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Mediterranea | November 16, 2018

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Benestanti a spese altrui. Intervista all'antropologo Fiorenzo Caterini - Mediterranea

Benestanti a spese altrui. Intervista all’antropologo Fiorenzo Caterini
Veronica Matta

I ricchi sono sempre più ricchi grazie alla povertà dei poveri, è un assunto semplicistico ma nella realtà sta succedendo. Siamo tornati indietro di un secolo. Non è una conseguenza matematica, ma si avvicina molto. La classe media scompare a vantaggio dell’alta borghesia. Come nella teoria dei vasi comunicanti: se da una parte si riempie un vuoto, dall’altra si allarga. Si allarga la massa di persone senza un reddito sicuro, precari di ogni mestiere, perdendo anche una rappresentanza politica e soprattutto sindacale. E’ molto importante la mancanza di punti di riferimento e l’argomento è bello tosto.

L’allargamento della massa di disillusi, lasciano vuoto uno spazio politico che occuperanno i populisti dell’ultima ora; nella realtà mancano prospettive di cambiamento per le nuove generazioni che sembrano non abbiano più nulla da recriminare alla classe dirigente.
Il proletariato si è accomodato, non ci sono più spinte rivoluzionarie contro chi sfruttava il loro lavoro (la borghesia), una sorta di rassegnazione preventiva che sfocia però nella lotta contro lo straniero, reo di rubare le certezze che non esistono più da tempo. Non vorrei allargarmi troppo, ma sembra si sia formata lentamente una uniforme massa acritica, unita solo dall’essere presenti in rete, eliminando le differenze (che invece esistono). Non si prospetta nessun avanzamento verso un miglioramento naturale. Sembra si sia formata lentamente una uniforme massa acritica, unita solo dall’essere presenti in rete.

Il problema dell’assenza della borghesia è fondamentale, di difficile analisi, rimaniamo sul punto dell’allargamento della forbice tra ricchi e poverissimi e la sensazione, forse falsa, dell’impossibilità di scalare, di crescere e la rassegnazione generale che favorisce solo alcuni.

Abbiamo intervistato a tal proposito l’antropologo Fiorenzo Caterini

Chi vive nella sicurezza, negli agi e nella comodità smette di crescere, di svilupparsi, in un certo modo si atrofizza. E’ attraverso le difficoltà e gli ostacoli che l’uomo ha potuto rendere possibile la propria evoluzione. La natura stessa non rende facile la vita degli uomini. In passato la precarietà accomunava uomini e donne che spesso si aiutavano tra loro per meglio sopportarla. Oggi i precari sono molti, perché pochi, “coi loro atteggiamenti autoritari, son voluti diventare dei privilegiati e han voluto conservare a tutti i costi questa loro prerogativa”. Oggi, i precari sono molti perché qualcuno si è servito della precarietà altrui per vivere una vita da privilegiati. “Così gli uni non sono umani perché miseri, gli altri perché benestanti” (Dall’art. L’elogio della precarietà).

Si potrebbe dire che questa è l’unica epoca della storia umana dove le classi sociali non si distinguono più tanto bene. Forse perché, da Marx in poi, si è pensato che la formazione di una classe sociale poi poteva scatenare la “lotta di classe”. Meglio evitare trasformando le classi sociali in “non classi”; la diffusione del precariato frantuma il fronte unito della classe sociale. Il precario è ricattabile più di un qualunque lavoratore garantito.

Scrive Fernand Braudel ne “Le strutture del quotidiano”: “ogni lusso invecchia e passa di moda. Ma il lusso rinasce dalle sue ceneri, perfino dai suoi scacchi. In effetti è il riflesso di un dislivello sociale che nulla riesce a colmare, che ogni movimento crea di nuovo. Un’eterna lotta di classi. Di classi, ma anche di civiltà. All’infinito queste si strizzano l’occhio, recitano, l’una di fronte all’altra, la medesima commedia del lusso che i ricchi rappresentano davanti ai poveri. Dato che in questo caso le rappresentazioni sono reciproche, esse creano correnti, provocano scambi accelerati, su brevi e lunghe scadenze. In una parola: “non è nella produzione – scriveva Marcell Mauss – che la società ha trovato il proprio slancio: il grande promotore è il lusso”.

