmeno quello, mi ha stancato bere fino a non riconoscere il confine del lecito e dell’illecito, la mancanza del controllo. E poi ci metto almeno tre giorni per riprendermi, non è più come una volta, e sono tre giorni di autoinsulti, in cui sto male e non digerisco la cosa.

Quindi dicevo che è cominciato tutto ad una festa. Di Marco. Ha avviato un’azienda di arredamenti artigianali per yatch e vista la nostra amicizia che dura da più di vent’anni non potevo mancare. Io avrei preferito uno spuntino semplice in taverna, fatto di carni e formaggi e vini, con gli amici di sempre, una cosa raccolta e più intima, ma non funziona più così, almeno non per Marco, non per gli ambienti che frequenta. Che per dirla tutta questi ambienti non li sopporto. Non mi piacciono le persone, la loro superficialità e i loro argomenti, le loro intenzioni e i loro entusiasmi. Siamo due mondi distanti, nessun punto di contatto. Mi ritrovo gettato in questo contesto solo per Marco e allora mi adatto, riesco a stare bene un po’ ovunque, a fare spallucce nel mio cranio e passare quattro ore in mezzo ad un’umanità ai miei occhi inutile, finanche dannosa.

Ci sono arrivato trascurato come sempre, una shirt improbabile e macchiata, sopra una giacca di lino stropicciata all’inverosimile, calzoni di lino tinto a blue e ancora più sconclusionato e strapazzato. Sembravo uscito da una centrifuga e poi preso a sberle. Ai piedi improbabili mocassini fuori luogo. E ho cominciato a bere, che in queste feste che mi fanno cagare le bevande alcoliche sono uno spettacolo di qualità e di gusto. Prosecco come piovesse. Uno due tre cinque sette, in una mezz’ora scarsa. E ho cominciato a mettermi in discussione, se è vero che niente succede per caso, meno che mai essere in quella festa. Chi sono io per avere così tanti pregiudizi sugli ambienti diversi dal mio? Bevo e mi dico che non ne ho il diritto, che non mi trovo a vivere in quello stesso ambiente solo per una fortuita botta di culo, che di scelte ne facciamo tante quotidianamente ma che non sappiamo mai dove ti porteranno, che nessuno sa per davvero la bontà dei propri impulsi. E non basta, la verità è che si sceglie solo fino ad un certo punto, non siamo mai davvero padroni del nostro futuro, che ciò che ci sta attorno ci condiziona e ci determina spesso molto di più di quanto siamo in grado di determinarlo noi. Come ti girano le cose nel finale è culo, solo questo, beh forse non solo ma è decisivo. Mi umilio al settimo prosecco dicendomi che sono peggio di tutti loro, che ho eretto muri di valori, di gusti, separato gli umani, li ho classificati e appiattiti ad una massa comune ed indistinta, un concetto di cui me ne faccio tronfio e arrogante.

Mi faccio figo valutando indistintamente qualcosa che nella realtà non esiste. Sono talmente bravo nel nullificare la mia persona che prendo l’ottavo prosecco e mi sento una merda, Vorrei urlare e attirare l’attenzione di tutti i presenti per dirgli a gran voce “io sono una merda, scusatemi!”. Ho un naturale senso di riservatezza, pure da ubriaco, che mi trattiene. E c’è Marta alla festa, non la vedevo da un paio d’anni e mi è sempre piaciuta. Vorrei sedurla, l’avrei voluto fare un mare di volte e sempre mi sono fermato già prima di elaborare l’intenzione. Mi blocco pure ora che sono gonfio di alcool. E lei uguale, lo so, mica per magia, che è sempre stata interessata a me, che sempre ha atteso un mio passo, un gesto, una cazzo di frase o di messaggio, un getta l’amo pezzo di stronzo che ti prosciugo, ma gettalo sto cazzo di amo.

