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Mediterranea | December 12, 2018

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Ridere è una cosa seria: brevi riflessioni sugli aspetti onto-antropologici della risata - Mediterranea

Carmen Bilotta
Aristotele e Platone

Aristotele e Platone

Fenomeno umano tra i più complessi e affascinanti, da sempre al centro di discussioni e dibattiti, la risata quotidianamente permea la nostra vita individuale e sociale e da sempre suscita la curiosità dei filosofi, oltreché di poeti e scrittori che, riconoscendole un ruolo centrale in ogni sistema sociale oltre che i caratteri di un potente mezzo di comunicazione fra gli uomini, ne hanno fatto l’oggetto di una ricerca seria e complessa.

Perché si ride? Cosa suscita il riso? Nel corso della storia sono state date valutazioni differenti sul valore della risata, sebbene solo a partire dal XX secolo gli sia stata riconosciuta la legittimità di area degna di studi empirici. Recentemente sono state proposte diverse classificazioni delle teorie nate intorno alla risata e che potremmo far confluire in almeno due prospettive teoriche principali: sociale /comportamentale (o della derisione) e conoscitivo/percettivo (o dell’incongruenza).

Lo studio di questo importante e controverso comportamento umano ha origini molto lontane: risale al pensiero di Ippocrate e Galeno, i quali attribuivano ad esso la potenzialità di condizionare, migliorandola, la salute, grazie alla sua funzione liberatoria di sostanze benefiche per l’organismo. Furono, tuttavia, i filosofi greci a studiare in modo sistematico il fenomeno della risata. Abituati al pensiero rigoroso, la loro prima reazione rispetto alla spregiudicatezza di impulsi e di forme del comico fu nettamente sfavorevole. Essi scorgevano in esso solo una forza turbatrice dell’ordine costituito, capace di produrre un vero e proprio sconvolgimento nell’animo umano e di lasciare l’uomo in preda a sensazioni incontrollate e ingestibili. Questa prima incomprensione è incarnata dalla figura di Platone che lanciò tre accuse contro la poesia comica: quella di condurre l’animo umano alla volgarità; quella di porre in ridicolo e beffeggiare uomini illustri e dei; e quella più grave di tutte, di sconvolgere l’equilibrio della nostra psiche.

Tale incomprensione, tuttavia, non durò a lungo; Platone stesso, si rese conto dell’esagerata intransigenza della sua condanna, tanto che nelle ultime opere, e in particolare nel Filebo, giungerà a riconoscere al “comico” non necessariamente un atteggiamento aggressivo, a patto che l’atteggiamento di chi beffeggia sia mosso da innocue intenzioni. Proprio il concetto di necessaria innocuità del ridicolo diverrà uno dei capisaldi della dottrina aristotelica. Aristotele, nella Poetica e nella Retorica, infatti, non solo sosterrà l’innocuità del riso, ma attribuirà ad esso i caratteri di una forza intimamente sociale, di coesione e di equilibrio tra gli uomini.

Un aspetto importante del pensiero aristotelico, che sarà ripreso nelle teorie contemporanee, consiste, dunque, nel riconoscere la natura sociale della risata. Se il riso, da un lato produce una felice disposizione interiore, dall’altra, proprio questa disposizione produrrebbe la benevolenza verso chi ci circonda, per cui chi ride desidererebbe subito comunicare il riso ai propri simili.
Se dall’antichità ci spostiamo al Seicento, rispetto alla concezione della risata qualcosa inizia a cambiare con Hobbes, il quale formulò la cosiddetta “teoria della superiorità”, secondo cui la risata altro non sarebbe che una “gloria improvvisa” che scaturisce nel momento in cui cogliamo una qualche nostra superiorità confrontandoci con le debolezze e le infermità altrui, o quando improvvisamente ricordiamo una nostra follia o debolezza passata. Questo compiacersi dei limiti altrui affonda le sue radici in un’aggressività di base che l’uomo ha per i suoi simili e che lo induce a godere dei difetti altrui. Nel De homine il pensiero di Hobbes si precisa ulteriormente ed egli afferma che gli elementi che muovono al riso sono tre congiunti insieme: sconvenienza, estraneità e subitaneità. In senso universale, la passione di chi ride consisterebbe nell’improvviso riconoscimento della propria bravura, a causa di una sconvenienza altrui. Infatti, non si ride in genere che per qualcosa di improvviso e le medesime persone non ridono più volte della medesima cosa. Inoltre, non si ride delle sconvenienze di amici o familiari, perché non ci sono estranee.

