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Mediterranea | November 14, 2018

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Capitalism: a love story - Mediterranea

Capitalism: a love story
Alessandra Ghiani

Il film documentario di Michael Moore Capitalism: a love story, è stato realizzato nel 2009, due anni dopo l’esplosione della grande crisi finanziaria che, partita dagli USA, ha coinvolto l’economia mondiale.
I temi toccati da Moore sono numerosi, ma tutti sembrano veicolare un’unica verità: il capitalismo ha ucciso la democrazia.
Subito dopo la Seconda guerra mondiale, si è assistito a una crescita economica incredibile e, con l’Europa e il Giappone da ricostruire, gli Stati Uniti hanno goduto per anni di un certo benessere, dovuto anche alla mancanza di concorrenti diretti in alcuni mercati come, ad esempio, quello automobilistico. Di questa condizione florida ha goduto in particolare la classe media, destinata però a una progressiva scomparsa a livello globale.
Secondo Moore la causa del drammatico declino del sistema economico americano e della scomparsa del ceto medio è stata il capitalismo sfrenato, diffusosi in maniera esponenziale in virtù di quella promessa di libertà che i suoi sostenitori da sempre propugnano.

Il sito web www.treccani.it dà la seguente definizione della parola capitalismo:

Nell’accezione comune, sistema economico in cui il capitale è di proprietà privata (sinonimo di ‘economia d’iniziativa privata’ o ‘economia di libero mercato’).

Questa prima definizione sembra coincidere pienamente con quella fornita a più riprese da politici e banchieri  americani, di cui Moore propone discorsi e interventi pubblici nei quali viene messa in evidenza la totale libertà delle persone di fare ciò che desiderano e di ottenere quello di cui necessitano. Questa libertà è, ovviamente, solo virtuale in quanto non è affatto detto che poi si riesca a raggiungere i propri obiettivi. I sostenitori più agguerriti del capitalismo, nel documentario, sembrano essere coloro a cui non manca il potere e il benessere economico, gli unici a godere effettivamente della libertà tanto decantata.
L’idea che il regista si è fatto e che cerca invece di mostrare, è decisamente più pertinente alla seconda definizione fornita dall’enciclopedia Treccani:

Nell’accezione originaria, formulata con intento fortemente critico da pensatori socialisti e poi sviluppata nelle teorie marxiste, sistema economico caratterizzato dall’ampia accumulazione di capitale e dalla scissione di proprietà privata e mezzi di produzione dal lavoro, che è ridotto a lavoro salariato, sfruttato per ricavarne profitto

La progressiva scomparsa del ceto medio è frutto di questa ampia accumulazione di capitale da parte di pochi e dello sfruttamento del lavoro – e, aggiungerei io, dei più deboli – per ricavarne profitto.
Uno dei temi affrontati da Moore è proprio questo: con un inquietante sottofondo musicale – O Fortuna, musicata da Carl Orff –, ma assolutamente adeguato per il significato, il regista mostra lo smantellamento delle infrastrutture industriali americane, che comportò milioni di licenziamenti. I salari di coloro che riuscirono a mantenere il lavoro vennero congelati, a fronte di un impegno lavorativo raddoppiato.

Ma quando è iniziato il declino? Nel momento in cui la politica è stata asservita ai grandi capitalisti, e per Michael Moore tale momento è coinciso, in America, con l’elezione di Ronald Reagan a Presidente degli Stati Uniti.
Il ruolo fondamentale di Ministro del Tesoro dell’amministrazione Reagan venne ricoperto da Don Regan, presidente della Merrill Lynch, che era allora una delle più importanti banche d’investimento del mondo. Sotto la sua egida vennero approvate leggi che tagliavano le tasse alle classi più abbienti, gettando le basi per quella grossa disparità economica che oggi è sotto gli occhi di tutti, non solo in America.