Ci sono cose che sai senza il bisogno della certezza che vengano esplicitate, non necessitano delle prove materiali o delle parole pronunciate, ci sono cose non dette che hanno una forza d’urto che le priva di qualunque incertezza. Fatto sta che io e Marta ci vogliamo da anni e che per tutta una serie di motivi collaterali, spesso banali, ci sfioriamo e non siamo in grado di prendere la scala. La forza delle scelte, l’incapacità di oltrepassare i confini stabiliti nei nostri pregiudizi, non basta a spiegare tutto questo, è come se l’insieme degli eventi non si accordasse. Poi c’è anche la mia superstizione personale, brutta cosa, perché l’intelligenza statistica dovrebbe dire proprio il contrario e invece la persistenza della casistica diventa legge che condiziona e modifica, come una credenza religiosa. E questo mio personale limite mi dice che ogni volta che desidero una donna, che provo a sedurla, mi becco un sonoro due di picche, una certezza che ho stabilito come matematica, una sequenza logica incontrovertibile e replicabile. E le convinzioni sono una pessima cosa, te lo dico io. Sono talmente negative che poi ti comporti e pensi tenendole come fondamento, costruendo impianti razionali che le giustificano e fortificano. In poche parole produci i risultati attesi, crei di fatto le condizioni adatte ad ottenere i risultati di cui sei convinto. A ben pensarci però queste convinzioni vestite da leggi pari a postulati sono bizzarre e recitano relazioni di causa ed effetto quantomeno discutibili. Significa mettere in relazione due elementi che non c’entrano niente ma persistono a sostenere che sono strettamente legati. Ecco le mie convinzioni ridicole, che condizionano la mia vita, mi impediscono di sedurre Marta e se lo facessi realizzerei l’infausta previsione perché so già che creerei le condizioni perché ciò avvenga.

Non c’è dubbio, in questo senso, che noi realizziamo la realtà di cui abbiamo visione, un circolo vizioso, una prigione senza soluzione. Marta non è da meno, è evidente. Ora i prosecchi sono nove e per fortuna la deriva dei miei pensieri sta cambiando rotta e a rendermi divertito, un trapasso di umore. Vuoi vedere che è perché sto parlando con Marta? Così, giusto per avanzare un’ipotesi.
La superstizione numero due è una conseguenza naturale della prima e sostiene in modo incontrovertibile che posso sedurre solo le donne che già mi vogliono a priori e a me sta bene che mi vogliono. Insomma me la rendo comoda. Lascio che sia lei a provarci e se desta in me uno straccio di interesse allora è fatta, ci sarà qualcosa di concreto. Me la tiro, almeno così sembra. Quindi è per questo che con Marta non ci sarà mai niente, lei non ci proverà mai e sebbene io sappia intimamente che non sarebbe difficile abbattere le sue resistenze, anche se sappiamo entrambi di volerci ciò non succederà. Ci sono le convinzioni a dirlo, ci sono i giudizi inappellabili.

Con Marta tiriamo fino alle quattro del mattino, beviamo come cloache, ci abbracciamo e scherziamo, facciamo i nostri ragionamenti, parliamo tutto il tempo, sempre più ubriachi. Ho sentito il suo profumo e la sua pelle, in ogni sfiorarsi e tante volte nel cervello ho dovuto scacciare il pensiero che sì potevo andare oltre, potevo salire la scala e non sarei rimasto solo e davvero i muri sarebbero potuti crollare e i confini farsi nebbia che svanisce, sarebbe potuto succedere tutto questo. L’ho pensato e avevo anche deciso di buttarmi nell’incerto, nel brivido possibile di un gelido fermati. L’ho accompagnata a casa, sono salito da lei, la scusa di un caffè per riprendersi dal tanto alcool, il pericolo della guida verso casa, le scuse ci stavano ed erano credibili. Solo che siamo finiti addormentati uno di fianco all’altra e ci siamo risvegliati nell’imbarazzo di chi avrebbe dovuto prendere il volo e invece è inciampato nel primo scalino cadendo nel vuoto. Io e Marta, due brillanti coglioni.
Succede che rientro a casa e mi arriva un messaggio e penso che sia Marta, penso che voglia sbiascicare parole di chiarezza che ristabiliscono i confini, che è stato meglio così, ognuno nel suo mondo senza creare ambiguità. Lo penso e sono pronto a rispondere che ovviamente la cosa nemmeno si discute. Credo sia Marta e mi sembra pure di leggere il nome Marta nel destinatario, che ovviamente non è scritto da nessuna parte se non nel mio mondo mentale con mille martelli nel cranio a ribadirmi che ho bevuto troppo e che posso cominciare a maledirmi. È un numero nuovo e mi chiede se mi sono ripreso dalla sbronza. Rispondo con un sorriso e un mal di testa da nobel, mi tengo distante ma non sospettoso, più che altro sorpreso e indifferente. Solo che ne arriva subito un altro di messaggio e mi dice che è stato bello vedere la mia allegria e la passione con cui affrontavo i miei discorsi, la vita che spruzzavo ad ogni respiro. Queste sono le cose che mi piacciono del mio vivere quotidiano, le sorprese, quelle insolite, che ti dovrebbero dire stai alla larga che la prendi in pieno e ti fai male e che invece io vivo come miele di primissima scelta da ape operaia che si sente regina.

