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Mediterranea | November 16, 2018

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Che futuro per l'Egitto? - Mediterranea

Che futuro per l’Egitto?
Simona Campidano

Il 2011 è stato un anno di grandi cambiamenti per l’Egitto, partendo dalla rivolta iniziata a febbraio, passando per le dimissioni dell’ex presidente Hosni Mubarak e la caduta del suo regime dittatoriale, ed infine arrivando alle elezioni parlamentari iniziate a fine novembre ed ancora in via di svolgimento. Una rivoluzione che, fino a meno di un anno fa, nessuno avrebbe mai immaginato. In questo momento, il mondo intero guarda con interesse, e forse un po’ di preoccupazione, gli sviluppi della situazione, e non è semplice predire come si evolverà.

Quando la rivoluzione iniziò, il 25 gennaio 2011, i cittadini chedevano le dimissioni dell’allora governo. Speravano in democrazia, libertà e sviluppo. A nove mesi dalla stessa, la situazione non è cambiata come la gente si aspettava. La strada verso la democrazia è prevedibilmente lunga e sofferta, e molti delusi nell’accorgersene sono tornati in piazza, stavolta chiedendo alla giunta militare di lasciare il posto ad un governo provvisorio civile. Ma stavolta il volere del popolo non si è esaudito, ed i militari restano al potere, almeno per ora. Allo stesso tempo, il primo turno delle elezioni parlamentari si è svolto, e fonti non ufficiali indicano che il Partito Libertà e Giustizia, nato in seno ai Fratelli Musulmani, abbia ottenuto almeno un 40% dei voti, mentre il Partito al-Nur, quello del gruppo ultra conservatore islamico Salafita, abbia ottenuto un buon 25%. Il terzo partito più votato sembra sia il Blocco Egiziano, partito liberale e moderatamente islamico. Seppur questi risultati ancora non siano ufficiali, e le elezioni siano ancora in corso di svolgimento, sembrerebbe che i partiti a stampo islamico riscuotano particolare successo. Mentre in un primo momento questo fatto possa sorprendere, bisogna invece considerare che il paesaggio politico egiziano consta di due partiti islamisti principali, forti ed organizzati (in particolar modo quello dei Fratelli Musulmani, che occupa anche un ruolo molto importante nella società), ed un gran numero di partiti liberali di recentissima formazione, minori in numero e popolarità. Se a questo aggiungiamo l’importanza che la religione occupa nella vita di molte persone, non sarà difficile immaginare come le elezioni si concluderanno.

C’è grande preoccupazione per il futuro. Gli egiziani liberali temono che la rivoluzione trasformi il paese n uno stato islamico, come successe alla fine degli anni ’70 in Iran. Anche la comunità internazionale teme che ciò possa effettivamente accadere, ed in tal modo intaccare i delicati equilibri mediorientali, nei queli l’Egitto gioca un ruolo fondamentale. Ad ogni modo, si sono già rassegnati alla massiva presenza che gli islamisti avranno in parlamento. Infatti, nonostante le elezioni non siano ancora terminate, bisogna comunque considerare che la maggior parte dei liberali si trovano nella capitale dove si è già votato, e dove già si sa che i partiti islamisti hanno comunque avuto la meglio, lasciando poca speranza ai liberali di conquistare i seggi delle provincie minori e delle campagne.

Questa preoccupazione, forse, è fin troppa. In verità, il parlamento, che verrà ri eletto in 5 anni, preoccupa poco. I Fratelli Musulmani hanno espresso il loro volere di mantenere un Egitto, seppur islamico, comunque moderato (mentre i Salafiti puntano al modello saudita), almeno per adesso. Ciò che invece preoccupa di più, è la stesura della costituzione, che metterà le basi per il futuro del paese. Mentre si dà per scontato che l’Egitto resterà, anche costituzionalmente, un paese islamico, ancora non si sa quali basi verranno usate per la sia stesura, se solo la sha’ria (la legge islamica) o anche altre referenze. L’uso della sola legge islamica avrebbe un influsso negativo per il paese in molti aspetti già problematici, come i diritti umani, le libertà personali ed i diritti delle donne.

Una realtà che forse dopo la rivoluzione non ci si aspettava, ma pur sempre il volere del popolo. Un popolo reduce da decenni di dittatura, con un’ancora grande percentuale di analfabetismo e una media del livello di educazione molto bassa, per la maggioraza del quale la religione occupa un posto fondamentale nella vita di tutti i giorni. Non resta altro che aspettare per sapere come si evolverà questa rivoluzione, e come si sente dire per le strade del Cairo: “rabbena yustur”, ossia “che ci pensi Dio”.

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