Le teorie raggruppate in questa prima classe dette anche “della derisione” si basano per lo più sull’osservazione che noi ridiamo delle debolezze di altre persone, soprattutto quelle dei nostri nemici. La risata nasce, infatti, nel momento in cui, confrontandoci vantaggiosamente con altri, ci sentiamo meno deboli, meno sfortunati, meno stupidi.
Gli approcci che si focalizzano sui processi cognitivi coinvolti nella percezione dello stimolo umoristico si basano invece sull’incongruenza. Concetto centrale e comune a queste teorie è che la risata nasce dall’insolito collegamento di idee o situazioni generalmente dissimili e incompatibili; il vissuto di incoerenza ha come risultato una reinterpretazione della situazione e il riso deriverebbe dal piacere di individuare dei collegamenti inattesi tra le idee.

Tra gli studiosi che hanno sostenuto questa prospettiva vale la pena ricordare: Kant, Scopenhauer e Bergson.
L’ipotesi kantiana si colloca tra le teorie intellettualistiche che individuano l’origine del riso in un atteggiamento puramente intellettuale, in una modificazione della nostra attività di pensiero. Kant ritiene che in tutto ciò che è capace di muovere al riso, deve esserci qualcosa di “assurdo”. In altre parole, noi non rideremmo perché ci sentiamo più intelligenti o per qualcosa di piacevole che l’intelletto ci fa scorgere nel fatto in sé, ma piuttosto perché la nostra aspettazione tesa all’inizio ad un tratto si risolverebbe in un nulla. Il riso sarebbe il risultato di una subitanea distensione che segue ad una iniziale tensione. Ecco, dunque, l’anima divenire nel riso medico del corpo: il riso, infatti, tradurrebbe in una manifestazione corporea il sollievo di una sicurezza ritrovata che segue ad un timore.

Ad inaugurare il filone del contrasto o incongruità nell’indagine sul riso sarà Schopenhauer per il quale il riso originerebbe dalla percezione di una incongruenza fra un concetto e gli oggetti reali pensati mediante quel concetto, in una relazione qualsiasi. Esso deriverebbe dal conflitto tra ragione e intuizione, dal fatto, cioè, che il conoscere astratto non riesce a far presa sulla realtà. Sarebbe perciò l’espressione dell’improvviso palesarsi di tale incapacità e la riprova di una grave scissione tra i nostri concetti e la realtà obiettiva. Secondo Schopenhauer le modalità e le motivazioni del ridere qualificherebbero, inoltre, la nostra personalità e coloro che non ridono mai avrebbero scarse capacità intellettuali e valori precari.

Tra i primi filosofi contemporanei ad interrogarsi sulla natura della risata e a pensare e sottolineare la dimensione e il carattere sociale del riso va certamente ricordato Bergson. In particolare, egli sostiene il riso come fenomeno sociale non in quanto si fondi o implichi un nesso intersoggettivo, ma in quanto capace di assolvere a una funzione sociale. La risata, dunque, come “correttivo sociale” inteso a umiliare e sanzionare; uno strumento di cui la società si serve per punire i comportamenti asociali propri di chi non si adegua alle circostanze o assume atteggiamenti rigidamente meccanici, automatici e cristallizzati. Ciò che fa ridere è un atteggiamento rigido, laddove la società e la vita richiedono adattabilità ed elasticità del corpo e della mente..

La risata altro non sarebbe che la prova dell’inadeguatezza del beffato; ma per comprenderne la natura essa deve essere contestualizzata e ricondotta al suo ambiente naturale, la società, per poi determinarne la funzione utile, che è una funzione sociale. Affinché la risata assolva a questa funzione è necessaria però una certa insensibilità, “un’anestesia momentanea del cuore”, la capacità, cioè, di assistere ai drammi della vita e alle piccole disgrazie altrui come spettatori indifferenti. Chi ride non deve lasciarsi coinvolgere emotivamente dalla scena che lo diverte; deve far tacere, per un attimo, la pietà e la simpatia e porsi come semplice spettatore. Deve, cioè, intervenire un elemento di teatralità che consenta di osservare le vicende altrui come fossero uno spettacolo cui assistiamo dall’alto di un palco.

Tuttavia, aggiunge Bergson, il riso per prodursi necessita di un’eco; necessita di nascere all’interno di un gruppo di persone che dirigono l’attenzione su uno di loro, facendo tacere la loro sensibilità ed esercitando solo la loro intelligenza. La risata, dunque, non si origina nell’isolamento, ma è al contrario un’esperienza collettiva che crea un legame sociale, quasi una solidarietà con le altre persone che ridono. Chi ride, per il fatto stesso di ridere, si fa portatore di un’esigenza della comunità. Dietro al riso del singolo si nasconde un’intenzionalità collettiva e le istituzioni, attraverso le quali la società produce artificialmente il comico, danno la misura della rilevanza che la coscienza sociale attribuisce a questa funzione.

Fonti

Platone, Il Filebo

Aristotele, Retorica

Aristotele, Poetica

Hobbes T., De homine

Kant I., La Critica del Giudizio

Schophenauer A., Il mondo come volontà e rappresentazione

Bergson H., Il riso. Saggio sul significato del comico

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