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Mediterranea | January 16, 2019

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Ambrogio Fogar, la Vita in Viaggio

Ambrogio Fogar, la vita in viaggio
Gaetano Cataldo

Seppur con mestizia sapeva ancora sorridere e, nonostante le sue condizioni fisiche, si prodigava ad aiutare il prossimo, stringendo i denti, il vento nelle vele e tenersi in corpo quel suo animo incorruttibile da esploratore, quella forza indomabile e quella perseveranza da uomo di mare che lo ha condotto sin dove ha desiderato andare. Si, Ambrogio Fogar era un uomo che sapeva sorridere con l’aspredine in gola e, come pochi e a dispetto di tutto quello che è riuscito a compiere in vita, mantenere un atteggiamento modesto, sereno e rassicurante per quanto la vita, scelta da lui stesso e perseguita fino alla fine, lo abbia costretto fin troppo alle correnti avverse e a sovrumani sacrifici.

Ambrogio Fogar, nato a Milano il 13 agosto 1941, si è spento nella città natia a causa di un attacco cardiaco il 24 agosto 2005, sopportando umanamente e con dignità fatiche, dolori e invidie; ma le tappe che lo hanno reso un mito unico nel suo genere sono ben altre e in ciascuna prova sostenuta ha sempre profuso il meglio di sé spingendosi oltre il limite.
Navigante, esploratore, scrittore e conduttore televisivo, un profilo umano straordinario, eclettico forse, ma davvero esemplare e meritevole di ogni lode e rispetto.

Ancora giovanissimo si dedica già, anima e corpo, all’avventura e all’emozioni della scoperta: a diciotto anni attraversa per ben due volte le Alpi con gli sci, inizia ad appassionarsi al paracadutismo e al volo acrobatico; al 56° lancio, a causa di un inconveniente tecnico, viene messa a repentaglio la sua vita ma riesce a scamparla per un pelo e, per niente deciso a fermarsi, successivamente riesce persino a guadagnarsi un brevetto di pilota per velivoli acrobatici; non ci metterà molto a innamorarsi del mare e, infatti, nel 1972 compie in solitario la traversata dell’Atlantico del nord… col timone in avaria per quasi tutto il tempo; nel ’73 partecipa alla regata Città del Capo-Rio de Janeiro. Alla fine dello stesso anno ha inizio una delle sue più grandi imprese sul mare: il 1° novembre salpa per il giro del mondo in solitaria con il “Surprise” ( barca armata a sloop, bomata e con un solo albero su cui vengono generalmente inferite una vela di maestra e un fiocco), navigando da est verso ovest con le correnti contro; riesce a portare a termine con successo la traversata il 7 dicembre del ’74, entrando di fatto nel gotha di navigatori del calibro di Joshua Slocum, Bernard Moitessier, Francis Chichester e Chay Blyth.

Le partecipazioni alla O.s.t.a.r. insomma, (la regata oceanica che si tiene ogni 4 anni con partenza da Plymouth e arrivo a Newport organizzata dalla “Royal western yacht club”), in particolare quella che vide Fogar a bordo di un piccolo catamarano non pontato, furono esperienze che l’avventuroso milanese racconterà in seguito nei libri “Il mio Atlantico. 1972: transatlantica in solitario Plymouth-Newport”; “1973: seconda regata atlantica Cape Town-Rio de Janeiro” e “Messaggi in bottiglia. Da un catamarano in mezzo all’Atlantico” editi rispettivamente nel ’73 e ’76.
Dopo essere salpato il 19 gennaio ’78 dal Mar della Plata, nel tentativo di compiere il periplo dell’Antartide per poi approdare a Ushuaia, il “Surprise”, probabilmente abbordato da un’orca o da un pesante oggetto alla deriva, affonda mentre Fogar e il suo amico Mauro Mancini trovano scampo gettando in mare una zattera pneumatica tipo “avon 4” poco prima. Con scarsi viveri a bordo (acqua, poco zucchero, un pezzo di pancetta e 2 cormorani successivamente uccisi a colpi di remi) i due andranno alla deriva per ben 74 giorni sospinti in direzione nord est; quando verranno recuperati in fin di vita da un cargo battente bandiera greca il 2 aprile 1978 a ben 200 miglia a nord delle isole Falkland avranno perso entrambi moltissimo peso corporeo, provati dal freddo e dalla fame, e in fin di vita.

