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Mediterranea | November 13, 2018

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70esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, seconda parte - Mediterranea

70esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, seconda parte
Giulia Palomba

L’umanità che emerge dalle proiezioni della 70esima edizione della Mostra del Cinema è turbata, violenta e spesso inconsolabile: nel proprio egocentrismo fa i conti con la sessualità repressa, con la propria interiorità lacerata che deflagra all’esterno in atti estremi, intensi o si chiude silenziosamente nella rassegnazione.
L’uomo è solo, in un abitacolo di un auto, davanti allo schermo di un mega computer, o in una piccola cella. E se molte delle opere presentate non sembrano in grado di vantare una potenza espressiva tale da essere ricordate nel futuro, queste, saranno quantomeno inscrivibili nella costellazione amara e spiazzante che riflette il volto dell’umanità sulla volta celeste.

Gianni Amelio, atteso a Venezia con il suo film in concorso L’intrepido, interpretato da Antonio Albanese, riceve qualche immeritato fischio in sala. Appare difatti ingiustificato accanirsi su un film dalle nobili pretese sebbene non riesca del tutto a soddisfarsi: il confronto con gli applausi concessi a Parkland dà da pensare.
La crisi – economica ed emotiva – di Antonio Pane (precario la cui mansione consiste nel sostituire lavoratori assenti in qualsiasi ambito) e delle persone che gravitano attorno a lui (il figlio e l’amica) sono trattate delicatamente, senza esplicitare la disperazione interiore.
La macchina da presa rispetta con pacatezza l’emotività delicata dei personaggi, muovendosi sulla scena plumbea di una Milano invernale con eleganza e leggerezza.
Nel sussurrio di voci di chi non osa chiedere di più, Antonio più di tutti sembra tentare ardentemente d’imprimersi – nonostante tutto – un sorriso sul viso, alla ricerca di una vita leggera.

Preceduta dal piacevolissimo cortometraggio d’animazione di Edoardo Natoli – Secchi – viene presentata alla Giornata degli autori l’ultima opera di Daniele Gaglianone: La mia classe.
Valerio Mastandrea interpreta il ruolo di un insegnante d’italiano presso una scuola serale per stranieri, quand’ecco che esce dal suo ruolo e dalla scena, sconfinando nella realtà. La macchina da presa si articola in due differenti rappresentazioni: una scenica e una documentaristica, intrecciando i livelli e regalando una sana confusione nella quale i piani diventano interdipendenti e ci si perde piacevolmente.

Nel corso del film e dunque delle lezioni di italiano apprendiamo i trascorsi degli studenti/attori, la loro solitudine e negli attimi di pausa dalla finzione, i loro drammi attuali, quali la revoca del permesso di soggiorno e la conseguente paura di dover far ritorno al proprio Paese: Gaglianone tratta il tema dell’immigrazione senza abbandonarsi al finto buonismo caritatevole.

Tra i banchi di scuola sviluppiamo un’empatia senza false sfumature, forse sorretti e incoraggiati dall’interpretazione di Valerio Mastandrea: professore dall’atteggiamento freddo e distaccato, tipico di chi ha familiarità con dinamiche che per quanto tragiche formano il callo.

Il regista – anticipando le domande della stampa – depenna lo stile Docu-fiction dalle sue intenzioni: si augura che lo spettatore vada oltre, smettendo di porsi il problema:
ma questa scena è reale o stanno recitando?
La risposta é: “E’ stata vera finzione”.

Matteo Oleotto presenta invece il suo primo lungometraggio nella sezione Settimana della critica. Zoran, il mio nipote scemo è una commedia solida e ben strutturata: nel Carso Goriziano, Paolo Bressan (Giuseppe Battiston) è un uomo separato e ormai solo, ignavo lavoratore ma quotidianamente dedito al vino che tipicamente si “degusta”/ tracanna nelle caratteristiche osmize.

“Chi lassa el vin furlan, Xè proprio un fiol de un can”, cantano.