Il Potere, come si chiamava molto semplicemente all’epoca del marxismo diffuso, ossia quel coagulo di capitale, finanza, centri decisionali economici e politici, negli ultimi tempi ha fatto della concessioni illusorie. Ha concesso di sognare, mediante il ricorso alla fortuna, al caso, alla lotteria di Stato, di diventare ricchissimi ed ambire a quel “lusso”.
Ha concesso di avere una parvenza di potere decisionale, mediante lo strumento delle elezioni, all’interno però di una dialettica contrattuale con le estensioni dei centri di potere, ovvero i partiti moderni (non più rappresentanti del popolo come lo erano un tempo), mediatori possibilmente, però, a vantaggio della parte forte e privilegiata della società; e, infine, ha concesso a noi del “popolo” una cosa che prima potevano permettersi solo gli aristocratici e i borghesi, ossia l’Amore, la possibilità di innamorarci e di amare per tutto il corso della vita.

Questa forse è l’unica concessione che ci è stata data, forse perché, tutto sommato, era funzionale al sistema. Manzoni, scrivendo i promessi sposi, ci rammenta che due poveracci non potevano amarsi tra loro liberamente. Ma ricchezza, democrazia e amore sono le tre chimere che ci vengono continuamente proposte dai “mainstream” come paradigmi sociali alla quale tendere, e che finiscono per diventare una trappola, essere funzionali a quel pensiero economico unico, di tipo liberista, che sostiene che vi siano dei “traini” che vanno incentivati, che produrranno l’espansione dell’economia che porterà ricchezza a tutti.
“Quando giungerà la marea”, sono soliti dire i paladini di questo pensiero unico, “si solleveranno sia le barche grandi che quelle piccole”. Per cui, incentiviamo il grande capitale ad avere mano libera, che la ricchezza, lo sviluppo, raggiungerà tutti, compresi gli abitanti dei paesi poveri del mondo, che sono il reale motore produttivo dell’umanità. E tuttavia, è ampiamente dimostrato, ormai, che non c’è un automatismo tra espansione dell’economia e distribuzione di ricchezza, soprattutto in relazione all’occupazione.

Mi risuona un pensiero: “gli “altri” sono il nostro “specchio”! Perché mi risuona sempre di più? Si può ancora ipotizzare la permanenza del senso “dell’umanità” in un mondo sempre più alla mercé del profitto? Si può ancora ipotizzare lo sfruttamento del “bisogno” che permette di accettare qualsiasi cosa? Si può ancora ipotizzare che la “felicità” sia un diritto inalienabile e strettamente legato alla dignità individuale? Qui si parla della scomparsa della classe media, che sarebbe quella che sta in mezzo a chi sta su e chi sta giù…. che squallore! Si può parlare di “persone” e non di “classe”? Altrimenti mi vien da pensare ad un cuscinetto che serve solo ad ammortizzare gli scossoni, però è chiaro che il destino più “ricco” sarà per pochi, di questo passo. Ma “ricco” di che? E se riducessimo i “bisogni”? La vedrei dura per le multinazionali, se la gente riprendesse “il controllo” e reimparasse a guardarsi attorno, magari negli occhi, troppa fatica, vero? Mi domando: “è dura, vero Vero?”

Il senso dell’umanità è in crisi, nonostante l’avanzare della cultura e degli istituti democratici. Per prima cosa si è perso il senso della terra, che era il collante della società. Oggi diventa un caso nazionale l’uccisione di un orso, o un caso regionale l’uccisione di un criceto, e così si fa emergere il sacro senso di natura che è sotterrato dal quotidiano, ma che è là sotto, dentro di noi, vivo e vegeto.
Poi di quello che accade alla Foresta Amazzonica e agli esseri umani che lì ci abitano, poco ci importa. Il senso della terra ci è stato sottratto con un distacco culturale che è stato imposto dalla cultura del mercato. Lo abbiamo privatizzato, il sentimento della terra, recintato, murato, rinchiuso dall’ossessione per la “privacy”, trasformato in un giardinetto o in un vaso con fiori da innaffiare con cura. Poi se l’olio di palma presente in molti alimenti distrugge le foreste dell’Indonesia, e di tutto quello che accade fuori dalla nostra porta, pazienza.

Ci hanno convinto che il nostro destino prescinde da quello della terra che ci circonda. Il passo successivo è stata la frantumazione del senso di umanità, che, a mio parere, corre seri rischi. C’è una carica di violenza sottaciuta, come un serpente che striscia nelle viscere della terra, che riemerge, ad esempio, su internet di tanto in tanto, che non fa ben sperare. Credo che la svolta di tutto questo sia riavvicinarsi alla terra, farla produrre, concentrarsi sulle cose davvero belle della vita, e abbandonare le persone misere e ricche di cose materiali a loro triste destino, senza agognare di essere le loro scimmie o i loro cani da guardia.

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