“Mi chiamo Conchita e ho avuto il tuo numero da Marco. L’ho minacciato che se non me lo dava aveva perso un’ottima cliente. So come usare ottimi argomenti…”

e ci aggiunge una lunga risata. Scrive messaggi a ripetizione e io ho mal di testa, vorrei dormire per un secolo e i messaggi arrivano in sequenza, replico con frasi corte, secche, banali, senza aperture, voglio chiudere la conversazione ma lei niente, dice che le piace come scrivo. Fanculo penso, ma non smetto di rispondere. Voglio un’aspirina, ne voglio due, ne voglio una scatola intera. Salto il pranzo e nel frattempo lei scrive, ne avrà scritto cento, fino a che dice

“vengo a prenderti per un caffè, dammi il tuo indirizzo.”

e io ho avuto la sfacciataggine di dirle dove stavo, tanto non viene, tanto scherza. Col cazzo! Dopo un’ora era a casa ed è andata via la mattina dopo. Nel mezzo fiumi di parole e sesso di chi ha fame, molta fame.
Ecco come sono finito in questa situazione.
E non ne esco bene, lo so. Non se ne esce indenni.

“Mi hai fatto credere di essere diverso, mi hai ingannata.”

Lo dice con odio profondo, la vedo che ha voglia di premere il grilletto.

“Mi hai insegnato che le nostre differenze sono una ricchezza, non un limite. Lo hai sempre detto e ti ho creduto.”
“È così”
“Non dire cazzate! Te ne vai perché mi giudichi, perché prima vengono le tue convinzioni stupide su cosa è giusto e di come si deve vivere. Tu mi vuoi ma mi lasci perché non accetti la mia vita, perfettino dei miei coglioni. Hai messo un muro alto fino al cielo fatto di limiti e di disprezzo. Forse ti credi migliore tu? Ti spacchi la schiena per farti prendere per il culo ogni santo giorno, schiavo del tuo lavoro privo di soddisfazioni. Succube dei tuoi clienti, hai perso la tua vita e l’hai confinata in piccoli spazi temporali. Parli e straparli e poi cosa sei? Guardati, osservati una buona volta. Mi accusi di essere assassina. Sì io ammazzo, lo faccio pure di persona e comando il mio impero, mio, hai capito? Io gestisco la mia vita, non gli altri. Non sono ipocrita, non ti prendo in giro. Credi migliori gli industriali che intossicano il respiro di milioni di persone? Chi è l’assassino? Io o loro? Ne fanno fuori a milioni, io giusto quattro o cinque l’anno, persone di merda tra l’altro, gente infedele che si credeva furba. O vogliamo parlare degli imperi del cibo? Tutto il mondo alimentato di veleni, tutto. Parliamo delle speculazioni in borsa, dove i popoli sottosviluppati ci crepano di fame perché non sono nelle condizioni di comprarselo il cibo? Condizioni figlie di pura speculazione su delle scatole connesse ad internet? Dimmelo, genio della vita, chi è assassino? Parla un po’ giudice supremo, chi sta dalla parte del giusto? Non accetti il mio mondo ma il tuo è peggiore del mio. Qui hai chiarezza, nel tuo invece ambiguità e ipocrisia. Dov’è la tua bellezza? Vivi in una fogna che indossa il bel vestito della domenica.”

Non so cosa rispondere, ha ragione. La sento nitida la verità che mi sbatte in faccia e che rifiuto, è così non l’accetto. Ho smesso di osservare lei e di nutrirmi di Conchita perchè ho messo di fronte ciò che le appartiene, il suo contesto, il suo ambiente. Non è più lei che mi interessa, ma tutto il negativo che posso buttarle addosso, le armi, la droga, i suoi squadroni di morte, gli affari sporchi. Del suo mondo non riconosco nulla come mio e non mi ci trovo, mi sento fuoriposto. Non è lei, non lo è mai stata, ma non lo dico, non lo voglio nemmeno pensare. Non la voglio, non mi piace, non provo niente. Lo dico, lo ripeto, a me stesso e poi a lei.
Conchita non è donna che molla facilmente, no.
Non molla.