Purtroppo però, a soli 2 giorni dal recupero, Mauro Mancini, giornalista de “La nazione”, velista italiano di fama ed autore della celebre collana “Navigare lungo costa”, morì di polmonite e quando sbarcarono la salma a Città del Capo il volto di Fogar era evidentemente segnato, più che dalla sofferenza fisica, dal rimorso per essere sopravvissuto.
E per l’essere sopravvissuto gliene fecero una colpa al rientro, tralasciando ogni delicatezza, di ricordare quanto potesse pesare la perdita di un amico, quanto potesse essere già di per sé una crudele punizione del destino essere in vita con un perenne lutto dentro. Ma Fogar e il compianto Mancini erano validi uomini di mare e ben sapevano a cosa andavano incontro; le polemiche purtroppo continuarono: venne scoperto che parte del libro “400 giorni intorno al mondo” (praticamente il diario di bordo della sua circumnavigazione del globo pubblicato nel ’75 e divenuto in breve un best seller, a cui seguì “Il giro del mondo del Surprise” del ’78) era ispirato ad altre opere ed alcune pagine addirittura copiate da un libro di John Guzzwell, navigatore inglese partito dal British Columbia col “Trekka”, un 21 piedi da lui stesso costruito, compiendo il giro del globo; l’accanimento su Fogar era tale da voler persino mettere in discussione la veridicità dell’impresa, ma di fatto l’impresa fu compiuta e neanche riuscirono a scalfire o sottrarre i meriti letterari per aver scritto “Il mio atlantico” nel ’74 e “La zattera” nel ’79, entrambi vincitori del Premio bancarella “sport”.

E poi lontano dalle gelosie e dalla meschinità, Fogar tenta di rimettersi in piedi immergendosi nella purezza selvaggia dell’Alaska.
In quelle terre Fogar imparò a stare in contatto coi cani da slitta e a condurli lungo i percorsi ghiacciati, affrontare forse quel freddo che si portava dentro dal momento della disgrazia in Antartide e scacciarlo; successivamente si trasferì nella regione dell’Himalaya e poi in Groenlandia. Il suo obiettivo era quello di trovare la tempra e la serenità necessaria per attraversare il Polo Nord in slitta, con l’unica compagnia del suo nuovo amico Armaduk, un Siberian husky; di seguito Fogar si recò verso quell’ampia coltre di ghiaccio e quando la spedizione al polo andò a buon fine ci furono ancora polemiche: le comunicazioni via radio si interruppero perché Armaduk mordicchiò l’antenna ma l’esploratore fu accusato di aver riportato il fatto al solo fine di creare notizia e, per quanto lo stesso Fogar ammise di essersi fatto aiutare da un aereo, sospettando la fragilità del tratto di banchisa che stava attraversando facendosi trasportare per 180 km, insinuarono che gli spostamenti maggiori con la slitta, inverosimilmente rapidi, avvennero proprio durante il silenzio radio e grazie al continuo supporto di un velivolo; “Verso il polo con Armaduk” dell’83 è il libro con cui Fogar descrive cosa provò in quei lunghi giorni in quella gelida landa, bianca e desolata.

Era forte Fogar, perché più di una volta crollò, minato nel fisico e nel morale, assillato
psicologicamente dagli amari ricordi e da quanti tentarono di gettare fango su quanto si propose in animo suo di fare e fece davvero. Era forte e si rialzò, le disavventure neanche scalfirono la sua gentilezza nei modi e quel suo tono pacato con cui interagiva con le persone. Era così coraggioso da esporsi in prima persona nonostante tutto, dal non voler lasciar perdere quanto di grandioso e affascinante avesse scoperto durante le prove che volle affrontare senza mai voltare le spalle, tanto da raccontarsi su “Il corriere dei ragazzi”, esperire in qualità di direttore della rivista “Molto interessante” e collaborare con la “Gazzetta dello sport” e “No limits world”.
Per sette anni girerà il mondo con una troupe televisiva, filmando paesaggi straordinari da angolazioni inedite e di rara bellezza in condizioni molto rischiose; filmati che diventeranno dei veri e propri documentari commentati da lui stesso nel riuscitissimo programma anni ’80 “Jonathan: dimensione avventura”, antesignano in Italia di trasmissioni culturali basate su tematiche ambientali, vita e sport estremi, ideato da lui stesso.

