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Mediterranea | December 18, 2018

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3 Commenti

Abilità perdute - Mediterranea

Abilità perdute
Gabriella Dessi

Tempo fa ho frequentato un corso che insegnava a creare cesti. Uno di quei corsi che si fanno per curiosità, quasi per scherzo. Ma la riflessione che ne è scaturita dopo mi ha fatto capire che ci sono saperi che si trasmettono e che non hanno niente di banale o ironico. 

Ho iniziato a capire che ciò che mi veniva trasmesso era un’abilità che per anni, per secoli, ha contribuito al sostentamento di chi praticava quest’arte e nel contempo il frutto di quel lavoro era un’essenziale oggetto nella vita di tutti. Mi chiedo cosa possa essere definito abilità e se il valore di quest’abilità cambi col cambiare dei tempi.

Mio nonno faceva il ciabattino. Ricordo, ancora piccola, i vicini di casa che contenti andavano via con le loro scarpe rimesse a nuovo. Avrebbe senso oggi lo stesso lavoro? Me lo chiedo perché, a dispetto di chi dice che sia facile reinventarsi, io credo che non lo sia per nulla e che inserire un’abilità in un mondo che corre non è così facile come sembra. Eppure fortemente credo che in tutto questo movimento, in tutto questo correre, negli enormi abissi che si presentano di fronte a chi ha ancora un’andatura lieve e lenta, forse riprendere da questi piccoli, importanti, saperi potrebbe essere una via d’uscita. Mi chiedo se non siamo arrivati ad un punto in cui riprendere antiche abitudini, svecchiandole e adattandole a noi, non sia una strada percorribile per uscire fuori da questa impasse che pare legare tutti. La Sardegna, soprattutto, soffre di mali che sembrano incurabili quali la disoccupazione, la sfiducia dei giovani verso il futuro, l’abbandono della scuola. Non esiste un’unica ricetta che curi tutti i mali ma se mi guardo intorno vedo sempre più persone che puntano sulla rivalutazione di gesti che parevano dimenticati.

Orti curati con rispetto, mettendoci sudore e fatica, piccoli gioielli creati da mani esperte, tessuti che nascono dai telai. Non come gesti anacronistici o di ribellione contro il presente e la tecnologia, no. Semplicemente come alternative, come piccole strade che i nostri antenati hanno percorso e che ora qualcuno percorre al posto loro, spianando la strada per altri. La scuola forma, sicuro, ma sta all’individuo portare la propria identità in ciò che fa, e non ci deve essere timore nel cercare una linea comune fra passato e presente, nel traghettare verso il futuro delle abilità che potrebbero perdersi e che sempre più sembrano essere, se non disabilità, almeno delle peculiarità di poco conto.

Intrecciare, riparare, seminare, sono gesti che sembravano scomparsi ma che lentamente qualcuno sta usando per uscire da una situazione di terribile stasi che pare inghiottire tutti. Un gesto può essere considerato abilità in quanto tale, ma di sicuro lo diventa se viene messo in un contesto capace di capirlo e apprezzarlo. Non esistono individui capaci o incapaci. Tutto dipende dalla rete di persone e dall’ambiente attorno. Dobbiamo imparare ad inserire ogni singolo con le sue peculiarità all’interno della nostra società che sta diventando di giorno in giorno più multiforme. Amare la diversità in quanto portatrice di ricchezza, di valore e non relegarla a carattere minore e quindi minoritario. Intrecciando cestini ho imparato gesti che sono stati ripetuti da secoli e se anche mi rendo conto che non viviamo in un mondo che può fermarsi per stare al passo di chi passa ore vicino ad un fiume a scegliere la giusta verga, so anche che questa persona non deve essere considerata inadatta a questo mondo. Deve poter trovare il suo spazio, la società deve includerlo e valorizzare questo sapere affinché non si perda. Se c’è una disabilità in questo mondo è quella di accettare la perdita del sapere con troppa facilità.

Credo in chi spende la sua vita assorbendo sapere e al contempo rilasciandolo a chi ha voglia di assorbirlo a sua volta. Credo in un mondo che va avanti senza lasciare nessuno indietro, senza che il valore di una persona valga in base alla quantità di denaro che sa produrre. Ci sono beni che non si possono conteggiare, calcolare, rendicontare. Ci sono beni che sono la nostra identità, bene comune che ci identifica come società. Non possiamo solo essere massa. Possiamo e dobbiamo essere singoli che si aiutano. Che rivalutano persone e oggetti. In un momento storico dove ‘usa e getta’ è la password di preferenza per ogni gesto forse fermarsi a sostenere lo sguardo di chi tenta di rivalutare, rimettere in vita, di far riemergere qualcosa che stiamo seppellendo, potrà servire a risalire la china, a includere nel gruppo anche chi viene escluso perché non rispondente ai canoni supersonici e superficiali del momento.

Forse riusciremo a scoprire che intrecciare è un gesto che aiuta a includere e a saldare, che riparare una scarpa rotta salva il ricordo di tutti i passi messi, che mangiare un frutto costato il lavoro del contadino permette al frutto e al contadino dignità. Che insegnare un lavoro è sempre un bene, impararlo può cambiare la vita. Che non esistono persone al mondo che siano inutili. Chiunque, a questo mondo, apporta ricchezza o perlomeno confronto.

Riscoprire in noi e in chi ci sta accanto quel piccolo seme di sapere e custodirlo, farlo fruttare, ecco l’abilità da salvare.

Commenti

  1. Erica Verducci

    brava Gabriella! articolo originale e interessantissimo! un’ottima idea 😉 e poi mi piace tanto come scrivi..

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