“Sei un bastardo!”

Poggia la pistola sulla madia, si accende una sigaretta. Fumiamo insieme. Due minuti di silenzio. Conchita ha gli occhi gonfi di lacrime, dolore e rabbia. Le trattiene, tira con il naso. Trema. Cerca un abbraccio, trova una distanza siderale, non l’accolgo.

“Che stronzo!” le esce stretto tra i denti, sospirato, strozzato. Cadono le sue resistenze fisiche e piange, è infastidita.
“Tu non vuoi l’altro anche se lo cerchi, pure se lo decanti. Parli di differenze come ricchezza ma poi le rifiuti, ti danno fastidio, sei povero, hai solo te stesso. L’unico altro che accetti ti deve piacere, non deve essere davvero altro, a te il diverso crea problemi. Di quale accoglienza parli? Sei bugiardo, ecco come stanno le cose. Sei falso. Tu mi vuoi più di ogni altra cosa al mondo ma dici il contrario perchè non accetti tutto ciò che rappresento. Sono la dimostrazione della possibilità che hai sempre voluto e che stai gettando via. I confini li hai messi chiari e tondi, invalicabili e sono solo tuoi. Mi hai sempre parlato del carico umano e dei valori delle persone, del loro onore e ti ho dimostrato quanto tutto questo sia condiviso, quanto nella mia diversità sono fatta della tua stessa matrice, ma niente è il mio vestito che fa scappare. Ti odio per questo. La pagherai, giuro che la pagherai.”

Decido di giocare sporco, colpisco con le parole, sono peggio della sua pistola

“Conchita non puoi obbligarmi a volerti, non vanno così le cose. Non puoi chiedermi di essere gay se non c’è attrazione. Non è un rifiuto della loro realtà, anzi li rispetto e ne riconosco la piena legittimità al mio pari, ma questo non significa che devo volerli ed essere come loro. Tu mi accusi di non accettare ciò che non voglio naturalmente. Sei abituata ad ottenere tutto ciò che vuoi. Hai dalla tua il potere dei soldi e della paura che provoca la tua posizione, sei scorretta, anzi sei proprio disonesta. Non puoi impormi questo. Certo puoi rapirmi, ne hai la facoltà e io stare bloccato nelle tue mura, ma continuerò a non volerti, Lo capisci?”

L’ha guardata la pistola e per un attimo ho pensato ecco che bella fine di merda la mia piccola vita, ma l’ha solo guardata e poi mi ha preso a schiaffi e pugni, per finire in un abbraccio, che si è presa con forza.

“Sei un bugiardo, le cose non stanno così.”

Ho provato umiliazione, me la sono tenuta dentro, consapevole delle sue verità. Lo so che è difficile rivedere un’intera tavola di valori, che quelle barricate che dico di volere superare poi lei voglio e mi danno sicurezza, mi fanno sentire al sicuro e in pace con la coscienza. Lo so, Conchita è la prova vivente, che il sottotraccia spregevole del mondo è il Dioniso che mi rende l’Apollo splendente e accettabile. Lo so bene che nel cuore del diamante ci stanno sorgenti di sangue.

Ora mi capisci Marta quando ti dico che non se ne esce indenni dall’essere?

“Ma tu ne sei cosciente che non finisce qui?”

Non farmi essere profeta, che non ho mai creduto a queste cose, è un arrampicarsi disperato al soprannaturale là dove non si capisce o non si accetta la realtà per quella che è. Mi limito a sospendere il giudizio e lo lascio ai giudici, che è una bella rogna da portarsi appresso, ma tranquilla che anche loro sono corrotti. Il giudizio è sempre falso. Te lo dico io Marta, che noi innalziamo muri di convinzioni e picchiettiamo confini di pregiudizi, chiamandoli leggi di confine, ma non per paura dell’altro ma di noi stessi, di quell’altro che sappiamo essere in noi ma che preferiamo non vedere mai, abbiamo terrore della nostra libertà e umiliamo le nostre possibilità. Vogliamo sempre avere qualcuno al nostro fianco, non sentirci soli, ma poi prevale sempre il nostro egoismo e le cose non possono non essere in contrasto, si negano.

Non se ne esce indenni Marta.

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