Fogar non si adagiò alla vita comoda e alle lusinghe della televisione e volle scoprire anche il deserto partecipando a tre edizioni della Parigi-Dakar e a tre rallies dei faraoni. In Turkmenistan il 12 settembre 1992, durante il percorso Pechino-Parigi, restò vittima di un terribile incidente: il fuoristrada di cui lui e Giacomo Vismara costituivano l’equipaggio si capovolse e Fogar ne uscì quasi totalmente paralizzato a causa della frattura della seconda vertebra cervicale.
Da quel tragico incidente comincia la sua impresa più ardimentosa: vivere nonostante la terribile infermità, farlo con dignità e restare sé stesso!
Fogar ci riesce ancora tanto che nel ’97 partecipa al Giro d’Italia a vela che lo vede impegnato quale testimonial per una campagna di raccolta fondi per delle associazioni benefiche in favore dei disabili e per la lotta di Greenpeace contro la caccia alle balene. Fogar, su una sedia a rotelle basculante, è ancora un uomo libero, un uomo di mare capace di stringere i denti, stringere il vento nelle vele e, con indomito coraggio, con tutto il cuore, farsi portavoce di un forte segnale di speranza destinato a coloro i quali la vita mette realmente a dura prova con gravi infermità capaci di spezzare schiene, arti e forza di volontà… non arrendersi mai!
Fogar è stato insignito del titolo di commendatore dell’ordine al merito della repubblica italiana, della medaglia d’oro al valore marinaro, in suo onore un asteroide scoperto nel ’98 porta il suo nome, “ambrofogar minor planet 25301” ed è citato in “Non mollo” e “Nella scena”, due brani musicali del cantante Fabri Fibra; la figlia Francesca gli dedica un libro “Ti aspetto in piedi”.

Oltre ai libri menzionati si ricordano “L’ultima leggenda” del ’77, “Sulle tracce di Marco Polo” dell’83, “Solo. La forza di vivere” del ’97, “Contro vento. La mia avventura più grande” e “Quando c’era superman. l’ultima avventura più grande”, rispettivamente pubblicati nel 2005 e 2006.
La zattera sulla quale Fogar e Mancini condivisero le asperità del naufragio è stata donata dalla famiglia Fogar al “Galata” museo del mare a Genova e rappresenta oggi un frammento della grande storia della marineria italiana.
“È la forza della vita che ti insegna a non mollare mai anche quando sei sul punto di dire basta. Ci sono cose che si scelgono e altre che si subiscono. Nell’Oceano ero io a scegliere, e la solitudine diventava una compagnia. In questo letto sono costretto a subire, ma ho imparato a gestire le emozioni e non mi faccio più schiacciare dai ricordi. Non mi arrendo, non voglio perdere”, diceva nei suoi ultimi giorni e ” i vincitori rappresentano per un attimo l’uomo o la donna insuperabili. splendono sul podio distinguendosi per qualche minuto dal resto dell’umanità. chi arriva secondo, invece, rappresenta l’umanità”.

Fogar non ha mollato mai e, pertanto, ha difeso con le sue imprese e la sua esistenza quanto ha sempre detto e pensato; non si è misurato nelle difficili prove che ha affrontato per il gusto del “bel gesto” o per assurgere a chissà quale gloria, più che sfidare le forze della natura ha cercato di imparare a conoscerle e rispettarle. Ha cercato, e forse trovato, quel linguaggio dimenticato dall’uomo che lo ha riunito poi alla montagna, al mare e al deserto e a tutto quello che circonda chi è alla ricerca di risposte che danno significato alla vita, sin quando lui stesso, sfidandosi, non è diventato anch’egli una forza della natura, un vincente che, senza salire sul podio, ha preferito restare coi piedi per terra e in mezzo all’umanità, sforzandosi a tutti i costi di trasmettere quanto i grandi sogni, le grandi avventure e le grandi imprese possano essere realizzate anche dall’uomo comune, pur nella sofferenza e nella malattia, poiché solo col sacrificio si ottengono quelle cose preziose che arricchiscono l’esistenza di ciascuno; ciò che poi è accaduto non è stata sfortuna o imperizia, ma l’andare incontro al proprio destino come solo un mito del coraggio e della perseveranza poteva fare. L’uomo che ci ha fatto conoscere la vita in viaggio, e ancora meglio il viaggio della vita.

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