A interrompere la sua inconsistente routine quotidiana sarà il nipote scemo, Zoran, quindicenne residente in Slovenia rimasto orfano e legalmente affidato all’unico parente rimastogli: lo zio. Il film concede molti momenti d’ilarità, coloriti dai toni che la gradevole fotografia opera sull’immagine. Il linguaggio filmico è pulito e senza azzardi, la trama piacevole. Le visioni internazionali incisive degli ultimi giorni si contano – ancora una volta – sulle dita di una mano.

L’opera inglese fuori concorso Locke di Steven Knight riceve consensi dal pubblico e dalla critica, questa volta giustificati. Il film si svolge in un unico ambiente, l’abitacolo di un automobile, e la sua durata corrisponde a quella di un viaggio notturno in direzione di un ospedale di Londra; il costante aumento di climax, completamente delegato ai dialoghi, sembra riecheggiare Carnage di Polanski: l’unico protagonista è Ivan Locke (Tom Hardy ) il quale, nel corso di un’ora e mezza, mette in discussione – telefonicamente –  la sua intera vita (il lavoro, la famiglia): vuole redimersi dal peccato originale ereditato dal suo odiato padre. Locke si confronta con sé stesso in uno speciale viaggio iniziatico in grado di mantenere viva l’attenzione e la tensione per tutta la sua durata.

L’atteso film di Kim Ki-duk, regista coreano vincitore del Leone d’oro lo scorso anno con Pietà, divide la critica: c’è chi chiama il genio e chi invece, avendo oramai appuratone le capacità indiscusse, mette in dubbio razionalmente la potenza di questa ultima singola opera. Moebius non risparmia niente e nessuno e chi è facilmente impressionabile forse ha delle buone ragioni per voler rimanere fuori dalla sala.
La violenza tuttavia è solo il mezzo più facile per esprimere il disagio dell’umanità; molto più forte il silenzio che priva l’intera pellicola di qualsiasi dialogo: solo ansimi e grida. Il linguaggio è asciutto e privo di qualsiasi lirismo.
Un padre di famiglia tradisce la moglie che in un istante d’ira decide di evirarlo nel sonno; non riuscendoci, la sorte della mutilazione si riversa sul figlio.
Il padre, sentendosi responsabile, decide di eseguire anch’esso l’evirazione per “avvicinarsi” alla condizione del ragazzo. Avrà inizio una ricerca esasperata – a tratti decisamente grottesca – di nuovi metodi (dolorosi) per indursi piacere, autonomamente o a vicenda, in un tripudio di stupri, masturbazioni, incesti e coltellate.
“È un film sulla famiglia, sulle dinamiche che il sesso e i genitali provocano all’interno di un nucleo familiare. Che però può essere rappresentativo della società di oggi, sconvolta da tensioni e difficoltà drammatiche”, afferma il regista.

La sessualità torna con Xavier Dolan in Tom à la ferme: quarta opera del regista canadese ventiquattrenne sulla non-accettazione sociale dell’omosessualità. Sviluppa anch’esso una dicotomia di pulsazioni interiori opposte: passione e tortura, amore e odio.
Tom (Dolan) si reca da Montreal fino alle campagne del Quebec per raggiungere la madre e il fratello del suo compagno defunto in occasione del funerale.
Si trova qui costretto con la violenza (dal fratello instabile) a mentire riguardo la sua identità per non ferire la sensibilità della madre che credeva suo figlio eterosessuale.
Tom viene letteralmente sequestrato e costantemente percosso, tuttavia decide di rimanere accanto alla sua nuova “famiglia”, quasi voglia espiare il suo senso di colpa, oscillando ancora una volta tra accettazione e ribellione.
La riscoperta di un rapporto “più vero” con la terra nelle pianure del Quebec entra in contraddizione con il perenne stato di menzogna con il quale il protagonista è costretto a fare i conti.
Film fisico che non ha paura di avvicinarsi ai dettagli di una carne tagliata, violentata; il suono sostiene fermamente le immagini singhiozzanti e ipnotiche che sembrano abilmente tradurre il turbinio emotivo del protagonista; l’eccessiva privazione e costrizione della verità scaturisce una coltre fitta di dubbi e falsità che sconfina – purtroppo – nel Thriller, perdendo probabilmente in profondità e magnetismo.
Svariate le opere presentate come solida controparte di film che si ostinano a mettere in scena problematiche socio-antopologiche dell’uomo contemporaneo – ormai non più contemporanee – come The Zero Theorem (un Terry Gilliam che spreca la sua rinomata forza immaginifica per rifilarci un tanto ammaliante quanto banale riponimento della soggiogazione dell’uomo alle macchine e alla virtualità).