La diretta conseguenza del comportamento aberrante di industrie, banche e politica ha portato a un impoverimento progressivo, all’indebitamento massiccio e al conseguente pignoramento delle case di moltissimi americani. Il fenomeno dei cosiddetti mutui subprime è esemplificativo al riguardo: vennero concessi mutui a persone che non avevano adeguate risorse per restituirli, e poiché i contratti avevano delle clausole vessatorie non facilmente identificabili che consentivano alle banche di aumentare indiscriminatamente i tassi di interesse, le conseguenze furono disastrose.
Quello che Moore mette in evidenza è che, nonostante le vittime fossero i cittadini, furono le banche, com’è accaduto più volte anche da noi, a beneficiare di aiuti economici pubblici.
E, in aggiunta, stormi di avvoltoi sono sempre in agguato per ripulire le carcasse, come le agenzie che si occupano solo della compravendita di immobili pignorati. Non a caso una delle più note della Florida ha scelto un nome adatto a ciò che fa: Condo Vultures, letteralmente “avvoltoi dei condomini”. Il suo titolare, Peter Zalewski, non mostra segni di compassione verso coloro che perdono la casa, arrivando ad affermare che “tutti provano il desiderio di trarre profitto dalle disgrazie degli altri”.
Tesi confortata anche dal comportamento di numerose multinazionali le quali stipulano preziose polizze assicurative sulla vita dei loro dipendenti meno abbienti e quindi meno tutelati anche dal punto di vista sanitario. Se muoiono in giovane età l’azienda incassa migliaia – in alcuni casi milioni – di dollari, senza che i diretti interessati e i loro familiari ne siano a conoscenza.

Il documentario rivela anche l’esistenza di un dossier realizzato nel 2006 da Citigroup, la più grande azienda di servizi finanziari del mondo, per i suoi investitori.
In quel documento l’America non è più definita una democrazia bensì una plutonomia, in cui la crescita economica è alimentata e consumata dai ricchi. Non si tratta di una semplice constatazione, ma di una vera e propria spinta a fare in modo che le cose proseguano su questa linea. Appena l’1% della popolazione detiene una fetta di ricchezza maggiore del restante 99%: che questo fatto sia reale è sotto gli occhi di tutti, e Moore si chiede come mai la parte più debole, ma così tanto più numerosa dell’altra, non si ribelli.  Secondo Citigroup il motivo fondamentale è che quel 99% pensa e spera, un giorno, di entrare a far parte dell’1%.

È possibile che il sentire comune sia davvero questo? Se il problema per il 99% più povero non è l’ingiustizia sociale, ma non far parte dell’1% più ricco, probabilmente non ci sarà un’inversione di tendenza.
D’altro canto però – e questo lo insegna la storia – una società basata su una tale disparità non è stabile, e prima o poi si arriverà necessariamente a nuove rivoluzioni. Questo è l’aspetto che Citigroup paventa, soprattutto perché quel 99% ha comunque diritto di voto, ed esercitandolo, in un senso o in un altro, potrebbe modificare sensibilmente la situazione. Al momento in America questo pericolo sembra lontano: con l’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti – elezione profetizzata dallo stesso Moore – il volto tradizionale del capitalismo è ufficialmente nella stanza dei bottoni, senza bisogno di intermediari. Questa situazione sembra confermare ciò che fin qui si è ipotizzato: il desiderio di entrare nel salotto buono dei ricchi è più forte, o quantomeno più diffuso, di qualsiasi ideale di giustizia sociale.

L’analisi fatta da Moore per la società americana è facilmente applicabile ad altre realtà, compresa quella italiana. Disoccupazione, scomparsa del ceto medio e conseguente drastico calo dei consumi, impoverimento economico e culturale, per non parlare dell’annosa questione del conflitto d’interessi e della massiccia presenza di grandi capitalisti nelle stanze del potere.
Anche qui da noi ciò che appare evidente è che la volontà di cambiare davvero le cose non si è ancora intravista, sia da parte della politica, ma ancor di più da parte delle persone che subiscono tale situazione quotidianamente. Prima o poi scopriremo se quest’indolenza deriva da una mancata presa di coscienza o dalla speranza, conscia o inconscia che sia, di passare dalla parte più comoda.

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