White Shadow (Settimana della critica) di Noaz Deshe è un’abile messa in scena romanzata delle terribili sorti degli albini in Tanzania, trasposta visivamente attraverso un linguaggio documentaristico; Feng ai (‘till Madness Do Us Part) – fuori concorso di Wang Bing – documenta invece il limbo animalesco in cui vivono circa 100 internati di un manicomio nel sud-ovest della Cina.
Un ridondante attraversamento circolare dei ballatoi esterni, dalle cui sbarre s’intravede il cortile; la macchina da presa entra ed esce compulsivamente dal labirinto di celle identiche ove giacciono uomini quasi sempre dormienti, che si coprono e si scoprono, si vestono e si svestono con ritmo costante e ripetuto; le deiezioni si espletano sul pavimento o dove capita e niente entro quelle sudice mura sembra aver preservato un briciolo di dignità. Gli uomini si toccano e si abbracciano tra di loro, dormono insieme, alla ricerca di calore e fisicità o semplicemente di un corpo con il quale scaldarsi durante l’inverno.

La prolissità dell’opera (227 minuti) è funzionale – sebbene estenuante: per quasi quattro ore si è immersi nel girone dantesco dei dannati, ove i giorni e le ore trascorrono senza distinzione, in attesa.

Jiaoyou (Stray Dogs) di Tsai Ming Liang (ultima opera per il regista taiwanese) è forse la messa in scena più incisiva dell’interiorità umana, tra le opere proposte.
Lavorando costantemente sull’aporia tra interno ed esterno, il regista traduce nell’ambiente circostante ciò che i personaggi covano dentro se stessi.
L’uomo è spesso umile ospite dei grandi campi lunghi che ritraggono i paesaggi preponderanti; inquadrature fisse pongono davanti ai nostri occhi ambienti da esplorare, nei quali siamo chiamati a partecipare, a inserirci emotivamente.
In una Taipei spesso piovosa, tra grandi boschi o cupe strade trafficate, due bambini (un maschio e una femmina) vagabondano alla ricerca di cibo; la sera si ritrovano con il padre in un edificio abbandonato per trascorrere la notte. Lui guadagna qualche soldo lavorando come uomo-cartello; in un supermercato invece lavora una donna, che di notte vaga sotto la pioggia, si arrampica sugli alberi e si reca in un edificio abbandonato dove giacciono cani randagi a cui porta del cibo.

I corridoi fantasma appaiono viali ciottolati e un grande trompe l’oeil sulla parete di una grande sala sconfina in una distesa di ciottoli, forse in riva al mare.
La pioggia incessante invade gli edifici che “piangono” e conservano memoria delle loro lacrime: rivoli bianchi tra il nero della muffa diventano una campitura estetizzante.
E si ritrovano lì, tutti e quattro, dopo che la donna entra nella loro vita, dopo una straziante scena saturnina in cui il padre soffoca e divora un cavolo che giace nel letto, il nuovo membro della famiglia acquistato dalla bimba al mercato.

L’Uomo sembra in balia del caos che ordina, continua ad abitare il proprio dolore esteriorizzato. Non si oppone al suo destino e alle contingenze, ma nella pacatezza dell’immobilità in cui spesso risiede medita, si perde, soffre, piange.

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